Skip to content

PER I PALESTINESI E’ SEMPRE … 1967

luglio 23, 2014
tags:

mcc43                                                                                                                                                                          Google+

1967  “LA GUERRA DEI SEI GIORNI”
Le forze israeliane occupano:
#Gaza e #Sinai a danno dell’ #Egitto
#Cisgiordania e parte araba di #Gerusalemme a danno della #Giordania
gli 
altopiani del #Golan a danno della #Siria.

 

DA ALLORA, PER I PALESTINESI IL TEMPO SCORRE SEMPRE TRAGICAMENTE UGUALE MENTRE TUTTO NEL MONDO CAMBIA 

 

 

 

Gente di Gaza, vittime da sacrificare a Moloch

luglio 22, 2014

mcc43                                                                                                                                                                          Google+

- Vita da “Palestinese cittadino d’Israele”
- I “Gazawi”, sfruttati e sacrificati allo stato Moloch
- E Fu Mattina, di Sayed Kashua

I Palestinesi_Israeliani sono una nazione umana dentro uno stato burocratico e segregazionista che su di essa scarica le correnti della politica nazionale e internazionale, allo stesso modo di un padre padrone che dà o trattiene, a misura dell’obbedienza dimostrata.

Sayed Kashua Sayed Kashua è uno di quei Palestinesi-Israeliani che  sono riusciti ad emergere nella società e cultura israeliana. E’ uno dei migliori scrittori contemporanei in lingua ebraica, columnist di Haaretz, il quotidiano della sinistra “illuminata”, autore di tre romanzi di successo nei quali, fin dal primo Arabi Danzanti, descrive com’è crescere in un paese, che è il tuo, ma fra connazionali che ti respingono.

Nel secondo best-seller E fu mattina, il protagonista è un giornalista che lascia la grande città per il paese natio, una delle enclave di cittadini arabi_israeliani, stanco del sospetto, dell’esclusione, delle frecciate dei colleghi: “Allora, hai buttato via le pietre prima di entrare in redazione?”.
E Fu Mattina si svolge durante un periodo di imprecisate trattative internazionali per “accordi israelo-palestinesi” nel quale emerge in tutta evidenza la potenza concreta dello stato che blocca – senza dare alcuna motivazione e nell’obbligato silenzio dei media -le vie di accesso al paese con un dispiegamento di mezzi blindati. Impedito il transito delle persone, trasformate in prigionieri, e delle merci. Interrotta l’erogazione dell’energia elettrica, con tutto quello che ciò significa in una stagione calda. Ma ad emergere tragicamente è anche la presa che  lo stato ha sull’immaginazione dei cittadini palestinesi, una presa che ne devasta il senso di solidarietà e la qualità morale.

Il Consiglio comunale del paesino viene convocato d’urgenza per discutere quali possano essere le ragioni del blocco e porvi rimedio. All’unanimità delle componenti sociali e politiche, si decide che “evidentemente” i soldati vogliono che dal paese siano scacciati i clandestini: i lavoratori stagionali provenienti da Gaza. Al mattino essi vengono rastrellati, caricati sui bus e condotti al posto di blocco, dove già i paesani si affollano nella convinzione che, consegnato al Moloc le vittime umane, la strada sarà riaperta e potranno tornare ai loro lavori nelle zone ebraiche.

 da E Fu Mattina

I clandestini scendono degli autobus a testa bassa, poi si dirigono nella direzione indicata loro dagli abitanti del paese. Ogni tanto qualcuna scoppia piangere, chiede pietà. Il sindaco ordina ai suoi di metterli in fila. Ai due carri armati distanti qualche centinaio di metri continuano ad arrivare sempre più rinforzi, I soldati prendono posizione e puntano le armi. Il sindaco sventola una bandiera bianca e urla squarciagola che intendono consegnare i lavoratori clandestini. Un membro del consiglio torna a spiegare qual’è l’intenzione degli abitanti del paese, amplificando il messaggio con il megafono che ieri alla manifestazione serviva per lanciare slogan contro Israele. Nessuna reazione da parte dei militari. Il sindaco intima a tutti i lavoranti di alzare le mani, al primo della fila chiede di tenere con la destra una bandiera. Due giovani appoggiano delle assi di legno sulla recinzione di filo spinato che attraversa la strada creando una specie di ponte per i manovali. Il primo, alto e magro, sale sulla passerella di assi. Trema tutto, avanza lentamente, le gambe malferme. Quando sta per superare la recinzione si becca una pallottola. Lancia un grido soffocato e si accascia sul posto. Colpito al cuore. I presenti si chinano, qualcuno si butta per terra. I suoi compagni cominciano a urlare a piangere e tentano di fuggire indietro ma gli abitanti del paese bloccano loro la strada. Il primo cittadino grida dentro il megafono di non lasciare che nessuno si muova di lì. I manovali piagnucolano e implorano. Sto in disparte lontano, curvo, ansimo, mi accerto di non essere sotto tiro. […]

