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Gerusalemme: quattromila anni di soprusi usando “il” Dio come arma

12 novembre 2014
Gerusalemme Città Vecchia quartieri

mcc43

-Conflitti fra le Religioni
-Conflitti intraconfessionali.

Gerusalemme, la Santa… per le tre confessioni monoteiste. Dalla nascita dello stato d’Israele gli eventi sono stati trattati come dettati dalla politica e dal fondamentale diritto d’esistere e governarsi che spetta a ogni popolo.Oggi, e si può dire da quando i Palestinesi cercano di formare un governo unitario, si assiste a narrazioni degli eventi in termini di appartenenza religiosa. Un ritorno del passato.

Cupola della Roccia e soldati IsraeleI movimenti ebraici nazionalisti vogliono la distruzione della moschea Al Aqsa,  per ricostruire sul sito il Tempio di Salomone. Durante una protesta, un uomo in moto ha attentato alla vita del rabbino israelo-americano Yehudà Glick, la risposta del governo è stata l’immediata chiusura della spianata delle Moschee. Dal 1967 quando Israele si è impadronita del sito, una misura di tale gravità offensiva per i sentimenti musulmani era stata presa solo nel 2000 con la provocatoria passeggiata di Ariel Sharon, membri dei Likud e centinaia di poliziotti antisommossa, sulla spianata delle Moschee alla quale i Palestinesi risposero con  la seconda Intifada.
Il Monte del Tempio è un luogo sacro per tutti i Musulmani, non soltanto per gli arabi palestinesi. Il provvedimento, per quanto parzialmente ritirato, s’inserisce in un panorama con nuovi protagonisti caratterizzati religiosamente: i movimenti jihadisti, sparsi in tutto il Medio Oriente e lo Stato Islamico che controlla gran parte delle Siria e dell’Iraq.

Nello scontro interreligioso  Islam – Ebraismo, il Cristianesimo ha preso una  posizione ufficiale  e nel comunicato del Patriarcato Latino di Gerusalemme si legge “Noi, capi delle Chiese di Gerusalemme, vogliamo esprimere la nostra seria inquietudine riguardo le recenti attività su Haram al Sharif ( ndr. Spianata delle Moschee o Monte del tempio)  quali la chiusura totale e le restrizioni di accesso alla Moschea di Al Aqsa. Questi avvenimenti sono stati provocati da atti estremisti che stanno divenendo un fenomeno ricorrente in Terra Santa e nella Regione.”

In realtà, le tensioni fra confessioni religiose nascono da conflitti intra-confessionali, in quanto i nazionalisti ebraici costituiscono una scissione dal pensiero religioso prevalente in Israele e nella Diaspora. I conflitti intra-confessionali non sono una novità, tornano anch’essi dal passato, come si legge in questo estratto da
Jerusalem: One City, Three Faiths, della saggista e storica delle religioni Karen Armstrong,  pubblicato in italiano
Gerusalemme. Storia di una città tra Ebraismo, Cristianesimo ed Islam.
Vi fu un periodo in cui i rapporti all’interno del Cristianesimo erano di violenta ostilità (non si sa quanto effettivamente superati) e complicavano la convivenza degli Ebrei, anch’essi agitati dalla nascente disarmonia fra sefarditi e aschenaziti, con i Musulmani, presumibilmente tutti sunniti dai quali gli sciiti si tenevano a grande distanza.

Nel 1800 Gerusalemme contava circa 8750 abitanti: 4000 musulmani 2750 cristiani 2000 ebrei. Si servivano tutti dello stesso suq e vivevano raggruppati attorno ai loro santuari principali. Alcuni rapporti intercomunitari erano amichevoli.

stampa  1800 Gerusalemme

Gerusalemme nel 1800

I musulmani del quartiere maghrebino, per esempio, andavano d’accordo con gli ebrei che dovevano passare sul loro territorio per raggiungere il Muro del pianto. Gli ebrei però non potevano entrare nel Santo Sepolcro e avevano rapporti così tesi con i cristiani che dovevano tenersi lontani dal loro quartieri.
Le diverse confessioni cristiane convivevano in una stato di velenosa animosità capace di degenerare in violenza alla minima provocazioni.

Nel quartiere ebraico c’era tensione tra i sefarditi e gli aschenaziti che, erano tornati in città tra il 1810 e il 1820.

La Città della Pace ribolliva di frustrazione e di rancori e l’antico ideale dell’integrazione sembrava un sogno svanito. Questa rabbia esplodeva spesso in ribellioni e sommosse.

Nel 1808 scoppiò un incendio nella basilica del Santo Sepolcro. Ebbe inizio nella cappella di Sant’Elena che era sotto la protezione degli armeni,  da lì si diffuse rapidamente. Tutto l’edificio fu distrutto e i pilastri che sostenevano la cupola crollarono. Subito si scatenarono le accuse reciproche perché le varie comunità si rimproveravano a vicenda per la catastrofe.

Gli armeni erano sospettati di aver appiccato il fuoco di proposito per modificare lo stutu quo della basilica; altri dicevano che sacerdoti greco ortodossi in stato di ebbrezza avevano accidentalmente incendiato fascine di legna cercando poi di spegnere le fiamme con l’acquavite.

Poiché la ricostruzione era segno di appartenenza legale, la lotta per vincere la gara d’appalto fu spietata: ogni confessione cercò di fare l’offerta migliore e di ricorrere al sostegno di protettori stranieri.
Alla fine i greci riuscirono a comprare il privilegio e nel 1819 i lavori di restauro ebbero inizio, ma a Gerusalemme l’edilizia non è mai stata una attività neutrale. I musulmani si sentivano da tempo a disagio per quanto riguardava la basilica del Santo Sepolcro, soprattutto nei periodi di difficoltà economiche, così assediarono la residenza del governatore chiedendo l’interruzione dei lavori. A loro si unirono I giannizzeri locali, arrabbiati perché c’erano altre truppe a presidio della Cittadella.

Ben presto per tutta la città infuriò una vera e propria rivolta. I ribelli attaccarono il patriarcato greco ortodosso e occuparono la Cittadella cacciando il governatore dalla città. La sommossa fu domata solo quando il wali di Damasco inviò un distaccamento di truppe: 46 capibanda furono decapitati e le loro teste mandate a Damasco.

La ricostruzione del Santo Sepolcro proseguì ma si dimostrò essa stessa un atto di guerra. I greci colsero l’occasione per cancellare dall’edificio qualunque traccia dell’occupazione latina; da allora in poi un monaco greco rimase di guardia permanente sopra il Sepolcro. I greci avevano ora il controllo della Tomba e del Calvario, i Francescani erano confinati a nord dell’edificio, gli armeni nella cappella di Sant’Elena, i Copti in una piccola cappella a ovest della tomba, i Siriani in una cappella sulla Rotonda. Gli Etiopi sarebbero stati costretti a costruire il loro monastero e la loro chiesa sul tetto.
Per i cristiani era impossibile convivere in modo amichevole nel più sacro dei loro santuari; la chiave della basilica fu data in consegna a una famiglia musulmana che a tutt’oggi gode del privilegio di chiudere e aprire l’edificio secondo le direttive delle varie autorità.

Questo provvedimento si rese necessario perché altrimenti nessuna setta cristiana si sarebbe fidata a lasciar entrare le altre. Un visitatore britannico descrisse scioccato questa cena:

I Copti  sono in piedi di fronte all’altare, molto prima che abbiano concluso la loro funzione di 60 minuti gli armeni si radunano numerosi attorno al coro, non per partecipare alle preghiere e alle genuflessioni, ma per mormorare bestemmie, per fischiare i sacerdoti copti, per borbottare, per prendere in giro e dileggiare la preghiera del mattino.

