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La diaspora dei Palestinesi: la più numerosa e frammentata

aprile 22, 2014

mcc43

Bandiera Palestina e Handala Specificità del rifugismo palestinese e manovre ONU/ Numeri e segmentazioni del popolo Palestinese/ Profughi in Libano e diritti inesistenti/ Prossimo incontro con i Palestinesi del Libano

 

 

In modo confuso, ma pervicacemente applicato, l’Onu ha reso i Palestinesi una diaspora d’eccezione nella galassia mondiale dei rifugiati. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR fondato il 14 dicembre 1950, è preposto alla tutela dei diritti di tutti i rifugiati del mondo,  tranne che dei Palestinesi.
Non esiste alcun ente internazionale che abbia il compito istituzionale di difendere i Diritti dei Palestinesi.

Comitato internazionale per i diritti dei Palestinesi

Committee on the Exercise of the Inalienable Rights of the Palestinian People

Nel 1975 l’ONU maschera questa vergogna creando un Comitato di Nazioni (Afghanistan, Belarus, Cuba, Cipro, Guinea, Guyana, India, Indonesia, Laos, Madagascar, Malaysia, Mali, Malta, Namibia, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Senegal, Sierra Leone, South Africa, Tunisia, Turchia, Ucraina e Venezuela!) cui delega la stesura di un programma per autodeterminazione, indipendenza e  sovranità, nonché per il ritorno alle case e proprietà perdute. Nulla di concreto né di politico, una iniziativa formale.

La specificità del rifugismo palestinese e le manovre dell’Onu

Un’organizzazione dedicata interamente ai Palestinesi esiste dall’8 dicembre del 1949 ed è l’UNRWA: “Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro dei Profughi Palestinesi nel Medio Oriente”. La sua competenza, come si vede, non attiene ai diritti ma all’assistenza per renderli economicamente indipendenti. Scopo non raggiunto, fondamentalmente perché chi non ha diritti non può nemmeno contare sulla libertà di crearsi una professione o ottenere un impiego e accidentalmente perché i Palestinesi sono un popolo disperso che vive situazioni difformi, in progressivo peggioramento per le ricadute dell’instabilità del Medio Oriente.

Originariamente il mandato  dell’ UNRWA riguardava i  fuoriusciti del ’48: i profughi della  Nakba. In pratica, solo quelli che potevano dimostrare di essere stati residenti in Palestina, di aver perso, andandosene non per propria volontà, sia la casa sia i mezzi di sussistenza, e i loro discendenti. 

Prima complicazione: non tutti i profughi provenivano direttamente dalla Palestina; alcuni avevano prima cercato rifugio in paesi come la Libia e il Kuwait, da cui in seguito erano stati espulsi.
Seconda complicazione: il mandato Onu escludeva i rifugiati per motivi verificatisi dopo la Nakba, quali i profughi del 1967 a causa della Guerra dei Sei giorni.
Terza complicazione: non tutti i rifugiati si registrarono negli elenchi dell’UNRWA; per varie e complesse ragioni molti si registrarono solamente presso gli stati di accoglienza.

Secondo le “stime” l’UNRWA si occupa di circa 5 milioni di persone dislocate in 59 campi profughi riconosciuti, ubicati in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza.

Un unico dato accomuna tutti i Profughi Palestinesi: la sottile perfidia dell’esclusione dalla protezione UNCHR perché, a differenza degli altri profughi che provengono da uno stato, i Palestinesi provengono dal nulla. Prima furono sudditi dell’Impero Ottomano, dopo la sconfitta turca nella Prima Guerra Mondiale passarono sotto il protettorato britannico, infine la loro terra venne quasi interamente occupata dallo stato di Israele. Lo specifico dramma dei Palestinesi è tale che alla condizione di rifugiati si sovrappone quella di apolidi.

Un’altra circostanza concorre a rendere negletta la loro condizione; il sostegno internazionale che i “Palestinesi” ricevono da singoli e da organizzazioni è inquinato da un latente inconfessabile antisemitismo, che devia l’attenzione su quelle realtà che direttamente subiscono le azioni repressive e spesso criminali del governo di Israele. E’ così che di Palestinesi si parla di volta in volta per bombardamenti su Gaza o per le quotidiane vessazioni in Cisgiordania.

Paradossalmente, solo le angherie degli israeliani porterebbero agli onori della cronaca i Profughi, rendendo “semplice” da sostenere la loro complicatissima situazione; a riprova di ciò si consideri il silenzio sull’esodo dei Palestinesi dalla Siria, dove il conflitto non coinvolge i soldati di Tel Aviv. Nel campo di Yarmouk, in pratica una città di 150.000 persone, sono rimasti poco più del 15% degli abitanti, ma la loro condizioni di eterni scacciati non ha colpito i grandi media e ben poco le tante sigle pro-palestinesi; fa eccezione un articolo di inchieste.repubblica

 

I numeri e le segmentazioni del popolo Palestinese

Organismi sovranazionali e stati non hanno interesse a contare esattamente quanti siano i Palestinesi, si parla quindi di “stime”. Sono circa 7 milioni quelli che nel mondo definiscono se stessi Palestinesi  e sono così segmentati.