Il sindaco e i suoi aiutanti decidono di ritentare, si convincono che, se i soldati hanno sparato, è perché temevano che uno dei manovali nascondesse una carica esplosiva sotto i vestiti. Il sindaco impartisce l’ordine, i manovali che piagnucolano vengono spogliati brutalmente dagli sgherri con l’aiuto di qualche compaesano che li odia da sempre. Quelli che tentano di opporsi si beccano dei gran calci nelle costole. Imprecano senza sosta, ricevono schiaffi, bastonate e poi vengono rimessi in fila, ora con addosso solo le mutande.
Il primo cittadino ne sceglie uno, forse perché è più vecchio, e gli ordina di mettersi in testa alla fila. Quello implora, s’inchina, piange, chiede pietà in nome di Dio, ma l’altro gli spiega che non c’è scelta. “E’tutta colpa vostra” urlano i giovani “Volevate la moschea di Al Aqsa, no? Ora sbrogliatevela da soli, guardate che guai ci avete provocato.”
Tutto tremante coperto solo da un paio di mutandoni bianchi, il bracciante avanza per primo sulle assi con in mano la bandiera. Tenta di procedere un passo dopo l’altro, lentamente, poi crolla in ginocchio e striscia sopra il corpo del primo a cui hanno sparato. Si sente di nuovo uno sparo, il manovale non si muove più. E riverso sopra il corpo dell’altro. Nell’aria rimbomba un urlo tremendo. I manovali incominciano a gridare a più non posso. Urlano, strepitano, piangono. Adesso urla anche una parte dei compaesani. “Basta, porca miseria, non li vogliono”. Sul posto arriva sempre più gente. Anche le donne. Anziane, dell’età in cui si mettono in testa il fazzoletto bianco, si precipitano verso il blocco, gemono e pregano di lasciare andare i prigionieri,  li difendono facendo scudo con il proprio corpo. Urlano contro il primo cittadino e i suoi uomini, pregano Iddio di farli bruciare all’Inferno. Afferrano le assi posate sulla recinzione di filo spinato e tentano di portar via i cadaveri. Il corpo del secondo manovale, quello in mutande, casca dall’altra. Il primo riescono a recuperarlo. Gli uomini se la danno a gambe. Tra i lamenti i manovali raccattano i propri vestiti. Nessuno di noi rivolge loro la parola.

Il giorno dopo i manovali di Gaza scavano due fosse, in una mettono il corpo che è stato recuperato, nell’altra i vestiti del vecchio; non piangono, seppelliscono il compagno in silenzio e pregando. 
Come iniziato senza spiegazione, allo stesso modo, giorni dopo, il blocco verrà tolto, l’energia elettrica di nuovo erogata. I cumuli di immondizia accumulatisi nelle strade verranno – per ordine del primo cittadino – raccolti dai manovali di Gaza.

 

 

E Fu Mattina, edizioni Guanda 2005

pg. 129-132

ISRAELE colpisce dal mare. Spiaggia di GAZA fatale per i bambini

luglio 16, 2014
tags: ,

mcc43                                                                                                                                                                          Google+

 

il recupero di quattro piccoli corpi
16 luglio 2014

#OperationProtectiveEdge

 

 

 

 

°°°°°°°°°°

C’è tutto lo spavento del mondo in questo pianto
e negli occhi una domanda:

PERCHE’ ?

bambino di Gaza

Moaied El Aaraj , un anno e mezzo

Razzi e scudi umani: Gaza e le accuse di Israele

luglio 12, 2014

mcc43

Chi spara i razzi da Gaza? Scudi umani o genocidio? Perché “ora” l’attacco Operation Protective Edge?

La profezia di Hannah Arendt, nel 1948 alla vigilia della proclamazione dello stato di Israele

“Gli ebrei vittoriosi vivrebbero circondati da una popolazione araba interamente ostile, segregati entro confini perennemente minacciati, a tal punto occupati a difendersi fisicamente da eliminare ogni altro interesse e ogni altra attività. L’intero popolo smetterebbe di interessarsi allo sviluppo della cultura ebraica; rinuncerebbe agli esperimenti sociali, quasi fossero lussi privi di importanza pratica; il pensiero politico sarebbe incentrato sulla strategia militare, lo sviluppo economico sarebbe determinato esclusivamente dalle necessità della guerra. E questa sareb-be la sorte di una nazione che – indipendentemente dal numero di immigrati che  potrebbe ancora assorbire e dall’estensione del suo territorio  (nella quale secondo la folle richiesta dei revisionisti, dovrebbero rientrare Palestina e Transgiordania)- continuerebbe a essere un piccolo popolo soverchiato dalla prevalenza numerica e dall’ostilità dei vicini”

Dopo quasi un mese di raid aerei israeliani e lanci di razzi dalla Striscia di Gaza, il governo ha autorizzato il richiamo di 40.000 soldati riservisti e l’esercito ha lanciato l’8 luglio l’operazione internazionalmente denominata l’Operation Protective Edge , in ebraico “Tzuk Eitan”, in inglese “solid cliff”,  solida scogliera. L’operazione coincide con una tensione già alta in Israele e in Cisgiordania dopo il rapimento e assassinio di tre adolescenti israeliani e di un adolescente palestinese di Gerusalemme Est.