Spesso i fedeli venivano alle mani, allora le guardie turche erano sempre pronte fuori della chiesa per fare irruzione in caso di scontri. Se non c’era stato spargimento di sangue, la funzione proseguiva,  ma i soldati rimanevano allerta, pronti a fare fuoco.

***

nota: Non sappiamo chi furono i primi abitatori delle colline e delle valli della Palestina che sarebbero poi diventate il centro della spiritualità monoteista. Gli archeologi hanno scoperto sul monte Ofel oggetti in ceramica databili 3000 A.C., ma sarà dal 2300 sotto il dominio dei Faraoni che la  Palestina, terra di Canan oppure Retinu per gli egizi, iniziò a fiorire e  Gerusalemme, Rushalimum, a ingrandirsi. La città è passata di mano innumerevoli volte, nei modi più sanguinosi, fino all’arrivo del sultano Selim I, l’1 dicembre 1516, che avviò il dominio Ottomano destinato a durare 400 anni. Le tre confessioni religiose a tratti hanno convissuto pacificamente, più spesso si sono combattute, e la cronaca di oggi riporta in vita il passato.

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Isis in Siria: la mappa scioccante

10 novembre 2014

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Operation Inherent Resolve‘ è l’operazione lanciata da Obama contro l’Isis. Al finanziamento e ai rifornimenti al Free Syrian Army e ai gruppi non legati all’Isis ha aggiunto i bombardamenti aerei.
La CNN (in arabo) pubblica una mappa della Siria che evidenzia con colori diversi le zone controllate: in viola le posizioni dei lealisti del governo Assad, in blu quelle della galassia di milizie, alcune sostenute direttamente dall’Occidente altre legate ad Al Qaeda, e in i rosso le zone conquistate dall’Isis.

Il colore rosso del territorio – massimamente desertico e poco popolato-  governato dall’Isis appare esteso, con limitate aree occupate da altre forze. La mappa rende evidente che, premendo verso la zona bianca dei Curdi di Kobane, lo Stato Islamico sta affrontando, oltre ai Peshmerga, anche altre milizie variamente connotate.

map isis controlled syria

 L’articolo CNN  in arabo e  con il traduttore

Nell’articolo la CNN raccoglie  una conclusione sconcertante dell’analista internazionale  Joshua Landis, del Middle East Studies e docente della University of Oklahoma:

“Dobbiamo accettare il fatto: vi è uno stato islamico sunnita che si estende dalla periferia di Baghdad a Aleppo in Siria, che effettuare bombardamenti non è fattibile, che la soluzione sta nell’accettazione di questo stato e nel cercare di sostenere i leader migliori.”

Qui il video dell’intervista di Landis  

Joshua Landis on Syria

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-Questa partizione della Siria è, come sostengono molti, un target cinicamente perseguito per avvantaggiare lo stato di Israele? Rimandando a una successiva guerra di tipo tradizionale la sconfitta e l’occupazione del neo-stato islamico?

-Oppure significa che l’Isis sta conquistando con le armi e con i rapimenti una considerazione politica che il mondo islamico nel suo complesso da tempo esigeva di ricevere, ma nell’ambito più vasto della pari dignità? Vedere l’articolo La presunzione dell’Occidente: origine e sostegno del Jihad terrorista

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In alto come in basso: la filiera del caos in Libia

7 novembre 2014

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  “I” Parlamenti, “i” Gheddafi, l’escalation degli scontri,  la fontana della Gazzella trafugata

 

“I” PARLAMENTI
Il primo connotato della democrazia è un’assemblea parlamentare eletta a suffragio universale. Quando di assemblee ve ne sono due non è più democrazia ma caos. Dal mese di giugno in Libia legiferavano due Parlamenti: il nuovo eletto in giugno,  migrato a Tobruk “per ragioni di sicurezza”,  quello vecchio riconvocato a Tripoli. Similmente, erano in carica due governi ed erano state istituite due agenzie statali di notizie, entrambe denominate LANA. Oggi la situazione è diventata ancora più confusa.

Tobruk Parlamento

Il Parlamento di Tobruk

Il 5 novembre la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il parlamento eletto a giugno.

A Tripoli questa decisione è stata accolta con festeggiamenti in piazza; il presidente del Parlamento, che ancora mantiene la denominazione di Congresso Generale, Nuri Busahmein ha dichiara che il verdetto offre l’opportunità per un dialogo nazionale che ponga fine alla crisi. Il capo del Governo, non riconosciuto a livello internazionale, Omar Hassi, propone nuove elezione legislative per porre fine al conflitto istituzionale.

In risposta alla sentenza, invece, la Camera dei Rappresentanti  di Tobruk – non si sa se dal traghetto greco in cui talvolta per ragioni di sicurezza si riunisce o dalla sede in terraferma: un hotel a cinque stelle protetto da cannoni anti-aerei, truppe e blocchi stradali in cemento –  dichiara di non riconoscere il verdetto, “emesso sotto la minaccia delle armi” . Anche gli osservatori internazionali imputano il pronunciamento della Corte, che ha sede a Tripoli, all’influenza esercitata dalle attualmente vittoriose milizie locali. Continua a leggere…

Questa nostra epoca d’inerzia e senza interiorità: Søren Kierkegaard

29 ottobre 2014

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“Il passato può angosciare solo in quanto si ripresenta come futuro, cioè come una possibile ripetizione.”

Søren Aabye Kierkegaard

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Kierkegaard-profiloE’ del 1846 il saggio “Una recensione letteraria” di Søren Kierkegaard. Con lungimirante pessimismo, vivezza e ironia descrive lo spirito del suo tempo, segnato dalla vis inertiae nascosta dal copioso fluire di enunciazioni.
Pur se il 2000 differisce dal 1800 in molteplici aspetti, a partire dal modo di comunicare non più contenuto ma spesso ingiurioso, fino alla mobilità che dalla carrozza è passata al jet, il lettore riconosce nella descrizione la sottostante inerzia dell’epoca presente. Internet che, sul nulla fare inserisce un’ulteriore dilatazione del molto dire, ha semplicemente spinto l’emotività collettiva fuori dalle sterili riflessioni ottocentesche verso il parossismo degli slogan lapidari, rapidamente adottati e presto abbandonati.
Il brano che segue è tratto dal terzo capitolo e potrebbe essere stato scritto ieri. Vi si ritrovano la prassi degli annunci cui non seguono effetti e il rito dei summit, la “tuttologia” e le figure alla maniera di Matteo Renzi e perfino di Maurizio Crozza, l’impunità delle leadership e le consolatorie petizioni; la mancanza di fondamento nell’esperienza concreta, l’assenza di laboriosità manuale e la superficialità dell’istruzione. Vi si riconoscono anche la povertà dell’eros e il denaro come oggetto del desiderio, denaro astratto perché declinato al futuro attraverso il ricorso al credito, ma, soprattutto, vi si trova rappresentata la solitudine. Manca l’interiorità scrive Kierkegaard, per conseguenza, non esiste il rapporto e le diversità stanno accanto inerti. 

Se al tempo della rivoluzione venivano fornite gratuitamente armi, se al tempo delle crociateKierkegaard-scrittorio veniva conferito pubblicamente l’emblema dell’impresa, oggi si viene ovunque rifocillati gratis con manuali di istruzione, calcoli di compatibilità ecc. 
Nell’ipotesi ardita che a un’intera generazione fosse dato il compito diplomatico di ottenere un rinvio – durante il quale fosse continuamente impedito ogni accadimento pur tuttavia sembrasse continuamente accadere qualcosa – non potremmo negare che la nostra epoca sta compiendo un prodigio degno dell’epoca rivoluzionaria. 
Se uno facesse su di sé l’esperimento di scordare tutto quanto sa dell’epoca propria e della relativa fattualità inflazionata dall’abitudine, poi, come giunto da un pianeta alieno, leggesse un libro qualsiasi, un articolo di giornale o perfino solo parlasse con un passante, avrebbe l’impressione che “caspiterina, stasera stessa succederà qualcosa” o “sarà successo qualcosa l’altra sera!”. Continua a leggere…

La pazienza del popolo Saharawi deve durare in eterno?