1) I Non  Rifugiati

-Sono i Palestinesi che risiedono nei confini dello stato di Israele e hanno la cittadinanza israeliana, pur essendo oltre il 20 % della popolazione vivono come cittadini di seconda categoria .
-Sono quelli che fuggirono prima della Nakba verso i paesi vicini, soprattutto in Libano: persone colte e benestanti che travasarono le loro risorse  materiali, professionali e culturali nel misero Libano di quel tempo. A questi fu data subito e con entusiasmo la nazionalità libanese.
-Sono i Palestinesi della diaspora in Europa e in America: persone emigrate individualmente, direttamente dalla Palestina o fuoriusciti dai campi profughi.
-Sono i residenti della Cisgiordania, o West Bank: abbozzo dello “stato” palestinese recentemente accolto all’Onu come osservatore non membro.
-Sono i residenti nella Striscia di Gaza, soggetti più di altri alle mutevoli condizioni dei paesi vicini, target privilegiato delle incursioni aeree israeliane.
- Sono i residenti in territori occupati da Israele che li amministra: Gerusalemme Est e le Altu
re del Golan.
- Sono i residenti nella Penisola del Sinai, che appartiene all’Egitto.

2) I Rifugiati

-Sono i Profughi nei vari paesi del Medio Oriente:  comunità differenziate a seconda della normativa applicata dallo stato di accoglienza (diritti di cittadinanza  piena in Giordania,  limitata in Siria,  gli stati più avanzati nei loro confronti)
-Sono i Profughi dalle zone occupate dagli Israeliani che risiedono nei campi profughi della West Bank e di Gaza.
-Sono i nuovi profughi arrivati in Egitto dalla Siria, che vivono in campi “non ufficiali”

-Sono, infine, i Profughi nel Limbo: quelli che vivono nei 12 campi del Libano


In tutta evidenza, per il popolo di Palestina la geografia della dispersione e la stridente varietà di situazioni si accompagnano a una pluralità donna palesrinesedi culture diasporiche. Il bilanciamento delle profonde differenze  che si sono formate avviene nella riunificazione immaginaria di tutte le comunità allorché l’ingiustizia storica sarà sanata e il “Diritto al Ritorno” realizzato. Occorrono aiuti esterni affinché tale immaginario conservi la sua forza di coesione e  
la legittimazione dello Stato di Palestina come osservatore all’Onu permette, per esempio, di chiedere all’ UNRWA l’insegnamento nelle sue scuole della storia e della geografia della Palestina.La questione della memoria e della narrazione è, ad oggi, un tema centrale per l’identificazione dell’identità palestinese che, privata dell’ufficialità della Storia, continua a vivere grazie al racconto orale ” osserva Kassem Aina, direttore della storica Ong palestinese in Libano Beit Aftal Assomoud. 

 

 I Profughi in Libano

I Profughi dei campi libanesi sono il gruppo che si differenzia maggiormente dal resto del popolo palestinese. Fortemente politicizzata, è la componente diasporica che ha visto l’esordio della resistenza palestinese che continuò per ventitré anni fino a quando, per l’assedio sia della Siria che di Israele, venne sconfitta e  la leadership forzatamente dislocata da Beirut a Tunisi. Furono poi i Palestinesi dei territori occupati a riprendere in mano la fiaccola dei fedayn libanesi e a trasferire l’Intifada nel cuore stesso della Palestina.
Le vicende del Palestinesi in Libano sono fortemente intrecciate con quelle della nazione stessa, sia in veste di attori sia come bersaglio di forze a loro opposte.