I Razzi da Gaza Continua a leggere…

Come addestra i poliziotti Israele per renderli così ?

luglio 6, 2014

mcc43

2014, Gerusalemme: i poliziotti 

“Che diavolo hanno costoro? che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia? “
L’innominato, Promessi Sposi, A. Manzoni

 

da NY Times 

Qui sotto da un’altra angolazione –  ancora dal NY Time che dà rilievo ai fatti perché la vittima ha la cittadinanza americana – così da avere la certezza che non si tratta di un falso.

La prima reazione di una persona normale è l’incredulità, ma poi si rammentano casi della cronaca italiana e ci si rende conto che indossare una divisa non è cosa da tutti.

Indossare la divisa dovrebbe significare  “ho una maggiore responsabilità “per” e “di fronte” alla collettività nazionale” ma i deboli la intendono come “fa’ ciò che vuoi, sia la rabbia la tua legge“.   Indossare degnamente una divisa è da persone forti. Chi non lo è non deve essere arruolato. Chi smette di essere forte quando è in servizio deve essere cacciato e portato in Tribunale, l’accusa deve comportare l’aggravante di “teppismo praticato a nome dello Stato“.  Continua a leggere…

Israele-Palestina, l’elenco dei dubbi e le tifoserie cretine – Ennio Remondino

luglio 3, 2014

Le nuove tensioni tra Israele e Palestina dopo l’uccisione di tre giovani israeliani in Cisgiordania, mettono in crisi il difficile patto di unità tra Hamas e Fatah. Le intransigenze radicate sia nel mondo arabo che in quello ebraico. Intanto la vendetta su un ragazzo palestinese assassinato

via  Israele-Palestina, l’elenco dei dubbi e le tifoserie cretine – Remo contro – La virtù del dubbio – Remo contro – La virtù del dubbio. di ENNIO REMONDINO Ennio Remondino

I fatti per quanto noti,
le domande che ne derivano,
le ipotesi che si affacciano al momento tra gli analisti

Continua a leggere…

Quando è Ramadan, in Palestina gli Israeliani….. 1948/2014

luglio 2, 2014

mcc43

Ramadan 2014 (giugno)

Ramadan 1948 (luglio)

Continua a leggere…

Elezioni parlamentari in Libia: astensione, attentati e diversivi dell’informazione

giugno 29, 2014

mcc43

Quando non sai che fare, falli votare” In Libia applicano questo vecchio trucco della democrazia facendo tornare alle urne i cittadini,  il 25 giugno, per eleggere  un parlamento in sostituzione di quello instaurato appena due anni fa. Una chiamata al voto che segue quella del 20 febbraio per eleggere i membri della Commissione che deve redigere la Costituzione.
In entrambi i casi partecipazione scarsa, tuttavia  c’è chi dichiara agli intervistatori: “Continueremo a votare fino a che avremo trovato le persone giuste”.

Questa elezione parlamentare coincide con una situazione complessivamente aggravata per due ordini di motivi. Continua a leggere…

Pace in Medio Oriente: dopo la Preghiera a Roma, la Conferenza a Tel Aviv

giugno 26, 2014

mcc43

Roma, 8 giugno 2014
L’incontro di preghiera dei leader in Vaticano

****
Tel Aviv, 8 luglio 2014

 Haaretz: Parlare di pace di nuovo

Nel corso degli anni, Haaretz ha sostenuto gli sforzi per la cessazione del conflitto e per giungere a una risposta politica alle sfide che Israele fronteggia, che non sia una risposta basata sulla forza bruta.
La maggior parte degli israeliani crede che la pace sia vitale per la sicurezza dello Stato d’Israele, ma questa visione è ancora da concretizzare. Haaretz convoca la Conferenza d’Israele per la Pace onde fornire una piattaforma per discutere questa critica nazionale.
La Conferenza per la Pace è destinata a riportare la parola mancante nel dibattito pubblico israeliano. 

Haaretz Conferenza  di pace Israele

****

Sarà presente Shimon Peres,
Parlerà in conferenza preregistrata Mahmoud Abbas

Scarica il Programma della Conferenza

Program Israel Conference on Peace

 ****

 

da Haaretz articoli

How Israel can avoid a hellish future

Reviving the dormant idea of peace

For Palestinians, life is without horizon or hope

Israel cannot ignore international law

& aggiornamenti: qui

Google+

RITORNO ai CAMPI dei PROFUGHI PALESTINESI in LIBANO

giugno 12, 2014

mcc43

logo Un ponte per

Edizione ampliata dell’originale pubblicato   da Un Ponte per……

 

Profughi  in Libano 2014

 

 Ricordi, impressioni, apprendimenti

 

 

Il Ritorno

La parola più importante per i Palestinesi lo è stata nel 2014 anche per me. A distanza di quattro anni, è avvenuto il mio Ritorno in visita ai loro Campi Profughi nel Libano con la delegazione di  Un Ponte per , nell’ambito dell’iniziativa  Sulle rotte dell’Euromediterraneo.