23 ottobre 2014

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muro marocco saharawi

Il Muro del Marocco in terra Saharawi, Sahara Occidentale

Sappiamo bene del Muro di Berlino, sappiamo abbastanza del Muro che Israele costruisce in Palestina, quasi nulla, invece, del Muro che il Marocco ha costruito su un territorio che non gli appartiene. 2400 km di pietre e sabbia per escludere la popolazione autoctona dei Saharawi, o Sahraouis,  da gran parte del “loro” Sahara Occidentale e dal mare.
Un Muro, ma in realtà più muri che corrono paralleli, dall’aspetto stupido quanto può esserlo un argine serpeggiante nel nulla, ma un muro letale: postazioni di 120 mila soldati marocchini, elettrificazione, 5 milioni di mine antiuomo. Perché tutto questo? Continua a leggere…

Anniversario: Muhammar Gheddafi spiato, tradito, assassinato

19 ottobre 2014

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Il 20 ottobre 2011 si concludeva la parabola umana di Muhammar Gheddafi, ma l’immaginario collettivo non gli ha decretato l’oblio toccato al tunisino Ben Alì, o all’egiziano Mubarak di cui ci si ricorda quasi con stupore quando compare alle udienze processuali.

Gheddafi mantiene intatto il carisma di una vita emblematica: da beduino a leader di una rivoluzione incruenta, fondatore di un’organizzazione statale che aveva reso la Libia il paese con il miglior Indice di Sviluppo Umano dell’Africa. L’unico con un programma di welfare. Per l’Africa e il suo sviluppo Gheddafi aveva investito molto dei proventi del petrolio, ed è questa una delle iniziative che poco sono piaciute a una popolazione che non vuole sentirsi africana e altrettanto poco sono piaciute alla scena internazionale che vuole l’Africa sia solo lo scaffale delle materie preziose per le compagnie internazionali. A certi paesi, come l’Arabia Saudita e l’America, non è piaciuto nemmeno il fiuto che gli fece individuare per primo in Osama Bin Laden un pericolo mondiale.

Continuano a stuzzicare il gossip mediatico gli aspetti volutamente teatrali del suo comparire sulla scena mondiale: costumi eccentrici di gusto africano invece di un completo Armani, le Amazzoni africane invece dei Contractors occidentali e il piacere della provocazione. Come quando arrivò nell’Aquila terremotata con la foto di Omar Al Muktar, l’eroe della lotta contro il colonialismo italiano, sul petto. O quando mise in imbarazzo l’Assemblea della Lega Araba:
Muhammar Gheddafi con nipoteNon crediate che i governi dell’Occidente vi siano amici: ci ammazzeranno tutti”. Con lui ci sono riusciti, con Bashar Assad i lavori sono in corso.
Si pubblicano ancora pruriginosi libri e articoli sui costumi sessuali di un uomo che era devoto alla moglie, bella e tosta, che era invaghito dei suoi figli ai quali ha concesso tutto, ignorando l’invidia che li circondava. Un uomo che era anche, semplicemente, un nonno affettuoso.

Per decenni, il suo finanziare movimenti di liberazione, palestinesi e irlandesi, gli valse il titolo di amico dei terroristi e ne fece il colpevole ideale, pur continuando a mancare le prove, della tragedia Lockerbie , della scomparsa dell’Imam Musa Sadr, del massacro nella prigione di Abu Salim

Represse gli oppositori politici? Certamente sì. La “testa” dell’opposizione era nella diaspora che aiutata dai servizi segreti di Arabia Saudita e Stati Uniti organizzava attentati in Libia contro la sua persona.  Quando, su suggerimento del delfino Saif Al Islam, svuotò le carceri dei detenuti politici fu l’inizio della fine per il regime, la Jamahirya e il benessere della Libia. Continua a leggere…

Arma letale contro le lotte d’indipendenza: la manipolazione delle notizie

17 ottobre 2014

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I Tuareg, il Movimento di Liberazione dell’Azawad, MNLA,
e le manovre repressive del governo del Mali

La concezione e il sentimento di essere “un popolo” si sono formati ovunque secondo la morfologia terrestre. I confini erano i rilievi montuosi, i fiumi, il mare, le distese desertiche. La gente che viveva entro lo stesso paesaggio, condivideva le stesse  ricchezze, le medesime difficoltà e la comune cultura nel superarle creava il linguaggio. Tutto questo non ha avuto alcuna importanza al momento in cui le potenze coloniali hanno, nominalmente, lasciato la presa e creato “stati-nazione” tracciandone i  confini secondo proprie esigenze, a volte semplicemente con un noncurante tracciare linee su una mappa geografica. [ved.post]

L’Africa Occidentale ne paga tuttora le conseguenze. Popoli nomadi del deserto sono stati separati e imprigionati dentro  confini  alieni e incomprensibili. I Tuareg del Mali stanno conducendo da decenni una lotta contro questa ingiusta separazione.

Da INDIPENDENZA, sogno e lotta dei TUAREG del Mali- 1a parte

mappa AZAWADIl Mali era parte dei possedimenti coloniali della Francia ed è diventato stato indipendente nel 1960. Entro i  confini venne inglobata una parte, circa la metà dell’estensione totale del paese,  del territorio desertico sul quale sono stanziate le popolazioni berbere dei Tuareg.
 “Il nostro inserimento nel  Mali è stato un errore,”  dichiara una esponente politica http://thinkafricapress.com/mali/causes-uprising-northern-mali-tuareg  ” Poco prima della fine della colonizzazione, alcuni leader del deserto inviarono una lettera al generale De Gaulle supplicandolo di lasciare che i Tuareg e altre etnie locali creassero uno stato proprio, nel mezzo del Sahara. Noi non eravamo mai stati con il Mali; è avvenuto in modo abbastanza brutale e all’epoca non c’erano intellettuali che potessero misurarne le conseguenze. I leader locali non si resero conto che il sud del Mali sarebbe venuto a occupare il loro territorio, pensavano di restare padroni del proprio paese in un’Africa indipendente. Quando hanno visto la gente del sud arrivare e dire “Ora, siete sotto la nostra autorità”, sono rimasti  completamente attoniti.”

I popoli che vivono in questa condizione, stranieri dentro uno stato che esercita l’autorità sulla loro vita, non abdicano facilmente alla loro fierezza, certo non  i Tuareg dell’Azawad che ciclicamente riprendono la lotta per l’indipendenza.
L’ultima volta nel 2012; l’innesco è sempre il medesimo: l’abbandono in cui viene lasciata la regione dal governo centrale di Bamako.
L’insurrezione è stata funestata dall’intromissione delle bande di AlQaeda radicate in tutta l’Africa Occidentale, il Movimento di Liberazione  dell’Azawad , MNLA, si è trovato così ad avere due nemici da affrontare: la repressione dell’esercito maliano e le aggressioni delle milizie jihadiste.

Dall’estate sono in corso ad Algeri difficili consultazioni per dare un assetto definitivo alla regione, un assetto che può essere, almeno,  una forma di autonomia che  Bamako teme e osteggia in quanto prevedibile fase di passaggio verso l’indipendenza e la formazione di uno stato indipendente. Il governo, pertanto, prosegue nel rallentare i lavori della conferenza e nell’opera di criminalizzazione del MNLA.
Il 16 ottobre nella regione azawadiana di Gao è scoppiato un conflitto armato, il racconto dei fatti diverge in modo radicale da quanto è possibile sapere dal MNLA e da quanto scrivono i media che sostengono i governi fantoccio dell’Africa Occidentale.