Bashir e Pierre Gemayel

Bashir e Pierre Gemayel

All’inizio degli anni Settanta il Libano era sull’orlo di quella violentissima guerra civile che durò fino al 1990. La componente cristiano-maronita, la più ricca e nazionalista del paese che rivendicava a sé la vera libanesità, temeva di essere soverchiata dall’islamici. L’ala armata della Falange, milizie fasciste, di Pierre Gemayel  e la milizia delle Tigri del Libano nel 1976 assediano e distruggono alcuni campi: è il massacro di Tall el-Zatar.  Tanto vale la protezione dell’UNRWA in simili circostanze!  Nel 1978 arrivano gli israeliani, è la loro prima invasione del Libano. I campi profughi del Sud sono assediati e bombardati con l’obiettivo preciso di distruggere l’OLP comandata da Arafat.  Con la seconda invasione, giugno del 1982, l’esercito israeliano si spinge fino alla capitale. Beirut è occupata, i campi profughi meridionali travolti e Israele sperimenta sui Palestinesi le bombe al napalm e al fosforo giallo. E’ anche l’anno del massacro di Sabra e Chatila. Sotto il pretesto dell’assassinio del neo-eletto presidente maronita Bashir Gemayel (figlio di Pierre)  le Falangi , comandate da Elie Hobeika , con il supporto israeliano irrompono  nel campo di Chatila e nella zona adiacente di Sabra, dove ormai erano rimasti soprattutto donne bambini e anziani; nel corso di due giorni sterminano a freddo oltre duemila persone.  Un massacro che nessuna tattica di guerra poteva giustificare perché fin dall’estate era stata decisa, sotto l’egida degli Stati Uniti, l’espulsione dal Libano dei quadri dell’OLP e di migliaia di fedayn, in parte già allontanatisi dai campi. Ferocia pura, condannata finora solamente dal Tribunale di coscienza di Kuala Lumpur.  Le truppe israeliane, costrette dalla pressione internazionale a sgombrare da Beirut nel 1985 rimasero nel Libano meridionale, asserragliando i campi profughi. I campi della capitale erano assediati dall’esercito libanese, quelli settentrionali e della valle della Beqaa controllati da Siria. Durante la guerra civile si formarono le milizie dei musulmani sciti, Hezbollah, e furono queste a sconfiggere Israele e  i suoi alleati dell’ESL, esercito libero libanese, liberando il Libano meridionale nel 2000.

 

I diritti inesistenti dei Palestinesi in Libano

Se l’UNRWA ha per mission condurre i profughi all’autonomia economica, in Libano non vi è riuscita. Essi vivono della microeconomia del campo e dei sussidi delle Ong. Non possiedono documenti, non possono quindi essere assunti e costituiscono la massa lavoratrice occupata saltuariamente, soprattutto nell’edilizia, e sottopagata. Non possono godere di diritti di proprietà fuori dal campo, sovraffollato, entro cui sono registrati. Aleatoria è la concessione dei permessi per far entrare entro i confini del campo i materiali da costruzione. Se un profugo riesce, miracolosamente visti i costi dell’istruzione, a conseguire una laurea la legge lo bandisce dall’esercizio della professione.
In questa condizione l’appartenenza politica diventa un forte senso d’identità, si creano fazioni e talvolta nascono conflitti, come all’inizio di aprile quando, in un campo vicino a Sidone, si sono affrontati per due ore i sostenitori dell’ex comandante di Fatah e i membri di Ansar Allah, gruppo vicino a Hezbollah, lasciando sul terreno otto morti.

Tutto quanto descritto finora evidenzia un dilemma gravissimo e specifico della diaspora palestinese in Libano. I corni del dilemma consistono nella visione strategica del futuro, ma segnano un’ulteriore segmentazione: quella anagrafica. Da un lato: la memoria, l’identità, lo sradicamento che si riassumono nel Diritto al Ritorno, sacro per le generazioni che hanno ricordi della Palestina. Dall’altro: la rivendicazione dei diritti fondamentali lì ove si trovano, nel Libano, attraverso un’integrazione che dia gli stessi diritti politici, sociali ed economici di tutti gli altri libanesi.
Esiste una complicazione ulteriore per questi profughi nel perseguire il Diritto al Ritorno.  La maggioranza di coloro che affluirono in Libano nel ’48 provenivano dall’alta Galilea, da villaggi che ora non è più possibile esigere perchè con gli accordi di Oslo sono diventati parte di un territorio non più contrattabile, ceduto irrevocabilmente ad Israele.

In realtà le due opzioni non si escluderebbero, ma è il Libano stesso a creare questa precondizione secondo la quale una scelta esclude l’altra: la negazione dei loro diritti fondamentali è da sempre presentata dalle autorità come una cautela psicologica, affinché “non dimentichino” e continuino a volere il Ritorno.

Abu Mazen firma

Abu Mazen firma le adesioni alle organizzazioni internazionali

Quest’artificiosa inconciliabilità è altresì strumento, di volta in volta, di negoziazione, ricatti, lusinghe del mondo politico. Quello interpalestinese, le élite politiche di Ramallah e di Gaza, quello esterno: Israele, la Lega Araba e l’intero consesso internazionale.Con la Palestina accolta all’Onu come stato osservatore qualcosa si potrà ottenere nel campo dei diritti anche per questi rifugiati. 

 

 Il prossimo incontro con i Palestinesi del Libano

La Delegazione della Onlus Un Ponte per.. , che da anni collabora con l’organizzazione palestinese di Beirut Beit Aftal Assomoud, sarà in Libano dal 24 aprile all’1 maggio. Una visita di solidarietà prima di tutto morale, che ha per i Profughi un’importanza vitale, non è esagerato dire, come dimostrano queste  dichiarazioni raccolte dall’antropologa Erika Lazzarino, dell’Univerità di Bologna,  che ha soggiornato a lungo  nei campi, precisamente per motivi di conoscenza e ricerca.