Tornare per ritrovare quell’ atmosfera che non si dimentica e che lascia molti punti interrogativi… Il via vai indaffarato di certe stradine cessa di colpo appena si svolta in un cunicolo buio, non di rado percorso da un Campi Profughi Palestinesirigagnolo. Il chiasso liberatorio dei bambini che tornano da scuola, ma sullo sfondo i volti impassibili di anziani assorti nei ricordi. Nelle piccole botteghe  un volto di donna, tra pile di sacchetti e lattine, s’illumina con un sorriso che equivale al benvenuto nella sua casa, mentre da un locale di ritrovo uomini silenziosi osservano i passanti. Ogni espressione che si coglie nel piccolo universo dei  Campi è da decifrare, il sorriso lascia trasparire tristezza, l’impassibilità non riesce a nascondere  un punto interrogativo “chi sono questi … perché sono qui?”. E’ l’atmosfera che ricordavo cercando segnali di chiarezza, di miglioramento delle condizioni, ma no: la vita dei Profughi non migliora, il numero non diminuisce, lo spazio fisico e le risorse materiali si restringono perché qualcosa di terribile è accaduto nel frattempo. Ovunque, dopo le espressioni di benvenuto, la prima frase che ci veniva rivolta era “Adesso dobbiamo pensare anche ai Profughi siriani!” Continua a leggere…

La CIA e la guerra in Libia _ The CIA and the War in Libya

giugno 10, 2014

mcc43

 

followers Ansar al Sharia

2012, Brigate Ansar al-Shariah Bengasi

 [...]Qualsiasi analisi del conflitto in corso in Libia, e in particolare a Bengasi, deve tener conto del ruolo dei servizi d’intelligence degli Stati Uniti (e di altre nazioni’) che sono  profondamente coinvolti fin dall’inizio. In particolare, esaminando la natura dei combattimenti, Bengasi deve essere intesa sia come una [  turf  war ] guerra tra gang che come uno scontro ideologico.

Da un lato, si tratta di un confronto per il controllo della città più importante del paese, dopo la capitale Tripoli. Dall’altro, è una lotta vitale per il futuro della Libia. La fazione del generale Khalifa  Haftar [Hiftar] immagina una Libia prevalentemente laica aperta a finanzieri occidentali, speculatori e multinazionali. Ansar al-Sharia e gli altri gruppi terroristici vedono  in Libia gli elementi costitutivi di uno Stato islamico (*nota 1) per imporre la sharia. In agguato sullo sfondo, sopra e dietro a tutti i principali attori del conflitto, ci sono la CIA e l’agenda geopolitica degli Stati Uniti. E così la guerra continua; la fine non s’intravede.

continua a leggere con il traduttore  Google  l’analisi di Eric Draitser, giornalista indipendente

*nota 1

ISIS flag

Jihadisti ISIS

Di oggi la notizia che in Iraq la città di Mosul e l’intera provincia di Ninive sono sotto il controllo dell’ ISIS, acronimo del gruppo terroristico   Stato Islamico dell’Iraq e Grande Siria.  L’Isis si è formato durante la seconda guerra  in Iraq alleandosi temporaneamente con AlQaeda nel 2004,  combatte tuttora sia in Siria  sia in Iraq dove si rafforza e il suo obiettivo è il medesimo di Ansar Al Sharia in Libia – responsabile dell’uccisione dell’Ambasciatore americano  Chris Stevens – e tale obiettivo è la fondazione di un califfato islamico.
Solo superficialmente è questione d’imporre regole di condotta secondo la morale e la prassi di 1500 anni fa, in realtà si tratta di una generica rivolta anti-Occidente che le stesse  lobby occidentali delle armi hanno interesse a che sia portata avanti più a lungo possibile. Si assiste a una catena ininterrotta di uccisioni e raramente l’opinione pubblica pensa alla distruzione psicologica, all’arretramento culturale ed economico che vengono imposti alle popolazioni; non si comprende ancora se anche questo sia un obiettivo dentro un disegno geopolitico più ampio.    

****

[...]Any analysis of the current conflict in Libya, and specifically in US soldier IraqBenghazi, must take into account the role of the US (and other nations’) intelligence agencies that have been deeply involved from the very beginning. In particular, in examining the nature of the fighting, Benghazi must be understood as both a turf war, and an ideological struggle.
On the one hand, it is a competition for control over the most important city in the country with the exception of the capital in Tripoli. On the other hand, it is an existential struggle for the future of Libya. Hifter and his faction envision a mostly secular Libya open to Western financiers, speculators, and corporations. Ansar al-Sharia and the other terror groups see in Libya the building blocks of an Islamic state to be governed by sharia. And, lurking in the background, above and behind all the principal actors in the conflict, is the CIA and the US geopolitical agenda. And so the war continues; no end in sight.

more …. by Eric Draitser,  independent geopolitical analyst

Google+

 

Lo Spirito della Pace sulla Palestina: incontro dei leader in Vaticano

giugno 9, 2014

mcc43

I Presidenti d’Israele e Palestina si sono incontrati su invito di papa Francesco in Vaticano per una comune preghiera per la pace e, in Vaticano. l’8 giugno 2014 si sono incontrati tre amici. Shimon Peres desiderava la visita di Papa Francesco in Israele prima della fine del mandato e il desiderio realizzato è all’origine di questo incontro. Con Mahmoud Abbas, Peres ha in comune il vissuto della travagliata storia della Palestina del secolo scorso: si sono abbracciati più volte. Negli sguardi di Abbas verso Papa Francesco si leggeva una devota ammirazione. Con loro la presenza rispettosa e attenta del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I.