Questo è quanto mi comunica Alhader Ag Mohamed, membro dell’esecutivo MNLA, settore Diritti Umani.

AlHade ag-Mohamed Azawad MNLA

Alhader-Ag-Mohamed

” Il cessate il fuoco firmato tra i movimenti dell’Azawad e il Mali [nota: in maggio]è stato violato oggi dal Mali che spinge la sua milizia ad attaccare le posizioni MNLA in una località vicino a Gao. La verità è che il governo maliano spinge queste milizie contro le nostre posizioni dopo che l’esercito regolare è stato sconfitto dai nostri combattenti. Provvede ad armare queste milizie per seminare disordine e  approfittarne”. Qualche ora dopo aggiunge:

“Gli scontri che hanno opposto da una parte il Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad [nota: i movimenti che partecipano alla conferenza di Algeri] e dell’altra soldati del Mali e le milizie affiliate a  In Tillit [nota: circa 100 km da Gao] alla fine della giornata hanno lasciato sul terreno dei morti da entrambe le parti: armata maliana/milizie 14 morti, tra cui il leader delle operazioni Iliass Ag Intikwa,  e 9 feriti; Movimenti dell’Azawad: 2 morti e 3 feriti.”

Ecco come espone i fatti,  invece, il quotidiano filogovernativo MaliActu
“Degli abitanti della località riportano di scontri che oppongono gli elementi del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MNLA, e suoi alleati, ad altri gruppi di autodifesa, particolarmente il GATIA (Gruppo di autodifesa Touaregs Imghad). ” 

La presenza dei soldati regolari è taciuta e gli eventi sembrano un regolamento di conti fra formazioni in disaccordo, perché un particolare significativo viene omesso. Lo si legge in Jeune Afrique
“Il Gatia, creato in agosto, rivendica un posto al tavolo dei negoziati. Secondo una fonte delle forze di sicurezza regionali, il Gatia, ultimogenito dei gruppi armati del nord del Mali, vuole controllare una base territoriale per pesare sui negoziati di Algeri.”

Si tratta di una milizia creata ad hoc, essendo facile per l’autorità centrale scavare trincee fra gruppi tribali, rivalità locali, differenti tipi di rivendicazione e, soprattutto, approfittare di ambizioni personali. Il divide et impera  vecchio come il mondo disgraziatamente  non fallisce; l’articolo di Jeune Afrique, infatti,  specifica
Il Gatia, è ritenuto generalmente molto vicino al generale El Hadj Ag Gamou, un ufficiale Tuareg dell’esercito governativo, accusato spesso dagli osservatori di mettere i mezzi dell’esercito del Mali a disposizione del Gatia.”

La disinformazione passa attraverso i dettagli taciuti e le rappresentazioni parziali. Ovunque.
Intanto la Conferenza di Algeri, che dovrebbe comporre la questione dell’Azawad e assicurare una pace duratura, ha ripreso i lavori, ma come si vede, su di essi persiste la resistenza del governo costretto, suo malgrado, a essere al tavolo delle trattative.

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La presunzione dell’Occidente: origine e sostegno del Jihad terrorista

16 ottobre 2014

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Il rapporto Religione e Politica
Weltanschauung in collisione
La concezione del Tempo
Guerra al terrorismo e strappi al Diritto Internazionale
Non cambieranno il nostro stile di vita” ?

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Non esiste un fatto religioso allo stato puro, è sempre contemporaneamente storico, sociologico, culturale, economico, psicologico
e, per tutte queste ragioni, politico.

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Il rapporto Religione e Politica

Ibn Khaldun e Adam Smith

Adam Smith e Ibn Khaldoun, separati da 4 secoli, consonanti su organizzazione del lavoro, commercio, ruolo dei mercati e sistema dei prezzi.

Cardine della nostra società è che Politica e Religione devono essere tenute separate, a questa convinzione si accompagna la certezza che sia la formula per il migliore dei mondi possibili. Nell’Islam la religione è la via di realizzazione dell’umanità, a questo si accompagna la convinzione che la società resta unita, priva di conflitti, quando è la religione a fare da collante. L’opposizione di queste due concezioni sfida la natura dello stato-nazione concepito dal pensiero occidentale e promosso in ogni zona del pianeta. Continua a leggere…

Articolo di John Cantlie in Dabiq: non scordate gli ostaggi morti, salvate quelli vivi.

14 ottobre 2014
John Cantlie reporter ostaggio

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See original English article by John Cantlie: 

 Hard Talk – The real story behind my video

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John Cantlie, reporter e ostaggio dell’Isis, ci ha lanciato un appello con il solo mezzo per lui possibile: Dabiq4, il magazine dello Stato Islamico. I media internazionali hanno dato risalto al fotomontaggio in copertina: la bandiera nera che sventola sul Vaticano, dell’articolo di Cantlie hanno colto soltanto l’aspettativa d’essere ucciso, come altri prima di lui, non come sarebbe possibile salvarlo insieme ad altri ostaggi americani e inglesi. La loro vita sarà salvata se Usa e Gran Bretagna, come altri stati hanno fatto, tratteranno con Isis, lo Stato Islamico, lo scambio: ostaggio occidentale contro miliziani incarcerati.
Non si lasci svanire il ricordo di queste morti, chiede Cantlie. Dite al nostro governo di parlare, chiede alla moglie, ai famigliari, ai colleghi della stampa.
A noi, spettatori impotenti di questo dramma, una cosa almeno è possibile: infrangere l’omertà dei media e leggere le sue parole. Conoscere cosa c’è dietro le vicende degli ostaggi e tutto quello che John Cantlie ha voluto condividere su di sé e sui compagni di prigionia, su quelli che ha visto andarsene per tornare in patria salvi e quelli che ha visto andarsene verso la morte. “Che cosa fa tutto questo a un uomo?”…..

LA VERA STORIA DIETRO AI MIEI VIDEO
di John Cantlie
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Donne sul sentiero che porta al torrente

12 ottobre 2014
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Quand le village se réveille, il risveglio del villaggio,  è un blog e un progetto, molto ben organizzato, nato  per raccogliere e tramandare le tradizioni e la cultura delle zone rurali del Mali. Questo articolo mi ha catturato. Non solamente perché l’Africa è per me come un amore, ma perché protagoniste sono le donne africane.
Donne capaci di un’ interazione sororale, sapiente nel tenere unite le generazioni con un fluire di esperienze che risponde a una confidenza, a una richiesta di consiglio, allo sfogo di un cuore preoccupato;  e i  canti delle ragazze, i nomi degli innamorati, le sere intorno al fuoco…
Qualche lettrice sarà affascinata come me da questa capacità d’ interazione, tra le donne di un intero villaggio, che è scevra di antagonismi, rivalità e invidie. Buone riflessioni…

Kɔsira, la route du marigot 

donne Mali africa torrente

La strada dal torrente era per le donne un vero e proprio centro di formazione, consulenza e scambio di esperienze per la buona gestione della coppia e della casa. Nelle zone rurali, le donne sposate e le ragazze del villaggio si riunivano due volte a settimana, di solito il lunedì e il giovedì, per andare a fare il bucato al grande torrente vicino al villaggio. Lunedì e il giovedì  perché, al villaggio, c’erano giorni in cui era vietato fare i vestiti, tagliare i capelli, la barba o fare
le condoglianze …

Durante  l’andare e il tornare dal fiume le ragazze spensierate, quelle non ancora sposate e ignare dei problemi della vita di coppia, intonavano canzoni d’amore, a volte evocando nella canzone il nome dell’amato. Le donne sposate davano consigli a quelle che non sapevano ancora adeguarsi  e trovare il modo giusto di gestire la relazione o di trattare con gli suoceri. Pur parlando, tuttavia, esse prestavano orecchio alle canzoni delle più giovani, curiose di capire con quale  giovane del villaggio ciascuna di loro aveva intrecciato una storia d’amore. In altro modo non era facile capirlo, perché l’amore tra un ragazzo e una ragazza non veniva apertamente esibito davanti alla gente del villaggio. Era proprio attraverso quello che le donne, con le orecchie ben attente nel cammino verso il torrente, avrebbero raccontato al ritorno che i genitori venivano a conoscere l’identità dell’innamorato della loro figlia.