“Per ciò che riguarda gli stranieri che vengono qui e ci aiutano e raccolgono le nostre testimonianze, come adesso, io penso che il loro sia un lavoro utile alla diffusione della conoscenza delle condizioni disumane in cui vivono i palestinesi. (Kassem Mouhammad Abou Jamous, campo di Shatila)

Spero davvero che tu possa raccontare alla tua gente cosa hai sentito, visto e percepito di noi profughi palestinesi qui in Libano (Mahmoud Mohamad Abdel Sallam Abul Hiejaa, campo di Burj El-Barajneh)

Ti ringrazio per quello che stai facendo, perché diffondendo queste testimonianze tu supporti la resistenza che i palestinesi stanno portando avanti. (Lofte Mahmoud Setta, campo di Burj El-Barajneh)

A proposito del lavoro degli stranieri che vengono qui come te, penso che sia buono perché abbiamo avuto la prova che ci aiutano davvero, stanno dalla nostra parte, a differenza, per esempio, di tanti arabi e musulmani che non ci amano affatto. Di gente che mente e odia i palestinesi ce n’è in tutto il mondo. (Khajrija Ali Dghein, campo di Burj El-Barajneh)

 

Pensando a questa necessità espressa dai Profughi, il post termina, mentre mi preparo a prendere parte alla Delegazione di Un Ponte per…, con il sincero ringraziamento per chi ha letto, per chi ricorderà, per chi informerà coloro che ignorano la situazione al limite della sopportazione nella vita quotidiana,la persistente memoria dell’offesa e il tormento che logora le condizioni di salute dei Palestinesi Profughi in Libano. 

 

 

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mappa Impero Ottomano 1914

Impero Ottomano, 1914

Prima del 1918 la Palestina era parte dell’Impero Ottomano.
Alla fine dell’800, dal punto di vista religioso, la popolazione contava 86% di Musulmani, 10% di Cristiani, e 4% di Ebrei.
Tutti loro si pensavano connazionali e sudditi dell’Impero Ottomano. In “quella” Palestina il problema era il medesimo di ogni altra comunità, da sempre: il dislivello economico, le tensioni fra i ricchi e i poveri.
Poi scoppiò la guerra.
Con la Prima Guerra mondiale, si forma un sistema di alleanze che vede da un lato Germania, Austria-Ungheria, Regno di Bulgaria e Impero Ottomano, dall’altro Russia, Francia e Gran Bretagna.

La componente ebraica in Palestina inizia a rafforzarsi dagli inizi del ’900 con il diffondersi dell’ideologia sionista che attrae nuovi migranti. Una folta colonia di ebrei russi, da poco tempo insediatisi, veniva guardata con sospettodalle autorità ottomane fin dallo scoppio della guerra. Un sospetto fondato sul loro diffuso orientamento laico e sulla possibilità di persistenti legami con la ex-madrepatria, ora parte del fronte nemico. Continua a leggere…

Algeria alle urne, col fiato sospeso

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Solo marginalmente toccata dall’ondata delle “rivoluzioni arabe”, l’Algeria è alle prese con una fase economica sociale e politica molto critica. Il settore energetico, pilastro delle finanze nazionali, subisce il calo della domanda globale. La giovane popolazione (70% sotto i 30 anni) soffre di una cronica disoccupazione. Il 17 aprile avverranno le elezioni presidenziali e Abdelaziz Bouteflika si presenta per la quarta volta.

Abdelaziz BouteflikaLa sua candidatura non dispiace all’Europa e all’America, clienti del suo export petrolifero, che contano sulla stabilità algerina per la lotta al terrorismo della regione. Con l’appoggio dell’esercito, dai cui ranghi proviene,  Bouteflika è riuscito nel compito di mantenere stabile il paese, ma ora l’età avanzata e la salute malferma dopo l’attacco ischemico che lo ha tenuto per due anni lontano dalla scena pubblica – e anche dal paese per una lunga ospedalizzazione in Francia – pongono interrogativi che non è eccessivo definire angosciosi. Alla porta dell’Algeria pre-elezioni  ha bussato John Kerry per  “rallegrarsi” della trasparenza con cui si svolge il processo elettorale. Un “endorsement” americano dello status quo. Un messaggio criptato per i molti che denunciano l’irregolarità di questa quarta candidatura.

Scrive il quotidiano Lematin.dz  “La realtà è che il Consiglio costituzionale avrebbe dovuto dichiarare inammissibile la candidatura di un uomo colpito da grave malattia al ruolo di presidente che ovviamente gli sarà impossibile esercitare. […] L’articolo 88 della Costituzione prevede espressamente che “in caso di malattia grave e duratura, il Presidente può sospendere la propria attività per un periodo di 45 giorni. E se non è in grado di riprendere la sua funzione di fine di questo periodo, sarà dichiarato lo stato di vacanza (della Presidenza) ”.

 

Una decina di candidati sfida la quarta candidatura di Bouteflika.  