Papa Francesco Patriarca Bartolomeo Shimon Peres Abu Mazen

Alla vigilia: un incontro senza precedenti, un gesto che si spera sarà capace di “ricreare un desiderio, una possibilità” di rilanciare processo di pace in stallo del Medio Oriente scriveva Haaretz. “Nessuno è così presuntuoso da pensare che la pace scoppierà Lunedi” si legge nell’articolo che riporta le dichiarazioni di Fra Pierbattista Pizzaballa, custode della  Terra Santa, che ha svolto un ruolo chiave nella creazione dell’incontro. “L’intenzione è riaprire una strada che è stata chiusa, per ricreare un desiderio, una possibilità, un sogno” e ha aggiunto che il Papa non intende coinvolgersi nei dettagli, come i confini o gli insediamenti.

tweet di papa Francesco Continua a leggere…

Molte mani sopra la Libia

giugno 6, 2014

mcc43                                                                                                             Google+

Fuoristrada in bilico su una duna

Molti paesi hanno le mani in pasta nella disastrosa situazione della Libia, ma non emerge un’ idea capace di riportare l’ordine. Crisi generale dell’Occidente è lo sbandamento e la moltiplicazione degli d’interessi in gioco nel paese  impedisce sia di convergere su un compromesso sia di contrastarsi apertamente. Gli attori politici locali rappresentano interessi stranieri o settari e ad avvantaggiarsene non può essere altri che la galassia del terrorismo trainata dalle milizie che impazzano sul terreno. A Tripoli la Libya Shield di fatto installa il Primo Ministro Ahmed Maiteeq , contro il parere di molti – e anche contro il recente pronunciamento della Corte Suprema - che ritengono illegittimo il metodo con cui era stata validata l’elezione. Da Bengasi continua l’insurrezione guidata dal generale Khalifa Haftar iniziata in febbraio, e via via acquisisce appoggi dagli Stati Uniti e dall’esercito dell’Egitto. La Croce Rossa ritira il personale dopo l’assassinio di un suo rappresentante avvenuto in un agguato a Sirte. Gli Usa in testa, altri paesi poi, hanno richiamato in patria i cittadini. Incredibilmente, nella visione collettiva della popolazione libica sembra affermarsi il biasimo per l’Occidente che , dopo aver rovesciato Gheddafi, “non ha finito il lavoro” (video CNN). Come esistono persone incapaci di autocritica, lo stesso si può dire dei popoli.

********

Continua a leggere…

Francesco I , il Papa necessario

giugno 2, 2014

mcc43              Google+

 «In questo luogo, dove è nato il Principe della pace, desidero rivolgere un invito a lei, signor presidente Mahmoud Abbas, e al signor presidente Shimon Peres, a elevare insieme con me un’intensa preghiera invocando da Dio il dono della pace. Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro di preghiera. Costruire la pace è difficile, ma vivere senza pace è un tormento»

 

Papa Francesco e Abu Mazen

Papa Francesco e Abu Mazen

L’invito è stato accettato. 

Papa Francesco e Shimon Peres

Papa Francesco e Shimon Peres


Avverrà l’8 Giugno.  

Stranamente, l’unica data possibile per i due presidenti e il monarca spirituale coincide con la Pentecoste. Una festività ebraica, “compleanno della Torah” che significa  la costituzione di Israele  come popolo distinto e che similmente per i Cristiani significa la nascita della Chiesa attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Nel calendario dell’Islam l’8 giugno 2014 cade nel mese di Shaban che, secondo il Profeta Muhammad, prende tale nome perché è il mese in cui “Dio sparge benefici immensi”. Per i razionalisti tutto ciò non ha significato alcuno, ne ha invece per le menti che intravedono nessi esoterici negli eventi mondani.

Allo stesso modo, vi sono animi religiosi che riconoscono la propria fede nel visibile, i riti, gli apparati, le persone del proprio culto.  I Cattolici che guardano al Vescovo di Roma come loro capo sono circa 1 miliardo e 200 milioni, più del 17 % dell’umanità; ciò che proviene da Roma influisce sulla formazione del sentire collettivo anche attraverso il credito che al Papa conferiscono i rappresentanti delle altre religioni  e i leader politici.
Gli Ebrei o, per meglio dire, la popolazione cresciuta nell’alveo della religione ebraica è composta, secondo i dati demografici dell’Università di Gerusalemme nel 2010, da oltre 13 milioni di persone.
Gli aderenti all‘Islam sono, ancora secondo dati del 2010, oltre il 23% della popolazione mondiale, che corrisponde a 1 miliardo e 600 milioni di persone .
Continua a leggere…

Quando non ci sono più sfumature, è il tempo della barbarie

maggio 28, 2014

mcc43                                                                                                     Google+

“Lei è rimasto in Africa troppo a lungo, Bruno”