Quanto alle donne sposate, quelle che avevano problemi confidavano le loro preoccupazioni per avere dei consigli per creare in casa un’atmosfera serena. Ed era in quei momenti che ognuna di loro, in modo reciproco,  con chiarezza e amicizia, senza successive indiscrezioni, senza superiorità e senza ostilità, contribuiva alla discussione con la propria esperienza, con il suo saper fare e saper essere  …  Certune potevano perfino condividere i consigli appresi dalla propria madre prima del matrimonio. Per esempio il modo paziente con cui la madre trattava il marito, gli parlava con dolcezza e lo faceva sentire apprezzato, come lo accoglieva al ritorno e gli preparava da mangiare, e come faceva sentire tutti i membri della famiglia sullo stesso piano. Insomma, come interagire bene con marito, amici, collaboratori e tutti i parenti.

Anche se il dialogo non filava con ordine, quelle che avevano da affrontare dei problemi traevano profitto da  ciò che sentivano dalle altre. Prima che una finisse, un’altra interveniva raccontando quello che aveva appreso dalle anziane del paese durante le veglie notturne, quando la famiglia si riuniva intorno al falò nella stagione fredda. Si ascoltavano  proverbi e storie,  si cardava e filava il cotone, si sgusciavano le arachidi, chicchi di grano e fagioli per preparare le sementi. Talvolta improvvisamente qualcuno interveniva parlando delle proprietà degli alberi, come  l’incenso e l’indaco, e dei sette nodi sull’astuccio del filo da cucire … La strada del torrente non era l’unica occasione, le donne avevano molti luoghi e molte occasioni per aiutarsi a creare una vita coniugale serena e portare la felicità nelle loro case.    

 @Fasokan             

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C’è l’ombra del Fascismo sull’entusiasmo interventista dell’Italia?

7 ottobre 2014

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moda donna fascismo- Monarchia e colonialismo nel passato
- Repubblica e sudditanza nel presente
- Lotta al terrorismo e minacce alla libertà

Con l’Italia coinvolta nell’ennesima missione militare, sebbene dichiarata contro l’Isis, corpo estraneo dentro altri paesi, tornano attuali le riflessioni  sull’attivismo bellico variamente configurato del nostro paese.

 

Nel 2011 Marc Almond, docente di Storia Moderna all’ Oriel College di Oxford, attivista per i diritti umani, Presidente del British Helsinki Human Rights Group , in occasione della partecipazione italiana all’intervento in Libia scriveva in Libya – 100 Years of Bombing, or Is Fascism the Forgotten Root of Humanitarian Intervention?

In coincidenza- con il compleanno dell’Italia, il governo di Silvio Berlusconi ha deciso di mettere a disposizione degli alleati della NATO sette basi aeree per i bombardamenti sulle forze del colonnello Gheddafi.Per coincidenza- questo è  avvenuto  a cento anni da quando gli italiani inventarono i bombardamenti aerei e ne avviarono  la pratica con estrema precisione sulla Libia. A un secolo di distanza della sua nascita sanguinaria il bombardiere torna in scena. Clio sembra provare un perverso godimento a far  sì che la storia si ripeta, prima in qualità di imperialismo poi come intervento umanitario, senza nemmeno modificare la scenografia.

Il 1 ° novembre 1911, il tenente Giulio Gavotti lanciò la prima bomba da un aereo. Secondo le autorità ottomane, colpì  l’ospedale militare di Ain Zara (ndr.sobborgo di Tripoli). Gli italiani fortemente negarono di aver mirato un impianto protetto dalla Convenzione di Ginevra. La moderna guerra aerea e la propaganda vanno di pari passo fin dall’inizio.
[…] L’impatto della seconda guerra mondiale aveva lasciato in Italia una profonda avversione a farsi coinvolgere in una guerra ma, guidato da ex-marxisti, il governo italiano accettò di dare il paese come  principale base di lancio per gli attacchi aerei sui Balcani [una parte dei quali era stata per breve tempo inglobata nell’ inglorioso nuovo Impero Romano di Mussolini (1941-43)]. I pescatori dell’Adriatico ancora tremano pensando ai rischi corsi, essere centrati dagli ordigni NATO scaricati in mare. 

Nel 2011 un governo  con la partecipazione dei “post-fascisti” compete con i “post-marxisti”  per giustificare la rinnovata impresa bellica che, giusto in tempo per  celebrare l’anniversario,  ha fatto dell’Italia la “levatrice” della guerra aerea contro la Libia.QUI  LA  TRADUZIONE IN ITALIANO DELL’ARTICOLO COMPLETO

Come l’Italia coloniale  mantenne il dominio sulla Libia, lo racconta Manlio Dinucci 

Gli italiani scatenarono una vera e propria caccia all’arabo: in tre giorni ne furono fucilati o impiccati circa 4.500, tra cui 400 donne e molti ragazzi. Migliaia furono deportati a Ustica e in altre isole, dove morirono quasi tutti di stenti e malattie. Iniziava così la storia della resistenza libica. Nel 1930, per ordine di Mussolini, vennero deportati dall’altopiano cirenaico circa 100mila abitanti, che furono rinchiusi in una quindicina di campi di concentramento lungo la costa. Per sterminare le popolazioni ribelli, furono impiegate dall’aeronautica anche bombe all’iprite, proibite dal recente Protocollo di Ginevra del 1925. La Libia fu per l’aeronautica di Mussolini ciò che Guernica fu in Spagna per la luftwaffe di Hitler: il terreno di prova delle armi e tecniche di guerra più micidiali. ved. anche Gli anniversari disonorevoli:l’Italia e Tripoli

Nei confronti di questi interventi orchestrati sempre più spesso dagli Stati Uniti, insieme alla Francia e alla Gran Bretagna, la maggioranza degli Italiani si comporta con indifferenza o manifesta approvazione. Potrebbe essere tempo di chiedersi se l’antifascismo non si sia nel tempo sclerotizzato in celebrazioni delle ricorrenze. Se sia trascurabile il pericolo di un fascismo rimodernato come un vecchio vestito, ornato di senso di superiorità, talvolta di razzismo e xenofobia. Il neo-fascismo sta davvero soltanto nelle organizzazioni che si palesano, come CasaPound?

Le domande spiacevoli sono, non di rado, quelle più necessarie. Anche tempestive ora che si tratta di applicare la Risoluzione 2178 approvata da una manciata di stati nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che impone di varare nuove leggi per impedire “il reclutamento, l’organizzazione, il trasporto o l’equipaggiamento di persone che si recano in uno Stato diverso dal loro di residenza o cittadinanza ai fini della perpetrazione, pianificazione o partecipazione ad atti terroristici”.

Formulazioni neutre che nella pratica si traducono in un controllo sui cittadini e che, è prevedibile, verrà applicato con maggior rigore sugli immigrati di prima e seconda generazione, i quali dovranno dimostrare di non recarsi all’estero per delinquere con i terroristi. Ma non solo: poichè Hamas è considerata organizzazione terroristica, sarà possibile ancora per gli italiani che vogliano andare a Gaza continuare a farlo? O oltre ai controlli d’Israele o dell’Egitto, carcerieri della Striscia, dovranno subire quelli del Governo italiano? 

La polizia dell’Autorità Palestinese collabora con Israele in forza di un trattato firmato da Arafat

1 ottobre 2014
Rabin Arafat

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La causa palestinese gode di un ampio consenso internazionale, ma in un modo che riesce spesso ad essere efficace per mantenere irrisolta la situazione disperante in cui si trovano circa dieci milioni di persone. La ragione principale di questa, non intenzionale, conseguenza è la tendenza dei sostenitori ad “adottare” una frazione del Popolo Palestinese, lasciando in ombra, o peggio contrapponendovi, le altre.

Della diaspora, i Profughi Palestinesi sparsi in vari paesi, si occupano in pochi, tranne che con saltuari accenni a un DIRITTO AL RITORNO lasciato nella vaghezza dei metodi di realizzazione concreta. Moltissimi hanno a cuore Gaza. Un po’ meno numerosi quelli che si appassionano alla West Bank. Ed avviene, non in quanto zone geografiche abitate da Palestinesi ma in funzione di sottolineatura delle – purtroppo ferali per la causa – divergenze fra Hamas e Fatah.

Nel corso del 2014 entrambe le dirigenze stanno tentando di addivenire a un governo di unità nazionale, e successive elezioni generali,  ma hanno ricevuto molte reazioni scettiche fra i supporter della causa, troppo affezionati allo schieramento su opposti versanti che si rinfocala con accuse di corruzione e collaborazione con Israele per Fatah e l’Autorità Palestinese tutta, e di connivenza con i Fratelli Musulmani (che male ci sarebbe poi?) per Hamas.

Su  Mahmud Abbas,  che porta sulle spalle l’onore e l’onere di essere internazionalmente riconosciuto come rappresentante dei Palestinesi, si scaricano non soltanto le ovvie diffamazioni da parte israeliana, ma altrettante accuse di collaborazionismo della polizia della West Bank con l’IDF, esercito di Israele. Vien detto con sdegno che insieme reprimono le manifestazioni di dissenso e arrestano i dimostranti, come se ciò fosse asservimento dell’Autorità Palestinese a Tel Aviv. Questo perché una coltre spessa di ignoranza – nel senso letterale del termine – nasconde la legittimità di questa collaborazione che, se violata dall’Autorità Palestinese, darebbe altrettanta “legittimità” a un’intervento israeliano che sottrarrebbe all’Autorità Palestinese l’amministrazione della West Bank. Per capire il presente occorre ricordare il passato.

TALE COLLABORAZIONE  AVVIENE IN FORZA DI UN TRATTATO SIGLATO NEL 1995 DA YASSER ARAFAT E DA YTZHAK RABIN, il quale meno di due mesi dopo venne assassinato, indizio questo che Israele, con quel trattato aveva ceduto all’OLP sue precedenti prerogative. Nell’immagine qui sotto, l’articolo che prevede la collaborazione tratto dal documento integrale Israeli-Palestinian Interim Agreement on the West Bank and the Gaza Strip Washington, D.C., September 28, 1995, parte annessa n. 1 THE ISRAELI-PALESTINIAN INTERIM AGREEMENT-Annex I 28 Sep 1995 Continua a leggere…

Mahmoud Abbas: applausi dell’Onu e afasia dei media

29 settembre 2014

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Il 26 settembre Mahmoud Abbas si è presentato all’ Assemblea delle Nazioni Unite ed è stato accolto da un grande applauso, ripetuto in modo ancora più caloroso al termine del suo discorso. Il testo in inglese si può leggere qui oppure ascoltare dalla sua voce qui.

Abu-MazenAbbas, o più famigliarmente Abu Mazen, ha iniziato parlando di Gaza. Ha elencato i fatti e definito l’Operation Protective Edge di Israele una serie infinita di crimini perpetrati di fronte al mondo intero, momento dopo momento, in un modo che rende inconcepibile che qualcuno oggi possa dire di non essersene reso conto; inconcepibile che alcuni possano affermare che Israele si stava difendendo, incurante del destino di migliaia di vittime e ignorando che la vita di un Palestinese è preziosa come la vita di qualunque altro essere umano.

“Noi dobbiamo presumere che nessuno si chiederà più perché l’estremismo sta crescendo, perché la cultura della pace sta perdendo terreno e perché gli sforzi per realizzarla stanno crollando. Ancora, noi crediamo – e speriamo – che nessuno tenterà anche questa volta di aiutare l’ Occupazione pemettendo l’impunità per i crimini commessi. Signor Presidente, Signore e Signori, nel nome della Palestina e della sua gente, io affermo qui oggi: noi non dimenticheremo e non perdoneremo, noi non permetteremo a criminali di guerra di sfuggire alla punizione. Affermo di fronte a voi che il popolo Palestinese rivendica strenuamente il legittimo diritto di difendersi contro la macchina da guerra d’Israele e il legitimo diritto di resistere a questa Occupazione coloniale e razzista.”

I media internazionali, anziché riferire ed entrare nel merito delle affermazioni, hanno riportato le reazioni furiose e sdegnate deli Israeliani, assenti dall’Assemblea per la coincidenza di una festività religiosa.  Dal Dipartimento di Stato americano la portavoce Jen Psaki ha rincarato dichiarando di respingere il discorso perché deludente e pieno di “caratterizzazioni offensive”. Lo sdegno ha origine dal fatto che questa volta il Presidente palestinese non si è concesso metafore, ha proferito le parole: massacro e genocidio. Netanyhau promette di smontare nel suo prossimo discorso le “bugie” di Abbas.

E’ così? Sono bugie, come afferma Netanyhau?
Compito dei media chiederselo e scriverne.
Le risposte autorevoli e attendibili esistono
e devono solo essere rese note ai lettori.  
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Azawad: la lunga marcia dei Tuareg verso l’indipendenza

27 settembre 2014
mappa AZAWAD

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E’ una marcia lenta che alterna balzi in avanti e lunghe soste, iniziata quando la Francia ha formalmente, non sostanzialmente, concesso la libertà al nuovo stato: il Mali.  I Tuareg vivono nel nord, nella regione chiamata Azawad. Poco hanno da spartire con il sud del paese, dal quale hanno ricevuto promesse di sviluppo mai realizzate e diffidenza, quando non palesi attacchi di stampo razzista.

Dei Tuareg e del Movimento  per la liberazione dell’Azawad, MNLA,  si  è detto molto in questo blog – vedere tag Azawad e tag Tuareg – sottolineando nell’articolo TUAREG: vogliamo la Repubblica democratica e laica dell’Azawad  la richiesta all’Onu di riconoscimento dello stato autoproclamato nel 2012. La risposta non è arrivata da Ban-ki-Moon ma da AlQaeda. I movimenti autoctoni aspiranti alla legittimità si sono trovati fra due fuochi: l’esercito del Mali e le milizie alqaediste.

mappa Sahel

Fascia del Sahel controllato dalla Francia

In questa situazione, la Francia ha avuto buon gioco di lanciare nel gennaio 2013 l’operazione Serval, inviando centinaia di soldati francesi e servendosi del contributo dell’esercito del Chad. Lo scopo, cacciare il terrorismo dalla regione, è stato dichiarato raggiunto nel luglio di quest’anno, nonostante l’evidenza contraria di continui attacchi. Infatti è immediatamente seguita l’operazione Barakhane: un contingente di 3000 soldati permanentemente stanziati a D’amena, con il contributo di 5 paesi africani, tutti in mano a “fedelissimi” dell’Eliseo: Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger oltre al già citato Chad. Soldati francesi pronti a intervenire dove Parigi riterrà necessario: di fatto, un controllo illimitato del corridoio fra l’oceano Atlantico e il Mar Arabico. Non tutto fila liscio, però. Il Chad ha denunciato lo sfruttamento del suo contingente militare in Mali che, esposto costantemente in prima linea,  lascia sul campo decine di morti.

Certamente AlQaeda nel Maghreb, Aqmi, Ansar Dine e Mujao sono dei nemici per la popolazione dell’Azawad, ma in modo più nascosto e pervasivo, lo è altrettanto la politica d’invasione, sfruttamento, controllo che il consesso internazionale permette alla Francia di portare avanti. L’Areva francese, che sfrutta le miniere di uranio, è la causa per cui il Niger è fra i paesi più poveri del mondo. Le ricchezze del continente africano prendono la via dell’Europa e dell’America lasciando sul posto miseria e conflitti.

Per giungere a una normalizzazione dei rapporti fra Nord e Sud del Mali, da alcuni mesi tutti gli attori coinvolti s’incontrano ad Algeri. La prima difficoltà: dare all’Azawad una voce unitaria, invece di un coro dissonante di falchi e colombe. Seconda difficoltà: smuovere il governo di Bamako dalla sua inerzia, fatta di promesse di sviluppo mai mantenute. Il sentimento della popolazione?

Lo esprime chiaramente AlHader ag-Mohamed, membro degli organi esecutivi MNLA e della Commissione Diritti Umani, in un articolo nel sito Toumastpress  dal titolo inequivocabile: Adesso basta!

AlHade ag-Mohamed Azawad MNLA

Alhader-Ag-Mohamed

[…] La crisi dell’Azawad, è in primo luogo di uomini e donne, che vivono in condizioni di estrema insicurezza e sotto la minaccia dell’esercito maliano pronto a lanciarsi in abusi e massacri, e sognano solo di libertà. Uomini e donne della diaspora nel mondo, che sperano che in una vera e propria patria per tornare a vivere con dignità. […] Se i negoziatori dell’Azawad non hanno diritto all’errore, la comunità internazionale, che sostiene i negoziati in corso in Algeri, altrettanto deve evitare di spingere i protagonisti a false soluzioni. Deve considerare nei suoi approcci, il fatto che il popolo dell’Azawad ha espresso più volte il suo desiderio di essere libero e indipendente. A questo proposito, la Francia, ex potenza coloniale, dovrebbe essere in posizione neutrale, considerando che la gente dell’Azawad ha diritto, come altri popoli del mondo prima di loro, all’autodeterminazione. Questo è un diritto sancito da molti strumenti giuridici internazionali, tra cui la dichiarazione universale dei diritti umani.

Che cosa si può realisticamente discutere ad Algeri? Sono mature oggi le condizioni per permettere all’Azawad di diventare uno stato indipendente o occorre ripiegare su richieste più limitate? E’ la domanda che ho posto a AlHader.

Beh, ti voglio dare la vera risposta. Il MNLA – in questo momento- ha rinunciato all’indipendenza a causa della pressione della comunità internazionale, nella speranza di ottenere una federazione. Nel frattempo, te lo dico chiaro, anche se otteniamo oggi il Federalismo, continueremo la lotta per l’indipendenza. Consideriamo il Federalismo una tappa verso l’indipendenza.

E’ proprio quello che ripetono da Bamako: i Tuareg vogliono il federalismo come tappa verso l’indipendenza. Con questo timore il Governo maliano rallenta la discussione, insistendo genericamente sulla concessione di una decentralizzazione amministrativa per la regione, respingendo, non solo la dichiarazione d’indipendenza, ma anche quella dello stato federale.

Su uno stato del Mali a sistema federale, invece, si sono accordati ai primi di settembre gran parte dei movimenti politici dell’ Azawad, compreso il MNLA. Questa richiesta significa, in pratica, che al governo di Bamako resterebbe solamente la gestione della politica estera, mentre tutte le questioni locali, come ambiente, cultura, gestione e sicurezza del territorio, ordine pubblico, fiscalità, sviluppo economico istruzione, sanità, ricchezze minerarie, acqua ecc. sarebbero gestite da un Parlamento e da un governo locali.

La Conferenza di Algeri ha sospeso i lavori  fino alla nuova convocazione fissata a metà ottobre. Il tempo che separa da quella data sarà impiegato per attrarre a questa piattaforma unitaria le componenti politiche che ancora non l’hanno sottoscritta.
Ai colloqui di Algeri, tuttavia, il convitato silenzioso e più potente è l’Eliseo. Parigi ha dimostrato di giocare disinvoltamente su due tavoli ottenendo spesso, oltre alla servile fedeltà del governo di Bamako – instaurato a seguito del golpe a pochi giorni da elezioni regolari nel 2012 – anche l’appoggio di fazioni Tuareg. Se prima della ripresa del terzo round di colloqui l’operazione Barkhane non potrà vantare effettivi successi contro il terrorismo della regione, la Francia avrà buon gioco nell’ostacolare ancora il salto nel buio, tale  obiettivamente è, di uno stato federale.

 

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Far la guerra all’Isis in Iraq: un commento

26 settembre 2014

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aerei-bombardano-iraq[...] Oggi, l’America è ancora una volta impegnata a formare una coalizione contro lo Stato islamico (ISIS) e cominciare un’altra guerra nella regione. Tralasciamo per un momento la questione se l’ISIS ha oppure non ha  la capacità di combattere contro gli Stati Uniti, il problema principale riguarda i civili, le persone comuni. Quante dovranno fuggire dalla guerra, quante moriranno, quante famiglie saranno annientare, paesi e città distrutti. Per i civili ci saranno solo morte e oppressione poiché – a causa della logica degli Stati Uniti – questa gente potrà solo combattere contro l’ISIS per  per conto dell’America oppure diventare ​​bersaglio (come accaduto già agli afghani) di indiscriminati bombardamenti della coalizione americana; per la distruzione di interi villaggi e città basterà rilasciare dei comunicati stampa manipolati.
Ora poniamo la questione, come si è arrivati ​​a questo scontro? Chiaramente l’America è responsabile di questa situazione, proprio come in Afghanistan, perché ha instaurato e sostenuto un governo brutale, corrotto e irresponsabile, apertamente respinto dal popolo iracheno. E ‘solo il risultato naturale di una tale oppressione se in Iraq si è prodotta una spirale fuori controllo.
Seconda questione: il governo americano, l’opinione pubblica, gli intellettuali e la classe colta possiedono il senso comune per programmare una valida alternativa alla guerra? Se la risposta è sì, allora perché tanta enfasi sulle soluzioni belliche? Perché non il ricorso ad altre misure? Se, invece, vi è mancanza di pensiero razionale e capacità di pianificazione (e gli indizi suggeriscono che è così), allora si dovrebbero ascoltare le raccomandazioni costruttive di altri studiosi [...]

Qual’è la fonte di queste considerazioni?
Una ONG?  Gino Strada?  Massimo Fini? Il  M5S? O Noam Chomsky?

 

Potrebbe. Invece il testo prosegue: Continua a leggere…

Quello strozzino razzista e misogino di nome Voltaire

25 settembre 2014

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Arouet-VoltaireE’  una delle citazioni più fortunate “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. L’ha appuntata come una medaglia sul bavero di Marie François Arouet, nickname Voltaire, una sua biografa. Lui non l’ha né detta né scritta. Come avrebbe potuto nutrire tanta magnanimità, lui che auspicava dalle autorità ginevrine una severa azione contro le opere di Rousseau? Molte sue frasi non compaiono nelle traduzioni moderne. Offuscherebbero il mito, paradossalmente costruito dai posteri, del cultore dell’Illuminismo.

Nella sua vita Voltaire ha amato soprattutto il protagonismo e il denaro; amava il gioco d’azzardo e fra i suoi lucrosi affari, anche il prestito: a tassi esorbitanti. La disinvoltura scevra da scrupoli con cui gestiva la vita finanziaria gli è valsa perfino un libro Ménage e finances de Voltaire, del 1854.

Ha alternativamente blandito e azzannato i potenti, è stato esule e cortigiano.

Emilie-Chatelet

Madame de Chatelet

Si è salvato dalla cattura nascondendosi nella casa di campagna della fedifraga ed insigne scienziata Emilie de Châtelet.

madame Pompadour

Madame de Pompadour

Si è reintrodotto a corte grazie alla protezione della favorita regale ed eminenza grigia del potere in Francia  Madame de Pompadour.

Ciononostante, Voltaire si rivela senza pudore un ingrato e patetico misogino : Continua a leggere…

TORINO, la FIAT e la sua CLASSE OPERAIA

18 settembre 2014

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 Fiat Mirafiori

Veduta Fiat Mirafiori

maestranze nel 1973   60.000> 2014  6.000

 ***

 

Alessandro Perissinotto
LE COLPE DEI PADRI, Da Cap. 6 : La sindrome di Stoccolma, ed. PIEMME
 

Officina Mirafiori“Perché adesso mi rendo conto che noi ci tenevamo all’azienda più di quanto ci tenessero i padroni; nessuno di quelli della mia età, ma anche di quelli più giovani, riuscirebbe a immaginare Mirafiori senza la Fiat Mirafiori; i padroni, invece, ci riescono. Tenevamo alla fabbrica, alle fabbriche, come alla nostra casa. Lo so che è difficile da credere, ma, appena finita la guerra sono stati gli operai di loro spontanea volontà ad andare a togliere le mine che i tedeschi avevano messo negli stabilimenti. Io nel ’45 avevo ventire anni e, malgrado avessi fatto il partigiano, quando si è trattato di sminare la Grandi Motori mi tremavano le mani, però l’ho fatto. L’ho fatto per Torino è vero, ma in fondo tutto il beneficio e andato ai padroni. E ai padroni di adesso non gli chiedo di andare a rischiare la vita, però un pensiero per la loro città dovrebbero anche averlo… Diofà.”

[…] “E la disciplina, ti dicevo, la disciplina era ferrea. Guai ad allontanarsi dalla linea di qualche passo! I capi reparto erano sempre pronti a darti la multa. E poi c’era la dittatura dei capi linea. Quando ero alle Grandi Presse il capolinea era quello che infilava il foglio di lamiera nella prima macchina: era lui che dava il ritmo. Se dalla prima macchina uscivano, metti caso, venti pezzi al minuto,  la seconda macchina, a catena, doveva farne anche lei venti.
[…] Solo che il capolinea a fine anno percepiva la “busta nera”,  un premio di produzione che dipendeva dal rendimento della sua linea. E c’erano a volte dei farabutti che per intascare qualche soldo in più facevano lavorare gli altri in modo massacrante, perché non tutte le macchine sono uguali.
[…] Eravamo cronometrati anche quando andavamo al gabinetto ed era già tanto se il capo reparto ti mandava la sostituzione per  permetterti di andarci. Alla fine, a meno che non ci 
scappasse la grossa, non chiedevamo neanche più di andare al cesso: pisciavamo nelle scocche. Poi le scocche arruginivano, ma mica potevamo farcela addosso. Dovevi vedere come eravamo vestiti: mica ci davano la tuta. A casa rimediavamo tutti gli stracci che potevamo metterci addosso. Lo sai come la chiamavamo la fabbrica all’epoca?”
Guido lo sapeva, come lo so io, come lo sanno tutti qui: la chiamavano La Feroce. Perché divorava vite. “E’ per questo” proseguì il vecchio “che mi viene il nervoso a pensare che un giorno, neanche troppo lontano, non ci sarà più, Che sarà in America. Dopo tutti i sacrifici che abbiamo fatto”

******

POI ARRIVARONO  IL 1969…. IL  1973 … E MIRAFIORI FU
CAPITALE  DELLE LOTTE SINDACALI D’ITALIA

Racconto di Riccardo Braghin,
delegato sindacale, protagonista di quel periodo storico

 

 

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Il processo a Nimr Al-Nimr: un aspetto della campagna globale contro tutte le Religioni

16 settembre 2014

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-Nimr Al Nimr: pena di morte commutata
-Distinzione tra Islam Sciita e Sunnita
-La “globalizzazione economica” contro le Religioni

Nel sistema giuridico dell’Arabia Saudita i processi hanno caratteristiche molto differenti da quelli celebrati in Occidente. Manca la certezza delle pene in rapporto al crimine, poiché  i Tribunali applicano sia le leggi dello Stato sia le opinioni di studiosi  punta, il che rende la Sharia wahabita più flessibile di quanto si pensa abitualmente della legge islamica e meno prevedibile nella sua applicazione.
Processi veri e propri avvengono in Arabia Saudita solo per personalità di spicco e non in forma pubblica; al meglio è concessa la presenza dei famigliari e dell’avvocato difensore. Impossibile seguire l’andamento del dibattito dal quale emergeranno la sentenza e la pena da applicare, pertanto non possiamo conoscere con quali motivazioni la Corte ha rigettato il giorno 16 settembre la richiesta da parte dell’Accusa di condannare a morte per il teologo e attivista dei diritti umani Nimr Baqui al-Nimr, commutandola in una condanna a 17 anni.  L’ultima parola non è ancora detta, la Difesa ha presentato appello contro la condanna e l’udienza avverrò il 10 ottobre.
Della figura di Nimr, delle circostanze dell’arresto e delle condizioni della detenzione si è parlato in post precedenti. Ora si può tentare qualche considerazione sulla sentenza emessa, così come essa risulta al momento. Continua a leggere…

ISIS, le domande che i media non (si) pongono

14 settembre 2014

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Quanti sono i miliziani ISIS ? Perché l’ISIS sfida direttamente Obama? Perché la scelta delle vittime e i video formano un serial da interpretare? Perché  manca l’allarme sul delinearsi di un fronte esplosivo nella zona India-Pakistan, potenze nucleari? Quale effetto sortiranno i bombardamenti contro l’ISIS?

Obama e CameronJihadismo è galassia in espansione. Obama, gli alleati e l’informazione mondiale dietro di lui, dal mucchio estraggono ISIS come target dell’ ennesimo intervento “correttivo” americano. Vi sono analisi che i media non fanno, domande che non pongono, risposte che non danno.

Quanti sono i miliziani ISIS ?

Fino alla vigilia della seconda decapitazione di un occidentale, la CIA stimava trattarsi  10 mila combattenti; poi, improvvisamente,  sempre la CIA scopre trattarsi di 31.000.

jihadisti

Siria: Jihadisti con Tablet seguono l’arrivo dei rinforzi

Impossibile sbagliarsi tanto clamorosamente in buona fede dal momento che l’ISIS da sola sta combattendo contro due governi, Iraq e Siria, contro Hezbollah, Peshmerga, PKK, Milizie irachene, Awakening degli Sciiti iracheni, Al-Sheitaat Tribes in Siria, esercito libero siriano FSA, equipaggiato in modo palese dall’Occidente, e contro Al Nusra e Islamic Front, oltre ad altri gruppi locali minori e centinaia di soldati americani inviati in Iraq. Come potrebbero tenere aperti tanti fronti se non potessero contare su un numero di combattenti molto più alto di  31.000 unità? Continua a leggere…

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