  [vedere la foto in fondo all’articolo]  Continua a leggere…

Posti di lavoro addio! Bill Gates, i governi ottusi e i cittadini disinformati

aprile 2, 2014

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Diffusione dell’automazione e lamento per la disoccupazione/ Il monito di Bill Gates e il ritardo della politica/ L’incombente minaccia sulla classe media

job seekerParlando al think tank The American Enterprise Institute ,  Bill Gates ha detto che entro 20 anni, un’enormità di posti di lavoro sparirà e sarà sostituita dai software d’ automazione 

Nemmeno Leibnitz potrebbe affermare che è il migliore dei mondi possibili quello in cui avviene un’abissale dicotomia fra l’esperienza reale e la ricerca delle soluzioni per i problemi.

Ciascuno si rende conto che nell’eseguire le quotidiane normali attività è sempre più a contatto con macchine o costretto a interagire con il computer. Dall’emissione del biglietto di viaggio fino ai controlli in treno, tram, metropolitane l’esistenza della persona-lavoratore non è più la norma della necessità. Lo stesso avviene  con le banche, l’Inps e altri uffici pubblici. Gli acquisti, dalla spesa settimanale a quello di libri e perfino medicinali, si possono fare in rete senza intervento del venditore. Mansioni di operai dell’industria, autisti, portalettere, facilitatori che erogano informazioni e assistenza sono drasticamente in riduzione. I barman? Muti metallici distributori di prodotti confezionati nella plastica.

 

Un ristretto gruppo di esperti nella creazione dei software sostituisce milioni di lavoratori.
La dicotomia consiste nel gaudio con cui la generalità delle persone celebra l’automazione e contemporaneamente si straccia le vesti per la mancanza di posti di lavoro. 
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Il dono del Sahara

marzo 30, 2014
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«C’è nella solitudine,
una volontà di rifuggire dalle cattive frequentazioni »

Tamasheq nel Sahara

Omar Ibn Khatta( La Mecca, 581 circa – Medina, 3 novembre 644) 

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Il buon compleanno di Abu Mazen

marzo 27, 2014

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Mahmoud Abbas alias Abu MazenE’ nato il 26 marzo 1935 e il suo nome è  Mahmūd Abbās , ma  si fa chiamare ABU MAZEN, Padre di Mazen, dal nome dei figlio morto improvvisamente per un attacco cardiaco. Questo dice qualcosa dell’uomo, mentre del politico  dice molto il non esser mai stato nemmeno lontanamente avvicinato ad atti di terrorismo, l’aver avuto la visione e la capacità di portare all’ONU il nome Palestina” insieme alla parola “stato”, e il suo perseverare nel tentativo di un percorso di pace con Israele.

Contro di lui si può dire che persiste a capo dell’Autonomia Palestinese oltre il mandato elettorale. Per ambizione? Difficile affermarlo tenendo in considerazione la situazione della galassia del popolo palestinese nella quale in troppi cercano di aprire sempre più grandi spaccature. La presenza continuata di Abu Mazen è un argine contro le manovre di ambiziosi doppiogiochisti come Mohammad Dahlan.

Il giorno del suo 79_mo compleanno l’ha trascorso con John Kerry, il quale aveva Kerry e Abu Mazen interrotto la visita a Roma per incontrarlo nella capitale giordana. Obiettivo  ufficiale era “riavvicinare le posizioni” tra palestinesi e israeliani. “Costruttive” sono state definite queste discussioni, il che realisticamente significa che nessuno si  è ancora dato definitivamente per vinto.

Ismail Haniyeh e Abu MazenGli si può imputare la spaccatura con Hamas che governa la Striscia di Gaza? Il nodo sta nel diverso atteggiamento sul dialogo/lotta aperta verso Israele di Abu Mazen e di Ismail Hanyeh, leader di Hamas. Quello che si può imputare a entrambe le parti palestinesi è la rigidità sulle proprie posizioni.
Questo il passato, il presente è cominciato il 4 maggio 2011, appena crollato il regime egiziano di Mubarak, quando Abu Mazen, come presidente dell’Autorità palestinese (Ap), e Khaled Meshal, come capo dell’ala politica di Hamas, hanno firmato a Il Cairo un accordo di riconciliazione. Obiettivo: la nascita di un governo di unità nazionale composto di tecnici, con il compito di organizzare, entro un anno, le elezioni per il rinnovo del presidente e del parlamento dell’Ap e per il Consiglio nazionale palestinese, l’organo legislativo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), e di intraprendere la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Tutto va a rilento, ma  è riconfermato Politico di buona volontà, Abu Mazen, e di questi tempi è molto.

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L’Italia dei macachi

marzo 23, 2014

mcc43                                                                                                                                                          Google+

Il revisionismo dell’Unità d’Italia / Europa: le confessioni religiose e i livelli culturali/ La crisi dello stato moderno

Italia divisa

A T T E N Z I O N E !