“Che cos’è l’Africa, o l’Asia , o l’America?” ringhia disgustato “E’ ovunque la stessa cosa.
Bordelli o case chiuse, quel che conta è lo spirito che li anima. Che si dica puzza o odore sgradevole, l’aria resta viziata comunque. Il Polo Sud non è che il Nord a testa in giù, e l’Occidente non è che l’Oriente ribaltato.
E lo sa perchè, signor Krausmann? 
Perchè non ci sono più sfumature. E quando non ci sono più sfumature, chiunque può razionalizzare qualsiasi cosa, compresa la barbarie più spietata

 L’equazione africana
di Yasmina Khadra

 

da Buongiorno Africa di Raffaele Masto

In Africa spesso l’inconcepibile diventa realtà e in un paese dove regna il caos e il disordine sociale,vige la legge del più forte e la forza è guerrigliero Africadeterminata dall’avere un arma. Muoversi è complicato, lo sanno i giornalisti, lo sanno i militari e lo sanno anche le ONG che troppo spesso si concentrano in un solo villaggio perchè più raggiungile, o perchè “protetto” dai soldati stranieri, dimenticandosi completamente che questo paese è vasto e necessita di aiuti concreti ma sopratutto di stabilità. Inutile riempire magazzini improvvisati che durante la notte sono alla mercè dei tanti sbandati che compiono scorribande ferendo, o peggio, i volontari disarmati che fanno la guardia. Sembra assurdo ma in alcuni quartieri c’è abbondanza, capita di vedere gente che rivende il proprio sacco di riso perchè non ne ha bisogno, gente che si presenta alle distribuzioni con una bomba a mano perchè non è nella lista dei beneficiari e pretende, gente che muore ammazzata da un colpo d’arma da fuoco perchè i francesi non scherzano e non ti puoi presentare con un coltello, o con un piede affettato perchè neanche i balordi col macete non scherzano. Insomma regna la confusione…. E i deboli? Gli ultimi? Quelli senza armi, senza risorse? Quelli che non vivono nel quartiere dove arriva il camion stracarico?….

da Ucraina: l’inizio della strage in attesa di Pinochet di Pino Cabras

Ucraina donna vittima Quando le proporzioni sono queste, dove si muore quasi solo da una parte e quasi soltanto fra i non combattenti, non è più una guerra codificata dalla ragione e dal diritto, ma una strage. Strage è la parola più adatta a descrivere quel che sta accadendo nell’est dell’Ucraina. Un’immane ecatombe a opera del governo di Kiev, per colpire e terrorizzare la popolazione con la benedizione e il silenzio di Obama, dei maggiordomi europei e della stampa a trazione NATO.
Il neo-eletto presidente ucraino Poroshenko giustifica tutta questa ferocia pianificata in nome della lotta al terrorismo. I morti che vengono accatastati negli obitori di Donetsk sono però civili sorpresi nella loro vita quotidiana.
Nelle elezioni appena svolte, lo stesso giorno in cui si votava in Europa, i partiti paramilitari nazistoidi ucraini hanno ottenuto pochissimi voti, rastrellati invece da satrapi, plutocrati e oligarchi mafiosi. Ma le urne non danno misura del loro potere reale negli apparati repressivi, essendo detti nazistoidi, sin da subito, inquadrati nelle nuove milizie della premiata macelleria “cilena” di Kiev. E a che servono partiti nazisti, quando nazista è l’operato del regime, nazisti i metodi e le rappresaglie? Si sarà capito che non è il consenso dei cittadini né la loro rappresentatività la preoccupazione numero uno dell’operazione in atto.
L’edizione ucraina di Forbes, il 23 maggio, scriveva che all’Ucraina sarebbe servito ripetere la positiva esperienza del Cile di Pinochet, che aveva portato il suo paese ai fasti e i miracoli del vero capitalismo. L’esperimento sul corpo vivo dell’Europa è agli inizi, ormai non lo nascondono nemmeno.

Comprarsi una sposa in Facebook o un organo per trapianto… tutto made in Siria

maggio 24, 2014

mcc43                                                                                                                                                                          Google+

Porte aperte in Libano per i profughi siriani? In realtà non è stato possibile bloccarli, ma si può negare loro i visti o non rinnovarli costringendoli a vivere allo sbando o a prendere la via della Libia,  imbarcarsi su una carretta e arrivare, se ce la fanno, in Sicilia.

Quelli che non riescono a trovare una Ong, come la Beit Aftal Assoumoud e poche altre, che li aiutino sono merce di tutti…

Le donne possono essere vendute come spose, magari attraverso una pagina di Facebook come questa

 

spose vendute Face book

Come se questo non fosse abbastanza, c’è di peggio….

Donne siriane partoriscono per le strade , perché gli ospedali libanesi non vedono i pazienti come malati, ma come clienti… e un cliente deve pagare. Le bambine vengono rapite e vendute come schiave, a tutte le età le ragazze sono preda del racket della prostituzione.

I rifugiati con permesso di soggiorno sono strozzinati da proprietari di case che chiedono affitti folli. Bande criminali  offrono soldi a chi ormai è allo stremo in cambio di organi da trapiantare.  I bambini diventano mano d’opera praticamente gratis, mentre i loro padri finiscono sfruttati dai “caporali” nei cantieri delle lussuose costruzioni.

lustrascarpe sciuscià profugo SiriaNemmeno il governo va per il sottile. Ho visto nella Downtown di Beirut  un cantiere di scavo archeologico – che certamente non è un business privato – dove un furbastro libanese a fine giornata imbarcava sul suo pulmino un gruppo di profughi di tutte le età, uno di loro molto anziano, per riportarli al loro rifugio chissà dove.
Confrontato con tutto questo, il ragazzo siriano che si è improvvisato  Sciuscià   e fa la spola davanti agli hotel aspettando gli stranieri appare  “fortunato” .

 

La giornalista libanese Ana Maria Luca segue da mesi per il quotidiano NOW Lebanon  questa tragedia in espansione, come lei  molti enti a difesa dei diritti umani hanno lanciato l’allarme.
Il mondo è sordo, ma questa immagine della crescita esponenziale dei Siriani profughi in Libano aiuta chi non è mentalmente cieco a capire le dimensioni della catastrofe siriana  e le molteplici drammatiche  implicazioni:  per i profughi, per il Libano, per il Medio Oriente e anche per noi.

Tabella Profughi  Siria in Libano

Libano: le difficili alchimie per eleggere un Presidente

maggio 17, 2014

mcc43                                                                                                                                                                          Google+

- L’assassinio di Rafiq Hariri e la Rivoluzione dei Cedri
- Le opposte coalizioni  “8 marzo” e “14 Marzo”
- La suddivisione confessionale delle cariche
- I “padrini stranieri
- Il Parlamento bloccato

Beirut, 14 febbraio 2005 : un attentato uccide Rafiq Hariri e con lui altre venti persone. Uomo della ricostruzione del Libano dopo la guerra civile, sunnita, amico dei Sauditi e degli Americani, spregiudicato business-man era fra i 100 uomini più ricchi del mondo. Capace altresì di destreggiarsi a lungo con la presenza dei militari siriani in terra libanese dopo la fine della guerra civile. L’attentato provocò tre conseguenze immediate e un’altra a lungo termine.  

Cedri del Libano CedarsI funerali  di Hariri furono la scintilla della Rivoluzione dei Cedri. La sollevazione popolare nel nord del Libano, dove sopravvivono ancora tratti boscosi dei maestosi cedri, accusava la confinante Siria d’essere mandante dell’assassinio. Apparentemente almeno, il governo siriano si era già liberato del recalcitrante Hariri che l’anno precedente si era dimesso da Primo Ministro dichiarando di abbandonare la politica, ma l’accusa servì a puntare il dito contro gli amici della Siria, i potenti Hezbollah, come esecutori  dell’attentato. Una quarta conseguenza è cresciuta col tempo e si manifesta  ora chiaramente nello stallo del Parlamento chiamato a eleggere  – entro il 24 maggio –  il nuovo Presidente del  paese.

Il Libano è una democrazia dove l’opinione pubblica è spartita tra una ventina di confessioni religiose e le alte gerarchie  militari; un paradosso considerando che è il paese medio-orientale dai costumi più occidentalizzati. In conseguenza dell’attentato si sono formate due grandi coalizioni, abbastanza simili nella forza parlamentare, nelle quali sono confluite parti politiche che in passato si erano combattute. 

L’Alleanza 8 marzo nata con la grande manifestazione indetta a Beirut, in risposta alla Rivoluzione dei Cedri, per difendere la Siria dall’ accusa. E’ prevalentemente formata e guidata dal partito sciita degli Hezbollah e comprende anche Amal, altra formazione sciita fondata dal sempre compianto imam Musa Sadr, misteriosamente scomparso in Libia o a Roma. Un mistero non ancora svelato.  Vi aderiscono altre forze leali alla Siria e più di recente i laici del Free Patriotic Movement, che inglobano fazioni di Cristiani Maroniti dopo la svolta del leader, generale Michel Aoun, che per gran parte della vita militare e politica aveva combattuto la presenza siriana in Libano.  In Parlamento l’Alleanza dispone di 57 seggi. 

L’Alleanza 14 marzo è stata il canale politico della Rivoluzione dei Cedri. Il partito dominante è il Future Movement, che inquadra la maggioranza dei musulmani Sunniti ed è guidato dal figlio di Hariri, Saad. Alla 14 Marzo aderiscono il Partito Socialista della setta musulmana dei Drusi, guidato da Walid Jumblat; l’estrema destra dei Cristiani Maroniti suddivisi in due formazioni di cui la principale è detta Forze Libanesi guidata dal generale Samir Geagea. Complessivamente l’Alleanza 14 Marzo oggi, dopo la scissione del FPM, conta in Parlamento su 53 voti.

La suddivisione delle cariche istituzionali

L’alchimia istituzionale del Libano è basata su un mix di dati confessionali e demografici, questi ultimi risalenti a un censimento antecedente la seconda guerra mondiale. Continua a leggere…

Mare Nero …. in Libia

maggio 12, 2014
tags:

cc43                                                                                                                                                                          Google+

boat migrants Libya Venti? Quaranta?  Di più? Quanti sono gli ultimi martiri dell’emigrazione svaniti nel mare della Libia? Il barcone era salpato martedì 7 aprile, ma poco oltre le due miglia marine il fondo è collassato causando il capovolgimento dello scafo, cinquantadue le persone tratte in salvo e dicono: a bordo eravamo centotrenta“. Oggi un altro barcone: le navi italiane hanno salvato duecento migranti che dicono “eravamo  quattrocento”.