Il “macaco rhesus” è la scimmia più intelligente, il “macaco”, invece, è l’essere umano che si presta con apostolico zelo alle operazioni che si risolvono a suo danno. Manca del reticolato che collega un’idea al contesto e non sa elaborare il futuro, ma non va confuso con l’ingenuo. Da questo innocente tipo umano si differenzia per l’attivismo da guastatore del buon senso, sabotatore del confronto, agente infettante il malcontento collettivo. 

Il revisionismo dell’Unità d’Italia 

Con la questione_Crimea sbucano dalle crepe di un dibattito mai seriamente condotto sull’ Unità dell’Italia quel genere di revisionisti fervorosamente intenti a ridurre l’unificazione della penisola a semplice conquista territoriale del ricco e pacifico meridione da parte dell’indebitata e aggressiva orda nordista. Continua a leggere…

Il sostegno a Israele è la “religione civile” dell’Occidente

marzo 21, 2014

mcc43                                                                                                              Google+

Creano perplessità le quotidiane notizie delle tattiche vessatorie di Israele, stato che rivendica anche formalmente il suo essere ebraico, verso i Palestinesi, nei territori occupati, a Gaza, a Gerusalemme, anche sulla Spianata delle Moschee.  

palestinese sotto i fucili Israele

Pregare Allah sotto i fucili israeliani

La sua politica è stata condannata  come genocidaria nel processo celebrato presso il Tribunale di coscienza di Kuala Lumpur. Non spiegano nulla  le squalifiche superficiali, come l’accusa di Sionismo, né le semplicistiche giustificazioni di autodifesa. Occorre comprendere l’origine culturale di un atteggiamento che, con l’andar del tempo, risulterà rovinoso per la stessa popolazione israeliana. 

Il saggio dell’accademico e politologo Enzo Traverso intitolato “La fine della modernità ebraica” ha come sottotitolo “Dalla critica al potere”. Ciò lascia intuire che una profonda metamorfosi è avvenuta nel mondo culturale ebraico a partire dal 1791 quando la Costituente francese, votando il decreto che dichiarava “libero qualsiasi uomo vivente sul territorio francese, qualunque sia il suo colore”, poneva termine alla millenaria condizione di “popolo paria” per gli ebrei che, via via in ogni paese, ottennero la parità con gli altri cittadini.

La “modernità ebraica” si è realizzata come dialettica tra il popolo ebreo legalmente “emancipato” e il persistente antisemitismo nella società. Gli intellettuali ebrei svolsero una funzione critica e progressista che ha prodotto vette della cultura di tutti i tempi. Marx e Freud cambiarono radicalmente la visione dei rapporti dentro la società e l’immagine che l’uomo ha di se stesso, ma dagli anni ’30 del secolo scorso fino al termine della guerra mondiale gran parte di questa componente progressista e orientata a una visione cosmopolita si è trasferita dal cuore dell’Europa all’America. L’impoverimento europeo è stato l’arricchimento degli Stati Uniti, che iniziarono a prendere coscienza di sé come paese plurale, etnicamente e culturalmente. 

La “modernità ebraica”, scrive Traverso, è stata interrotta dalla Shoah. Dopo Auschwitz l’antisemitismo nelle società occidentali cessa di essere atteggiamento diffuso nel percepire l’alterità ebraica, ed è stata integrata nella coscienza storica europea provocando un effetto catartico. Ha eliminato l’antisemitismo dallo spazio pubblico, dalla vita politica, dalle amministrazioni statali, dalle istituzioni culturali ma – ed è l’aspetto cruciale – non ha prodotto il superamento delle tendenze all’esclusione d’intere comunità umane.

E’ scomparso, almeno nel dibattito colto, il concetto gerarchico delle etnie, ma è traslato alle specificità culturali e ,con perverso meccanismo sostitutivo, la scomparsa dell’antisemitismo classico ha individuato un nuovo popolo “paria”: gli arabi musulmani.
Banalmente presente dopo l’attacco alle Torri Gemelle, il meccanismo di esclusione l’Occidente l’aveva già esibito in Palestina con il riconoscimento dell’autoproclamato stato di Israele e il supporto nella prima guerra arabo-israeliana, pur nella contemporaneità delle uccisioni e forzate migrazioni del popolo autoctono di Palestina. Sarà solo con la Guerra fredda che l’Urss si schiererà in difesa della causa palestinese. La memoria della Shoah e il sostegno a Israele, scrive Traverso, sono diventati la nuova religione civile e dei diritti umani dell’Occidente e lo stato israeliano, il suo avamposto nel mondo arabo.

Due argomenti sono assenti dal comune discorrere.   Continua a leggere…

Da Sigonella, il blitz Usa contro i traffici della Cirenaica

marzo 19, 2014
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La vicenda della nave Morning Glory si è conclusa con l’intervento delle forze americane della base di Sigonella, quel pezzo di Italia a “sovranità limitata“.

blitz Usa tanker Morning Glory“Un’operazione in alto mare. Una manovra condotta da un team dei Navy Seals americani per “riconquistare” la petroliera trafugata da miliziani della Cirenaica che ne volevano vedere il carico.”
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Così inizia  Guido Olimpio sul Corriere della Sera  il racconto dell’azione, alla John Wayne del mare, decisa Obama. Un blitz il cui significato trascende  il caso della petroliera fuggitiva e ribadisce,  ufficiosamente ma con grande evidenza, che la sovranità nazionale della Libia è limitata. Lo stay behind durante il conflitto continua a evolversi in persistente vigilanza attiva. Questa volta l’intervento cade in una fase politicamente molto critica, dopo la precipitosa sortita dello sfiduciato Ali Zeidan e la nomina di un primo ministro ad interim dalla personalità politica opaca come Abdullah Al-Thinni.  L’impossibilità dei membri del Congresso di accordarsi su un nome nuovo alla guida del governo, e le persistenti diatribe sulla legalità del voto di sfiducia a Zeidan, stanno orientando larga parte dei congressisti verso la conferma di Al-Thinni fino alle elezioni, scrive Libya Herald. Il colpo di freno alle pretese della Cirenaica sulle transazioni petrolifere impresso dagli americani dà a Tripoli e al rissoso Congresso un minimo  di respiro… condizionato.
Intanto il comandante federalista del terminal petrolifero, Ibrahim Jadhran, si è rivolto alla Lega Araba definendo il sequestro americano del petrolio – proprietà della Cirenaica – un furto. Continua a leggere…

La Comune di Parigi 18 marzo 1871 – 28 maggio 1871 | O capitano! Mio capitano!…

marzo 18, 2014

 

La Comune di Parigi, è il governo rivoluzionario popolare e operaio istituito dal popolo parigino nella capitale francese a seguito della rivoluzione scoppiata il 18 marzo 1871 dopo la sconfitta francese a Sédan, si colloca in una situazione di ampi mutamenti nella storia d’Europa, era la cosidetta “svolta dell’anno ’70″, caratterizzata in particolare dalla guerra franco/prussiana, con il crollo dell’impero di Napoleone III e la costituzione di quello tedesco, dall’annessione di Roma al regno d’Italia e dalla trasformazione del principio di nazionalità in nazionalismo.

viaLa Comune di Parigi 18 marzo 1871 – 28 maggio 1871 | O capitano! Mio capitano!….

L’Aborto e gli opposti estremismi

marzo 17, 2014

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Le (non) scelte culturali/Strumentalizzare le tragedie/Abortire fra coffee break e pranzo/ Opposti estremismi/ Aborto “off label”

Donna ospedale Esisteva la convinzione che l’aborto fosse tra le peggiori esperienze da vivere e stupisce che lo slogan delle piazze sia stato “libertà di abortire”  anziché  “libertà di non dover abortire”. La forza acquisita nel secolo scorso dalla componente femminile nelle società occidentali rendeva possibile ottenere che l’educazione alla contraccezione diventasse normale quanto l’obbligo di imparare a leggere e scrivere. Oltre a strutture mediche, economiche e psicologiche che risparmiassero a molte una scelta abortiva non desiderata.
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Le (non) scelte culturali

E’ stata compiuta, invece, la scelta “culturale” di presentare l’aborto come vicenda banale per la quale basta un ambulatorio efficiente e senza liste d’attesa. Ciò è‘ stato possibile attraverso un’altra imposizione “culturale”: l’idea dello sviluppo graduale dell’essere umano, ipotesi che appare razionale solo abrogando per convenzione l’esistenza di una dimensione spirituale.

Non è stata tanto una intromissione scientifica quanto affaristica. Continua a leggere…

Morning Glory dei separatisti, tramonto di Zeidan, fallimento di Obama

marzo 12, 2014

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La Morning Glory e i separatisti di Sidra /
Ali Zeidan defenestrato/Il volto nuovo Abdullah Al-Thinni/
Il fallimento dello stay behind di Obama

Non è bastato al Primo Ministro  Ali Zeidan “comprare” il prigioniero Saadi Gheddafi dal Niger per salvare la sua scomoda poltrona. Il Congresso l’ha sfiduciato, chiamando il Ministro della Difesa Abdullah Al-Thinni per un incarico ad interim. Due settimane per scegliere chi accompagnerà alle elezioni fissate per luglio la Libia che resta secondo Obama, patron della “rivoluzione”, una grave minaccia.

Il carico di petrolio conteso

Ali Zeidan

Ali Zeidan

La situazione del paese, forse, non consentiva a Zeidan il conseguimento di risultati brillanti, tuttavia sul piano della comunicazione si è dimostrato certamente fallimentare e a rivoltargli contro i membri del Congresso sono state le sue sortite durante la crisi della Morning GloryPetroliera battente bandiera nord-coreana, di proprietà degli Emirati Arabi Uniti,  era attraccata a Sidra per ritirare il petrolio che i ribelli separatisti della Cirenaica rivendicano di voler vendere in autonomia. Immediata diffida del governo libico, doppiata dall’ordine dato dal paese asiatico al capitano della petroliera: sospendere le operazioni e rientrare subito. Il capitano risponde di non poter obbedire: la milizia è a bordo e comanda le operazioni di carico. Ali Zeidan replica minacciando di “bombardarla” se cercherà di lasciare il porto con il greggio. La Corea del Nord ribatte: sarebbe un atto di guerra.  Continua a leggere…

I Diritti “foglia di fico”

marzo 10, 2014

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-le conseguenze del rendere “donna” una categoria politica
-le diverse priorità della “cittadina” e della “parlamentare”

quote rosaSono giorni caldi sull’argomento “quote rosa”, che nella versione attuale significa “cinquanta per cento di femmine” in prima posizione nelle liste elettorali. E’ l’interpretazione numerico-burocratica della demolizione  di quel “soffitto di vetro” che tiene le donne in posti subalterni. E’ la foglia di fico che copre la non volontà di risolvere il problema vero: assicurarci una classe politica dignitosa attraverso criteri di competenza, etica e senso dello stato.

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Lotta dura senza paura: operai del 1905 negli USA

marzo 9, 2014
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 Dal  Blog unlucano

An Injury to One – Se Toccano Uno (Toccano Tutti)| di Travis Wilkerson

un post che merita molti AWARD.
Li merita per il sentimento sotteso, che è un grido contro la persistente repressione della solidarietà e dei diritti. Per il film, susindacalista in prigionell’ Industrial Workers of the World, radicale ed inclusivo sindacato di massa degli USA che riuniva maestranze qualificate e non, immigranti e nativi, donne e uomini, bianchi e di ogni colore. Per le vivide immagini della poesia e per la sapiente traduzione  di Francesco Giannatiempo.

Continua a leggere…

C’è un “Gheddafi” per ogni occasione. Ora è Saadi

marzo 7, 2014

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Saadi  Gheddafi è stato estradato dal Niger e consegnato alle autorità libiche il 6 marzo 2013. A Roma era in corso la conferenza internazionale sulla Libia che sta sprofondando nella disgregazione politica e sociale. Come ridare smalto a una dirigenza imbelle? Giocando una carta  Gheddafi!

Saadi Gheddafi Saadi Gheddafi non era il delfino, non era nemmeno il più scadente della famiglia, ruolo meglio indossato dal manesco Hannibal. Nel 2011 aveva lasciato il paese in circostanze che meriterebbe chiarire; i media avevano parlato molto, quel settembre , della lunga fila di auto che varcava il confine del Niger “con l’oro di Gheddafi”. Poi, dopo la l’uccisione del rais,  non più.
(ved. post  DOSSIER GHEDDAFI, la morte: tante versioni pubbliche e la taciuta pista dell’oro ).
Di Saadi si ricorda l’opaca carriera di calciatore in Italia,  dato certo,  e il ruolo di “capo delle forze speciali libiche”, dato molto opinabile.

Saadi era un ricercato dall’ Interpol  (ved. qui  Continua a leggere…

Arriva dall’Estonia la verità su piazza Maidan a Kiev

marzo 6, 2014

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Era stato il Telegraph online a fare chicchirichì “cecchini professionali del governo hanno ucciso i manifestanti” di piazza Maidan, e da lì iniziarono il coro sdegnato dei media internazionali, le dimissioni a valanga dal partito del presidente Yanucovich,  il voto sulla sua defenestrazione e l’azzeramento del Governo. La UE ha inviato in missione nell’Ucraina sconvolta un politico estone non del tutto incallito e, sia pure senza averne l’intenzione, ci ha raccontato il retroscena.

 Very disturbing: behind the snipers  was not Yanukovich but some members of the new coaliton

Ucraina: quei cecchini di piazza Maidan ingaggiati dall’opposizione

di Maria Carla C. – 6 marzo 2014 Continua a leggere…

Il gran pasticcio: la distruzione delle armi chimiche della Siria

marzo 4, 2014
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Quando Obama e Putin, nel settembre 2013, si accordarono sulla distruzione dello stock di armi chimiche della Siria, molti si chiedevano quale dei due presidenti aveva “vinto” la partita siriana. Oggi possiamo rispondere con certezza che qualcuno ha perso: l’Italia e Gioia Tauro.

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Rotta da Latakia a Gioia Tauro

Rotta da Latakia a Gioia Tauro

Dal comunicato stampa dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) del 26 febbraio traspare la soddisfazione “Il governo della Siria ha consegnato oggi una quarta partita di armi chimiche, classificate prioritarie, per l’eliminazione“. Sono container di mustard (iprite) caricati a Latakia sulla nave danese Ark Futura diretta al porto di Gioia Tauro. Il direttore Opac, Ahmet Üzümcü,  chiosa “Sviluppo incoraggiante e positivo, anche se molto resta da fare”. Continua a leggere…

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