Umanità stipata sulla carretta di un viaggio della disperazione – che preferiamo definire della speranza –  a un prezzo che era tutto quanto la famiglia, talvolta il villaggio, aveva potuto mettere insieme. Migliaia di dollari, certamente, immolati alla voracità dei trafficanti di vite che mandano a morire per naufragio o per tutto quello che il viaggio comporta. Il Mediterraneo è ormai una grande tomba.

Noi non ne abbiamo idea, non immaginiamo quello che provano, subiscono, sperimentano, patiscono nei giorni e nelle notti  sulla carretta, magari alla deriva senza carburante. Per riuscire a immedesimarsi  occorre aver letto Mare Nero, il romanzo di Gianni Paris. copertina romanzo Mare NeroPiccolo l’editore, l’autore a quel tempo ancora di nicchia, una distribuzione iniziale attraverso gli immigrati per le vie delle città, ma a dispetto di tutto questo Mare Nero è cresciuto a successo editoriale che sfiora le centomila copie vendute.  Ce n’era bisogno, dunque. Qualcuno ha scritto “Se l’Europa fosse una cosa appena decente, la lettura di questo libro sarebbe obbligatoria in tutte le scuole.”  Paris descrive in modo vivido ciò che la professione di  avvocato gli ha permesso di conoscere a fondo, risveglia il sentimento introducendoci alle condizioni concrete delle traversie.  Via via fame, sete, freddo mietono vittime e gli imbarcati passano dalla pena,  mitigata dal rito dei funerali e dalla preghiera, alla routine del gettare i corpi in mare, fino all’estrema miseria del non farlo  più per proteggersi dal freddo notturno con i loro corpi. Sopravvivere su un barcone stipato all’inverosimile dipende dalla borsa di plastica con una bottiglia d’acqua che si svuota e un pezzo di pane. Una ricchezza tenuta stretta fino a diventare una parte del corpo. L’animo buono misura i suoi limiti se l’ultimo sorso d’acqua fa la differenza fra la propria vita e quella di un bimbo allo  stremo. Si impara, da Mare Nero, a non giudicare quello che non abbiamo mai sperimentato, e a chiedersi se noi, metaforicamente “grassi” italiani, sapremmo resistere fisicamente e psicologicamente più di ventiquattro ore su quel barcone. Suppongo che nessuno di quelli che hanno letto questo libro che “non ti lascia tranquillo” parteciperebbe ancora a proteste e cortei contro i migranti.

***

Questa ennesima ecatombe, dà modo al Ministro degli Interni libico Salah Mazek di minacciare l’Europa: Continua a leggere…

Il “DIRITTO AL RITORNO” e lo Stato Unico per Palestinesi e Israeliani

maggio 11, 2014

mcc43

La geografia della dispersione e la stridente varietà di situazioni si accompagnano a una pluralità di culture diasporiche dei Palestinesi. Il bilanciamento delle profonde differenze via via formatesi avviene nella riunificazione immaginaria di tutte le comunità allorché l’ingiustizia storica sarà sanata e il “Diritto al Ritorno” realizzato.
Questo Diritto è  sancito dall’articolo 11 della risoluzione Onu n.194 dell’11 dicembre 1948  “I rifugiati che desiderano tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini devono essere autorizzati a farlo al più presto possibile, un risarcimento deve essere pagato per la proprietà di coloro che scelgono di non ritornare e per la perdita  o i danni alla proprietà che, in base ai principi del diritto internazionale ,  dovrebbe essere risarcito dai governi o dalle autorità competenti”Più di mezzo secolo è passato,  la perdita di terre e proprietà è cresciuta a misura dell’’espansione territoriale di Israele e  il principio del Diritto al Ritorno continua a essere la strettoia entro la quale s’incagliano tutti i veri o artificiosi tentativi di risoluzione del conflitto israelo-palestinese.

L’ultima tornata di colloqui di pace promossi dagli Stati Uniti è fallita lo scorso Aprile.

Netanyahu  Ben Nitay

Intervista B. Netanyhau 1978 – You Tube

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu  ha reiterato che tutti i cittadini dello stato di Israele (Ebrei e Palestinesi) meritano uguali diritti, ma lo Stato in sé è patria del solo popolo ebraico e ciò deve essere sancito per legge.  Una convinzione alla base della sua attività politica fin dalla gioventù, come dimostra questa intervista in video (cliccare sull’immagine) del 1978. Il giovane Netanyhau, allora si faceva chiamare Ben Nitay, sosteneva, detto in estrema sintesi, che uno stato palestinese esisteva già: la Giordania, vista l’alta incidenza della componente palestinese nella società. Là dovevano confluire i Palestinesi, anziché permettere loro di creare un nuovo stato arabo confinante con Israele. Continua a leggere…

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 587 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: