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Il processo a Nimr Al-Nimr: un aspetto della campagna globale contro tutte le Religioni

settembre 16, 2014

mcc43

-Nimr Al Nimr: pena di morte commutata
-Distinzione tra Islam Sciita e Sunnita
-La “globalizzazione economica” contro le Religioni

Nel sistema giuridico dell’Arabia Saudita i processi hanno caratteristiche molto differenti da quelli celebrati in Occidente. Manca la certezza delle pene in rapporto al crimine, poiché  i Tribunali applicano sia le leggi dello Stato sia le opinioni di studiosi  punta, il che rende la Sharia wahabita più flessibile di quanto si pensa abitualmente della legge islamica e meno prevedibile nella sua applicazione.
Processi veri e propri avvengono in Arabia Saudita solo per personalità di spicco e non in forma pubblica; al meglio è concessa la presenza dei famigliari e dell’avvocato difensore. Impossibile seguire l’andamento del dibattito dal quale emergeranno la sentenza e la pena da applicare, pertanto non possiamo conoscere con quali motivazioni la Corte ha rigettato il giorno 16 settembre la richiesta da parte dell’Accusa di condannare a morte per il teologo e attivista dei diritti umani Nimr Baqui al-Nimr, commutandola in una condanna a 17 anni.  L’ultima parola non è ancora detta, la Difesa ha presentato appello contro la condanna e l’udienza avverrò il 10 ottobre.
Della figura di Nimr, delle circostanze dell’arresto e delle condizioni della detenzione si è parlato nei post precedenti http://mcc43.wordpress.com/tag/nimr-al-nimr/. Ora si può tentare qualche considerazione sulla sentenza emessa, così come essa risulta al momento.

Innanzitutto, per un detenuto di 60 anni una pena quasi ventennale, nelle presumibili condizioni Nimr A-Nimr quotationdelle carceri saudite,  può equivalere a una sentenza a vita.  Esclusa, pertanto, ogni intenzione compassionevole.
Si tratta di una cautela, di un riguardo del governo saudita per la propria immagine. Le prove a carico per l’accusa di “incitamento alla sedizione” erano inconsistenti:  i video dei suoi discorsi rendevano evidente ai seguaci dell’intero Medio Oriente Sciita che alle richieste di libertà per le minoranze e di rispetto dei diritti umani, Nimr accompagnava una predicazione della non violenza. Inoltre, l’esecuzione della pena di morte, che in Arabia Saudita avviene per decapitazione o crocifissione, sarebbe avvenuta  in un clima di diffuso sdegno per le decapitazioni praticate dall’ISIS. Una coincidenza perlomeno imbarazzante.

Aver risparmiato la vita di Nimr è un gesto da inscrivere in una trattativa in corso fra governi. Nelle carceri dell’Iraq vi sono almeno 200 detenuti di nazionalità saudita per i quali la diplomazia sta cercando di ottenere, anche per gli accusati di terrorismo, il trasferimento nelle prigioni del Kurdistan. Il premier iracheno Al-Maliki ha sempre rifiutato;  dall’11 agosto la questione è a discrezione del successore Ḥaydar Jawwād al-ʿAbādī,  e le trattative avvengono in Giordania tra gli Ambasciatori dei due paesi.

Può sorprendere che la vita di un oppositore politico saudita possa avere un qualsiasi interesse per un premier iracheno, invece l’importanza c’è e si spiega in campo religioso.

Nimr è un autorevole rappresentante dell’Islam Sciita, la confessione  cui aderisce un terzo della popolazione irachena e il 15% di quella saudita. Preoccupazioni di ordine pubblico, quindi, che si estendono oltre i confini dei due paesi perché gli Sciiti costituiscono la stragrande maggioranza in Iran, nel Bahrein e Azerbaigian, sono il 50% della popolazione dello Yemen, il 27 % in Libano, rappresentati e protetti da Hezbollah, il 20% in Pakistan oltre a essere significativamente presenti in Siria e Turchia.

Molto raro in Occidente che l’opinione pubblica tenga debito conto della scissione del mondo islamico nei due grandi rami Sunnita e Sciita. Le differenze  fra le due confessioni sono ben delineate in un articolo della giornalista di Infopal Angela Lano, e risalgono a circostanze politico-dinastiche che hanno  creato nel corso del tempo divaricazioni di credenze e di mentalità dei fedeli.

Confessione minoritaria rispetto al Sunnismo, la Sciia ha sviluppato maggiormente l’aspetto culturale. Vi è in insistenza  sullo sforzo del raziocinio individuale e si pratica una selezione rigorosa dei rappresentanti religiosi secondo una scala di sapienza e dignità che ha come titolo più elevato quello di Ayatollah. E’ sufficiente pensare alla Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei. Da tenere presente che in Iran vige un certo grado di separazione fra stato e religione; il Presidente è eletto dal popolo, ma il Consiglio del Guardiani della Rivoluzione presieduto da Khamenei ha funzione di vigilanza, controllo e poteri concreti, per esempio sulle forze armate.

L’Islam di cui si parla nei media, il più delle volte a sproposito, è quello Sunnita i cui rappresentanti non sempre sono culturalmente adeguati. E’sufficiente essere “notabili”  per qualche ragione: responsabilità in gruppi, associazioni, comunità o disporre di sostanzioso patrimonio per essere definiti shayk e confusi con i veri esperti in materia religiosa che sono i mullah.

Per quanto i fondamentalisti, attaccati alla lettera del testo coranico avulso dal contesto storico, siano la minoranza, il Sunnismo è tendenzialmente più tradizionalista e conservatore della Sciia. Nello Sciismo l’afflato messianico impresso dall’attesa  del Mahdi, l’Imam nascosto che riapparirà un giorno agli occhi degli uomini per volere di Dio, crea una tensione intellettuale e spirituale verso il futuro, sebbene coesistente con un’emotività che, oggi come nel lontano passato, gronda dolore per il martirio di Hussayn, ultimo nipote maschio del Profeta.
Sunniti e Sciiti sono in rotta di collisione da 1400 anni e ciò non riguarda solo le alte gerarchie, è avvertito dai fedeli; su questo conflitto irrisolto giocano terroristi e governi per destabilizzare intere nazioni.

E’ abbastanza evidente che è in corso oggi un’azione geopolitica mirante ad affievolire l’importanza dell’Islam, ma è possibile che il nodo vero sia un’azione contro tutte le religioni. Si ricorderà che il Pontificato di Ratzinger è stato oscurato da una forsennata aggressione mediatica che pretestuosamente additava la Chiesa come istituzione invasa dalla pedofilia. Aggressione arretrata significativamente nel Pontificato di Bergoglio, a fronte di un più feroce e montante attacco all’Islam.

copertina Islam Prometeo Emanuele Severino “La globalizzazione si è realizzata nella forma economica e soprattutto tecnologica e non in quella ideologico-religiosa” sottolinea filosofo Emanuele Severino nel saggio dall‘Islam a Prometeo. Questa è la base epocale nascosta sotto i titoli strillati della cronaca geopolitica.
Non c’è – tranne che nell’apparenza che si vuole suggerire- lo scontro con una religione, vi è un attacco a tutte le religioni, in quanto esse sono portatrici di idee universali e atemporali nel mondo contemporaneo nel quale la Tecnologia ha introdotto la rinuncia a qualsiasi verità permanente. Si può vedere nel potere della Tecnica la manifestazione estrema del Nichilismo.

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ISIS, le domande che i media non (si) pongono

settembre 14, 2014

mcc43

Obama e CameronJihadismo è galassia in espansione. Obama, gli alleati e l’informazione mondiale dietro di lui, dal mucchio estraggono ISIS come target dell’ ennesimo intervento “correttivo” americano. Vi sono analisi che i media non fanno, domande che non pongono, risposte che non danno.

Quanti sono i miliziani ISIS ?

Fino alla vigilia della seconda decapitazione di un occidentale, la CIA stimava trattarsi  10 mila combattenti; poi, improvvisamente,  sempre la CIA scopre trattarsi di 31.000.

jihadisti

Siria: Jihadisti con Tablet seguono l’arrivo dei rinforzi

Impossibile sbagliarsi tanto clamorosamente in buona fede dal momento che l’ISIS da sola sta combattendo contro due governi, Iraq e Siria, contro Hezbollah, Peshmerga, PKK, Milizie irachene, Awakening degli Sciiti iracheni, Al-Sheitaat Tribes in Siria, esercito libero siriano FSA, equipaggiato in modo palese dall’Occidente, e contro Al Nusra e Islamic Front, oltre ad altri gruppi locali minori e centinaia di soldati americani inviati in Iraq. Come potrebbero tenere aperti tanti fronti se non potessero contare su un numero di combattenti molto più alto di  31.000 unità?

Perché l’ISIS sfida direttamente Obama?

L’atteggiamento visibile del presidente Obama nel solco della vocazione americana, raddrizzare i paesi del Medio Oriente dopo averli fatti tracollare, è stato meno muscolare dei predecessori. Ciononostante,   “I’m back, Obama” sfida il boia di Sotloff.
Provocazioni  funzionali a spingere l’America a intervenire apertamente, archiviando la maniera “stay behind” dalla Libia in poi; sarebbe suicidio adottare questo atteggiamento se IS non disponesse di mezzi e forze tali da impegnare seriamente l’intervento internazionale. Perché la sfida è lanciata proprio nell’anno in cui Obama dialoga con l’Iran e i rapporti con Israele e con l’Arabia Saudita si sono raffreddati?

Perché la scelta delle vittime e i video formano un serial da interpretare?

Senza addentrarci nei dubbi che si tratti di finte esecuzioni, che molti hanno avanzato motivandoli, i video delle decapitazioni sono costruiti come un serial televisivo: un format con delle costanti e rilasciato a puntate. Stesso set, luogo piatto e spoglio, l’imponente boia in nero che brandisce il coltello, la vittima inginocchiata e coperta da una tunica arancione. Una vittima che è priva di emozione e recita la sua parte con voce ben impostata: reazioni non naturali che fanno perlomeno supporre che alla vittima sia stato fatto credere trattarsi solo di una finzione per spaventare il suo paese. Come sceglie le vittime l’Isis ?

Il giornalista Foley, già rapito in Libia, un’accusa rivolta ai soldati di Gheddafi, era  corrispondente di Globalpost,  che dichiara come mission il coprire i vuoti dell’informazione ufficiale.

Il giornalista Sotloff, ebreo amico dell’Islam, comprato dall’ISIS per 50 mila dollari pagati ai ribelli “moderati” siriani che Obama finanzia.

L’ultima vittima, ma un’altra è già annunciata, è David Haine, una carriera da soldato, definito dai media “cooperante”, al servizio una ong francese Acted. Gigante creato in Afghanistan nel 1993, Acted meriterebbe qualche inchiesta accurata  sull’attività dei 3000 dipendenti in forza al suo staff.

Chiaramente queste persone sono dei simboli; con la loro esecuzione l’ ISIS colpisce ciò che molti di noi desiderano: un’ informazione indipendente dai governi, il dialogo fra le culture, l’aiuto alle popolazioni in difficoltà.

L’ISIS conduce, dunque, una guerra reale e una simbolica, il suo caratterizzarsi come “islamica” è copertura di un progetto di destabilizzazione globale che viene raccontato dall’informazione ufficiale in modo  coralmente superficiale e incompleto.

Perché  manca l’allarme sul delinearsi di un fronte esplosivo nella zona India-Pakistan, potenze nucleari?

-All’inizio di settembre il leader di AlQaeda, Al-Zawairi, ha annunciato la creazione di un nuovo ramo alqaedista in India, “Al-Jihad in the Indian Subcontinent ”  AQIS,  che va ad aggiungersi a AQAP  ALQaeda nella penisola Araba , AQIM AlQaeda nel Magreb,  ad Al Nusra per la Siria, e agli Shabaab, gli alqaedisti in Somalia and East Africa, solo citando quelli accertati, ma stretti sono i legami con Ansar Al-Sharia, la milizia che attaccò il “consolato” americano a Bengasi.

-ISIS, nata in Iraq si è espansa in Siria ed è radicata in Pakistan in modo tanto peervasivo da redigere i comunicati ufficiali nella lingua nazionale: l’Urdu. Non va dimenticato che inizialmente l’Isis era un ramo di al Qaeda, successivamente le iniziative di Al Baghdadi hanno creato una frattura e una rivalità, nonostante  saltuarie collaborazioni locali, come in Libano. Tanto meno va dimenticato che Al Baghdadi è una figura compromessa con gli Usa, che l’hanno tenuto prigioniero dal 2004 per liberarlo inspiegabilmente “senza condizioni” nel 2009, diventando subito leader dell’organizzazione allora alqaedista.

La rottura  Isis – AlQaeda ha provocato effetti mediatici, in pratica operazioni psicologiche su tutti noi, su due versanti.

- Nei media le gravissime imprese del ramo alqaedista di Al Nusra sono taciute o quasi: il sequestro ancora in corso dei soldati del Libano, il sequestro concluso dei caschi blu nel Golan.

- L’ISIS ha inaugurato uno stile comunicativo – ben diverso da quello di Bin Laden che mai intestò alla sua organizzazione  la catastrofe delle Twin Towers - mirante a suscitare le emozioni dell’audience occidentale e offrire a Obama – o a chi manovra restringendone la libertà decisionale – il motivo per un intervento internazionale.

Quale effetto sortiranno i bombardamenti contro l’ISIS?

Dall’Iraq rispondono che saranno diversi da quanto molti immaginano. Le ragioni sono politiche e militari. “I cinque o sei milioni di arabi sunniti che vivono nelle zone controllate da ISIS in Iraq e Siria non possono certo essere felici della brutalità, del  fanatismo e della violenza dei nuovi governanti. Ma sono ancora più spaventati dalla  prospettiva che i soldati e  i miliziani dei governi di Baghdad e Damasco riprendano il controllo e comincino a vendicarsi  contro i Sunniti delle città e dei villaggi. Le comunità sunnite in entrambi i paesi non hanno altra scelta che vedere nell’ISIS il loro difensore.”

Non imboniscano i media con l’idea di una missione per salvare le popolazioni, rispettino l’audience  e cerchino di capire che cosa è l’ISIS e quale agenda sta portando avanti.  Il terrorismo targato jihadista ha fatto migliaia di vittime in Kenya, Somalia, Libano, Yemen, Indonesia, Egitto, Iraq, Spagna, Gran Bretagna, India e gli USA. Sono davvero i video delle orrende decapitazioni di queste settimane il barbaro pericolo epocale?

Abbiamo bisogno di comprendere, di ragionamenti non di slogan di articoli come  “ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America, di Luca Troiano di GeoPoliticaMente.

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Bring back

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Jihad nel Golan: 45 Caschi Blu prigionieri e tanto silenzio

settembre 10, 2014

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Il 27 agosto un commando jihadista attacca le postazioni  della missione UNDOF che presidia le Alture del Golan, fra la Siria, cui appartengono, e Israele che rifiuta di ottemperare alla Risoluzione 497 che impone la restituzione. 45 Caschi blu delle Fiji fatti prigionieri. L’azione terroristica contro le Nazioni Unite è di straordinaria gravità. Altrettanto grave l’understatement dei media internazionali.

general Iqbal Sing Singha La missione è comandata dal generale indiano Iqbal Singh Singha. Nel rapporto all’ONU riferisce l’immediato verificarsi di una situazione molto complessa.
Al-Nusra ha attaccato la postazione, coinvolti 45 soldati delle Fiji e 68 soldati filippini. Le regole delle missioni di pace prevedono che i caschi blu usino le armi solo in caso di immediato pericolo per la loro vita.
Singha dà ordine di non sparare e chiede immediato monitoraggio della situazione a Israele e fuoco di copertura alla Siria. Continua a leggere…

Al Nusra e la jihad che attacca l’Onu

settembre 8, 2014

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Al Nusra e ISIS: stessa origine, compiti diversi
Al Nusra vista da vicino
Preparazione militare, religione, ideologia
Finanziata in funzione anti-Assad
I bambini della jihad
(video)

mappa SiriaFronte Jabhat al-Nusra: la più forte milizia fra quelle spuntate di recente nel campo jihadista. Il nome per esteso è “Fronte di protezione dei popoli del Levante”, ma ai miliziani piace definirsi “uomini liberi del Levante”.
Si è manifestata nel 2012 con un attentato a Damasco e spicca 
sulle altre formazioni come i Berretti Verdi svettano sulle forze armate statunitensi: grazie a una preparazione militare ineccepibile e alla predilezione per le azioni di commando. L’obiettivo è ben definito: provocare la caduta di Bashar Assad e, solo a risultato ottenuto, creare il Califfato islamico e imporre la Sharia. Il leader Abu Muhammad Al Joulani in una video intervista (FR. eArabo) smonta l’idea di una nascita occasionale del gruppo, sostiene trattarsi di un processo storico che risale agli anni 60-70 e che ha trovato, con l’insurrezione popolare in Siria, il momento storico per entrare in attività, fruendo dell’esperienza e imparando da errori della jihad del passato.  Continua a leggere…

Libano 2014: prima della grande bufera

settembre 3, 2014

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soldati rapiti libano

Soldati libanesi rapiti da jihadisti ad Arsal

 “La lotta contro il terrorismo è ancora agli albori. In queste difficili condizioni dobbiamo potenziare le nostre istituzioni politiche e  stringerci intorno al nostro esercito” Il Primo Ministro libanese Tammam Salam, pone la lotta al “terrorismo nero” come priorità nazionale, in stretta connessione con l’attuale vuoto presidenziale.“La minaccia terroristica sul Libano è vera, reale e continua, chi ne dubita o sottostima lede il supremo interesse nazionale”. Hezbollah propone di coordinare tutte le forze militari in un fronte unico e agire immediatamente contro le minacce alla sicurezza e alla pluralità religiosa del Libano.  “L’espansione di IS  in Siria provocherà un’ondata senza precedenti di rifugiati in Libano”.  Il Ministro dell’Interno mette l’accento sulle conseguenze sociali, invoca uno “stato di allerta globale”  e la chiusura totale del confine siro-libanese.

Le Istituzioni … scadute.

Le sedute parlamentari per l’elezione del Presidente continuano inutilmente. Mi erano parse troppo pessimistiche le parole di un giornalista libanese colte dinanzi al Parlamento a fine in aprile  “Non si metteranno d’accordo prima di settembre “. Invece il mandato  di Michel Suleiman  è scaduto il 23 maggio e la speranza di una conclusione è ancora rimandata alla prossima seduta fissata per il 23 settembre.

Anche il Parlamento è agli sgoccioli. Il prolungamento della legislatura non è stato preso in considerazione e il Governo ha fissato le elezioni per il mese di novembre. Massima incertezza. Si dubita che il Ministero preposto possa concretamente organizzarle entro il tempo fissato, c’è malumore per il mancato varo di una nuova legge elettorale, ci sono riserve sull’opportunità di una campagna elettorale sovrapposta ai ghirigori politici per la poltrona presidenziale.

Il decollo della sfida jihadista

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Califfato ISIS: progetto politico e diabolico marketing d’infiltrazione

agosto 29, 2014
MAPPA ZONE CONTROLLATE DA ISIS

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Decennale ambigua inerzia dell’Occidente /Finanziamenti e “proventi” dell’Isis/ Progetto politico ed espansione del Califfato /Il reclutamento / L’altra faccia dell’IS: paternalismo prima, oppressione poi

L’Organizzazione mondiale della Sanità è in allarme: il virus Ebola si sta espandendo più rapidamente degli sforzi che si fanno per controllarlo e si temono “conseguenze catastrofiche” vista la possibile diffusione  in altri Paesi.
Cambiate il soggetto: a Ebola sostituite ISIS.
Sarà la descrizione di ciò che incombe sulla scena mondiale se le contromisure restano tardive e realizzate alla vecchia maniera: la risposta armata al fenomeno presente senza comprensione delle cause remote, senza presa d’atto delle responsabilità, senza valutazione dei “danni collaterali”.

Un’ambigua inerzia (ultra) decennale

L’infezione ISIS  origina dall’invasione americana dell’Iraq del 2003, quando  Abu Musab al Zarqawi  crea il nucleo iniziale,  al-Jamāʿat al-Tawḥīd wa al-Jihād. Passata attraverso varie denominazioni – oggi vuole essere solamente IS, Stato Islamico – è  stata allora ritenuta o raccontata come una delle tante sigle jihadiste, eventualmente utilizzabili per spostare equilibri di potere.
Nel 2006 l’organizzazione entra ufficialmente nella rete di Al Qaeda, aggiungendo la specificazione “in Iraq”.  Prontamente  Al Zarqawi viene ucciso da un bombardamento americano. Ucciso anche il successore Abu Omar al Baghdadi in uno scontro a fuoco con i soldati americani nel 2010. Subentra, e persiste fino a oggi, Abu Bakr Al Baghdadi.

Fatto curioso: Abu Bakr Al Baghdadi era ben noto agli americani che l’avevano tenuto prigioniero, dal 2004, per poi rilasciarlo nel 2009  “senza condizioni” su raccomandazione di una speciale Commissione. Come si vede, in tempo utile per assumere il comando dell’organizzazione ormai notoriamente alqaedista. All’ovvio stupore generale, le fonti americane offrono come giustificazione l’inesperienza del personale della Commissione.

Indubbiamente prendere cantonate è nell’ordine delle cose possibili, tuttavia la perplessità resta ragionevole; specialmente se fossero  autentiche le immagini che ritraggono il senatore John McCain in Siria nel 2013 con un gruppo di  jihadisti, ivi compreso  Al Baghdadi.  Di più: se fosse autentica la notizia che Al Baghdadi è stato addestrato dalla Cia e dal Mossad. Accusa banalissima, ci si può soffermare perché è targata Snowden  e  finora non risulta che  lo stesso Edward Snowden ne abbia negato l’autenticità.  Dagli ambienti che si usa definire complottisti spunta la motivazione: gli Usa e Israele nel creare e/o potenziare  questa sigla jihadista avrebbero inteso attirare terroristi in un solo luogo e sotto un marchio (the hornet’s nest strategy, strategia nido di vespe) per proteggere  da infiltrazioni lo stato d’ Israele.

Al presente, Al Baghdadi si è autoproclamato Califfo, ha fondato lo Stato Islamico, IS, chiede obbedienza a un milione e duecentomila musulmani al mondo e ha organizzato sotto di sé un Consiglio i cui membri sono responsabili per specifiche zone geografiche e di attività.

Praticare il terrorismo costa: finanziamenti  Continua a leggere…

“Decapitazione” una pratica jihadista che nel Corano non c’è

agosto 26, 2014

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Tra i mille orrori delle rivoluzioni sfigurate da interessi alieni, la decapitazione di James Foley oggi è usata dai media, come ciclicamente altri crimini jihadisti, per una deformazione della religione islamica che è parte di un processo, iniziato nel secolo scorso mirante a sradicare l’antisemitismo sostituendolo con l’islamofobia (ved. doc.).

Al livello orrifico e spettacolare prodotto dai siti jihadisti, si affianca un atteggiamento pseudoculturale che, in buona o cattiva fede, presenta come assodato senso comune assunti denigratori che nulla hanno a che vedere con l’Islam. Nulla è più facile che stravolgere una ideologia pescando dall’insieme delle sue formulazioni ciò che conferma la tesi già predisposta. Sarebbe possibile stravolgere l’immagine tradizionale del Cristianesimo qualora venisse sempre rappresentato con questa citazione generalmente taciuta:

copertina vangelo

 

 

[…]“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!” (Matteo 10,34)”

 

 

Nel caso dell’Islam, al contrario, vengono omessi precetti che sconfessano l’idea guerresca e spietata che si vuole darne:

copertina corano

 

 

“[…] Chi poi perdona e fa pace fra sé e l’avversario, gliene darà mercede Iddio, perché Dio non ama gli iniqui” (Sura 42, 40)

 

 

 

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Libia: scontro finale fra le milizie Misurata e Zentan

agosto 24, 2014

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- Khalifa Haftar, golpista a Bengasi
-Il derby: Misurata, Zentan e il doppiogioco degli Usa
-La prigionia e i rischi aggravati per Saif Al Islam

Aerei da guerra non identificati hanno  bombardato, nuovamente, il territorio libico poche ore dopo che le milizie di Misurata avevano avuto la meglio sui combattenti della città di Zentan che da tre anni controllavano l’aeroporto di Tripoli. Secondo Reuters al momento mancano i dettagli necessari per comprendere gli eventi. Nella foto qui sotto, la facciata dell’aeroporto dopo la presa di possesso da parte della milizia vittoriosa.

Aeroporto Tripoli 24 agosto 2014

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Netanyhau, l’uomo che inizia la guerra e non sa come venirne fuori

agosto 23, 2014

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Netanyahu’s self-inflicted Gaza conundrum

di Uri Avnery

Uri Avnery

 

La guerra era finita. Le famiglie tornavano al loro kibbutz vicino a Gaza. Le scuole materne riaprivano i battenti. Un cessate il fuoco era in vigore e veniva ampliato, ancora e ancora.
E poi, di colpo, la guerra è tornata. Cosa è successo? Beh, Hamas ha lanciato razzi contro Beersheba durante il cessate il fuoco. Perché? No perché…sapete come sono i terroristi. Sanguinari. Non possono farne a meno. Proprio come gli scorpioni.

NO, non è così semplice.
I  colloqui del Cairo sembravano vicini al successo, ma Benyamin Netanyahu era nei guai. Tenne segreta la bozza egiziana dell’accordo per un cessate il fuoco duraturo anche ai colleghi di Gabinetto che ne hanno appreso almeno una parte attraverso i media, che a loro volta avevano avuto notizia da fonte palestinese.

Sembra che il piano prevedesse un allentamento del blocco (di Gaza) se non proprio l’annullamento, e che per la richiesta del porto e dell’aeroporto le parti si sarebbero riviste entro un mese.

Netanyhau RocketsCosa? Questo  era il risultato per Israele? Dopo tutto il bombardare e uccidere, dopo aver subito la perdita di 64 soldati israeliani, dopo tutti i discorsi grandiosi sulla nostra vittoria clamorosa, era tutto qui? Non c’è da stupirsi che Netanyahu abbia tenuta nascosta la bozza. Continua a leggere…

Il sostegno ai diritti umani si ferma sul confine dell’Arabia Saudita?

agosto 21, 2014

mcc43      see english version of the article HERE, or HERE, in the website dedicated to Nimr

La rapidità con cui le piazze e la rete si mobilitano in difesa di gruppi o individui i cui diritti basilari: vita, libertà di movimento e d’espressione sono minacciati da un governo autoritario sembra  avere un limite. Un limite culturale. Chi viene represso deve presentare delle somiglianze  con  chi si attiva in sua difesa. Se, fortunatamente, si assiste a una generosa mobilitazione per i Palestinesi, nulla di simile avviene per il popolo Rohingya della Birmania, per esempio, nonostante l’ONU stessa l’abbia definito “la minoranza più perseguitata al mondo“. Se l’universo dei social media e le piazze si sono battuti per  l’australiano Julian Assange, paladino del diritto di rendere pubblico ciò che i governi nascondono, nulla si muove nel mondo occidentale per ilTime Julian Assange cittadino saudita Nimr Al Nimr.

Assange ha la stessa immagine di qualsiasi uomo che incrociamo nelle nostre città, si esprime secondo i canoni della nostra dialettica: è facile, perfino automatico, immedesimarsi nelle sue battaglie. Nimr Al Nimr è un attivista che chiede riforme: elezioni, parità di diritti per tutte le componenti del suo paese cui una monarchia autoritaria e settaria impedisce qualsiasi libertà. Ciononostante queste battaglie non arrivano all’opinione pubblica occidentale – nonostante  sia stato oggetto di un leak di Assange, come vedremo più avanti –  perché, sebbene laiche e da tutti condivisibili, sono battaglie condotte da un Ayatollah. Che si sia agnostici, atei o credenti cristiani, in Occidente non si è generalmente inclini a riconoscere le nostre stesse richieste qualora esse vengano portate avanti da un teologo musulmano. E’ un limite diffuso e dimostra come vi sia ancora  molto cammino da fare per la pari dignità delle culture, delle nazioni, e anche delle religioni, prima che i diritti umani diventino una conquista globale e che nessuna deviazione o zona buia possa essere artificiosamente introdotta per ragioni geopolitiche.

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Nimr Al-NimrNimr Al Nimr fa parte di una famiglia impegnata nell’opposizione alla politica interna della monarchia saudita, e ne paga prezzi altissimi. Come lui, è incarcerato il fratello Ali;   l’anziana madre e un altro fratello conducono strenue battaglie per la loro liberazione, ma per Nimr a rischio c’è più della libertà. Sulla sua testa pende la richiesta di pena di morte a mezzo crocifissione. Continua a leggere…

Eran Efrati “La Storia bussa di nuovo alla porta: in Palestina”

agosto 19, 2014

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- Soldati IDF nei Territori Occupati,
– Israele addestra eserciti e polizie di altri paesi, anche l’Italia

Eran Efrati “Mi chiamo Eran Efrati, ho 28 anni sono nato a Gerusalemme da una catena di sette generazioni gerosolimitane. La mia famiglia é molto sionista e lo stesso si aspettava da me perché, si dice, se non sei sionista sei antisemita. La mia è anche una famiglia di militari: mio fratello é paracadutista, mia madre ufficiale dell’esercito, mio padre è il capo della polizia di Gerusalemme. Io tutta la vita ho voluto essere dalla parte giusta, invece a un certo punto mi sono accorto che stavo da quella sbagliata”

 

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Pena di morte: Nessuno tocchi Nimr Al Nimr

agosto 17, 2014

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no death penalty Se Diritti Umani e Libertà d’espressione fossero egualmente riconosciuti per tutti  il caso del prigioniero Nimr Al Nimr nelle carceri dell’Arabia Saudita susciterebbe clamore. Che cosa impedisce ai grandi media occidentali di occuparsi della tragica condizione degli oppositori della monarchia saudita? Nell’Italia laica solamente Nessuno Tocchi Caino ricorda che il 18 giugno sono state condannate a morte in Arabia Saudita ventisei persone, con accuse come aver pronunciato discorsi critici nei confronti del regime e partecipato alle proteste contro la famiglia regnante.

Totalmente sconosciuto, di conseguenza, il caso giudiziario dello Sceicco, termine che indica persona autorevole di venerabile esperienza, Nimr Baqui Al Nimr.

Siamo nella primavera del 2012. Muore un membro della monarchia saudita. Un gruppo di giovani, impegnati da mesi nelle dimostrazioni per il rilascio dei prigionieri politici, organizza una celebrazione che è l’opposto del cordoglio funebre. Vengono arrestati. Nei giorni seguenti lo Sceicco Nimr Al-Nimr, già noto per la sua opposizione al regime e per le sprezzanti critiche agli Stati Uniti, pronuncia un discorso il loro difesa.
L’ 8 luglio 2012 al-Nimr  viene arrestato, la polizia dichiara il verificarsi di uno scontro a fuoco per giustificarne il ferimento. Viene condotto in carcere e da quel momento la sua vita è quella di tutti i prigionieri nelle nazioni dove la libertà di espressione è considerata pericolosa: isolamento, privazione dei contatti con i famigliari, interrogatori, comunicazione carente delle accuse, privazione delle cure mediche.

Ciò è tipico delle dittature, certamente, ma è praticato anche da nazioni definite democratiche. Per esempio Israele, che sui prigionieri politici palestinesi pratica anche l’alimentazione forzata e che un ultradecennale trattamento simile a quello saudita riservò a  Mordechai Vanunu, il whistleblower del progetto nucleare di Dimona. O negli Stati Uniti dove la popolazione carceraria Afro-americana in particolare subisce detenzioni in isolamento di durata pluriennale, dove si commina la pena di morte a minorenni e minorati psichici e dove le carceri private tengono i detenuti in condizioni degradanti. 
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La Corte Penale Internazionale, l’impunità d’Israele e la sete di Giustizia dei Palestinesi

agosto 11, 2014

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Tra i sostenitori della causa Palestinese è generale una richiesta: denunciare Israele alla Corte Penale Internazionale. Si spera dalla Corte, ICC-CPI, un verdetto penale sull’illegalità dell’Occupazione dei Territori Palestinesi già riconosciuta con la Risoluzione 242  del Consiglio di Sicurezza nel 1967. Una richiesta che si fa pressante quando Gaza, la Striscia di terra sottoposta al blocco israeliano, diventa anche obiettivo dei bombardamenti dell’esercito d’Israele.
#ICC4Israel è l’hashtag che corre in Twitter e Facebook.

Inoltre, Israele è già stata riconosciuta colpevole di genocidio dal tribunale morale della Malesia, KLWCT; una sentenza sulla quale i media hanno steso il consueto velo, ingiustificabile nelle democrazie della UE e negli Stati Uniti.
Se finora il procedimento contro Israele alla Corte dell’Aja non ha avuto inizio, non si può imputarlo all’inerzia dei rappresentanti politici palestinesi. La questione è complessa a un tal grado da potersi definire, manzonianamente, una vicenda  da azzeccagarbugli. Cercheremo di schematizzare per fissare i punti principali dell’annosa questione legale.

Lo Statuto di Roma.
Il documento, con testo definitivo del 1 luglio 2002, istituisce la Corte Penale Internazionale attribuendole la competenza per intervenire quando uno stato non abbia le capacità o la volontà di processare i presunti responsabili dei crimini che ricadonoMappa paesi che riconoscono Statuto di Roma sotto la sua giurisdizione sovranazionale. Si tratta di quelli correntemente definiti “crimini contro l’umanità” e nel testo  sono espressamente specificati il genocidio, l’aggressione e i crimini di guerra (ved. art.5 dello Statuto).

Gli Stati membri dell’ONU sono tenuti a riconoscerne la giurisdizione con la firma e la ratifica in Parlamento del trattato. Non  esiste sanzione per chi non aderisce, infatti non tutti i paesi lo hanno fatto, fra questi India, Cina, Israele., Russia, Usa. Assente anche la Palestina per l’ovvia ragione che nel 2002 non era uno stato; tuttavia, da art.12 dello Statuto medesimo, emerge uno spiraglio. Pur non essendo firmatario dello Statuto di Roma, il Governo di una nazione può riconoscere e accettare la giurisdizione della Corte relativamente a uno specifico reato.

Azioni intraprese dai Palestinesi Continua a leggere…

Il soldato d’Israele e la Direttiva Hannibal

agosto 2, 2014

mcc43

E’ il 1986, scrive il quotidiano Haaretz, e tre ufficiali dell’ Israeli Defense Force sono intorno a un tavolo: il generale Yossi Peled, il colonnello Gabi Ashkenaz e l’ufficiale dei servizi segreti colonnello Yaakov Amidror. Sono impegnati a formulare un documento che per molto tempo non sarà divulgato al di fuori dei ranghi dell’esercito.

“In caso di cattura, la missione principale è quella di salvare i nostri soldati dai rapitori, anche a costo d’infliggere danni o ferite ai soldati stessi. Si devono impiegare armi da fuoco per atterrare i rapitori o fermarli. Se il veicolo o i rapitori non si fermano, un cecchino deve prendere di mira, deliberatamente, i rapitori per colpirli anche se questo significa colpire i nostri soldati. In ogni caso, qualsiasi cosa dovrà essere fatta per fermare il veicolo e non lasciare che si allontani.”

Questa sarà la procedura, indicata come Direttiva o Protocollo,  che per un capriccio del software dell’esercito prenderà nome HANNIBAL.

 ***

IDF soldiersMeglio morto che prigioniero” 

Quest’affermazione di un reduce dalla guerra in Libano fu il punto di partenza di un’ inchiesta di Haaretz  del 2003 che portò Hannibal a conoscenza della pubblica opinione, attraverso testimonianze di coloro che accettarono di farsi intervistare. Argomento delicato, osserva l’autore dell’ articolo: sta sulla sottile linea che separa ciò che è legittimo da ciò che è palesemente illegale. 
Nell’esercito non pochi si ribellarono all’applicazione di Hannibal,  ricevendo anche l’appoggio dell’ establishment religioso; successivamente la procedura venne modificata con l’aggiunta “mirare alle ruote del veicolo“. Le testimonianze raccolte, però, indicano che essa venne applicata secondo lo spirito originale.
Il 7 ottobre 2000 un commando di Hezbollah affrontò in un conflitto a fuoco i soldati israeliani catturandone tre. Mezz’ora dopo, gli elicotteri israeliani si alzarono in volo  e colpirono il veicolo.  Questo è il racconto del padre di Benny Avraham, uno dei tre soldati periti.
Ero andato a trovarlo in caserma e lui mi parlò proprio di questa procedura. Disse che, se dei soldati venivano catturati, il veicolo doveva essere fermato ad ogni costo, anche quello della vita dei soldati. Ero annichilito, gli chiesi se lui avrebbe obbedito all’ordine di sparare ai suoi compagni. Rispose che sarebbe stato un ordine. Dopo che lui è stato catturato, uno degli ufficiali mi informò che per fermare il veicolo con i prigionieri ne erano stati intercettati nell’area ben 26. Ricordo chiaramente il numero. Sul momento non afferrai il senso di quello che mi stava dicendo, ma dopo collegai queste parole a quelle di Benny e allora mi resi conto che se Benny era su uno di quei veicoli, sarebbe stato ucciso.”
“Anche se comprendo il prezzo che lo stato avrebbe dovuto pagare, avrei preferito un figlio prigioniero a un figlio morto. “
.
L’ indagine di Haaretz, ricordiamolo, è del 2003.  Nel 2011 è arrivata a conclusione la trattativa per il rilascio di Gilad Shalit, il soldato rimasto nelle mani di Hamas per cinque anni,  liberazione ottenuta in cambio della scarcerazione di centinaia di prigionieri palestinesi. Gilad sano e salvo, un pò ammacato l’orgoglio nazionale, così che un alto ufficiale dell’IDF, alla richiesta di commentare, rispose Il Protocollo Hannibal non è cambiato ed è ancora in vigore.
.

Presumibile, pertanto, che lo sia tuttora e che venga applicato nell’operazione contro Gaza. Allora è opportuna una domanda.

Quando Israele, cui fa eco Obama, accusa Hamas di rapimento di soldati, come Hadran Goldin scomparso l’1 agosto, e ne chiede la liberazione è forse già consapevole che essa non potrà più avvenire?

Della Direttiva, o Protocollo, Hannibal le opinioni pubbliche internazionali dovrebbero essere messe al corrente, così da tenerne conto nel valutare le dichiarazioni ufficiali.
 ******

La logica della Direttiva Hannibal forse è ineccepibile sul piano pratico militare, ma aberrante nell’ambito dei diritti umani.


– Ogni soldato catturato in zona di conflitto deve essere trattato secondo i principi della Convenzione di Ginevra sui Prigionieri di guerra. Ucciderlo è una violazione che, paradossalmente, con Hannibal viene perpetrata dalla nazione che è parte lesa dalla cattura.


– Il soldato israeliano non è un volontario. La leva è obbligatoria per tutti, per gli obiettori di coscienza c’è il carcere.
Con la Direttiva Hannibal i soldati vengono di fatto declassati nei diritti al trattamento dei mercenari, i quali, in caso di cattura, non hanno più assicurata la conservazione della vita e la liberazione. (ved. articolo I Mercenari, lo status, l’ingaggio, le azioni.)

 

*****

Lorenzo Piesantelli ha linkato questo articolo a
Il “Protocollo Hannibal:” e le bugie di Israele  sui propri soldati rapiti e uccisi. 

con aggiornamento riguardanti anche la vicenda del soldato Hari Goldin,
la cui cui morte, ufficialmente dichiarata dal governo israeliano,
è stata contestuale all’uccisione di 130 Palestinesi . 

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Israele e gli altri: prima e dopo il 2014

agosto 1, 2014

mcc43

Un articolo di Haaretz che non separa cittadini e governo, bensì li coinvolge nella medesima critica: la rimozione. Rimozione dell’essere dentro il Medio Oriente, del circostante che cambia, della tecnologia che trasforma il modo di combattere. E l’inerzia del non far pace e tuttavia non adeguarsi a inedite forme di guerra. Il senso profondo che pervade l’intero discorso ripropone lo choc di realtà che Benjamin Tammuz descrisse a proposito della guerra del Kippur e che è trascritto nel post: Israele e gli altri: prima e dopo il 1973.
La conclusione dell’articolo di Haaretz è la via da perseguire, è saggia, obiettiva, salvifica.

Rabin inspecting Yom Kippur war

Hamas, you’re bursting Israel’s bubble
Hamas, stai facendo scoppiare la bolla Israele

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Quanto è solido lo stato di Israele?

luglio 29, 2014
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mcc43

L’operazione Protective Edge che colpisce  Gaza con bombardamenti indiscriminati sta mettendo in luce quello che pochi intendevano vedere. Israele è un patchwork di etnie e di concezioni dello stato sul quale si vuole apporre l’etichetta di ebraico per alludere a un’inesistente omogeneità.

Il venti per cento della cittadinanza è composto di Arabi. La maggioranza Ebrea trae le sue origini da varie zone europee e dei paesi arabi (sono note le sommarie denominazioni di askenaziti e sefarditi). Esiste una minoranza etiope, i Falascia, arrivati con l’Operazione Mosè e altrettanti sono in attesa di emigrare in Israele. Forte, invece, la presenza sia reale  -emigrati e persone con doppia cittadinanza-  sia culturale degli Stati Uniti, dove gli Ebrei sono una componente che ha peso nei più importanti ambiti del paese.
L’organizzazione AipacAmerican Israel Public Affairs Committee, esercita un ruolo fondamentale nell’elezione dei presidenti americani, sostiene i massimi livelli politici ed economici della società, o vi è presente con i suoi aderenti. Ciò è normale conseguenza dello spostamento dall’Europa all’America dell’ asse del mondo, attraverso l’emigrazione in massa di personalità del mondo ebraico durante le persecuzioni europee del secolo scorso. [Vedere  Il sostegno a Israele è la “religione civile” dell’Occidente.]

Anche la collocazione regionale crea grandi disparità di visione dello stato. I Coloni sono una forza che il Governo usa e dalla quale è usato per la politica di espansione attraverso un’erogazione di benefici e di tolleranza sui crimini. [Vedere La vergogna dell’Occupazione israeliana: i coloni di Hebron – Al Khalil.] Infine, ad ogni operazione bellica sempre presentata come azione di difesa, accorrono da ogni parte del mondo giovani che lasciano gli studi o il lavoro per arruolarsi nell’esercito dello “stato ebraico”.

Le tensioni conseguenti a tale eterogenea composizione sono nascoste dalla militarizzazione: ogni cittadino ha l’obbligo di prestare servizio militare, sia pure a livelli di carriera diversi per Ebrei e Arabi, e dal controllo dei media. Nel recente caso dei tre studenti ebrei rapiti, ai media fu vietato di diffondere la notizia della morte già avvenuta per poter dar corso alle “ricerche”, in realtà operazioni punitive nei Territori Occupati e preparare il sentimento pubblico all’attacco di Gaza, quella Operation Protective Edge che sta mettendo in luce una frattura a due livelli.

London for palestine

LONDRA

san Francisco for Palestine

SAN FRANCISCO

Sul piano internazionale i pochi media che tirano la volata a tutta l’informazione mondiale sono allineati nel dipingere come “autodifesa” la spropositata dimostrazione di forza. Al contrario, nelle fonti indipendenti si avverte un diffuso sentimento di repulsione. Si constata fra la gente comune e nei social media un sostegno alle manifestazioni pro Gaza tenutesi in molte capitali. Manifestazioni contro le quali a volte è stata esercitata la repressione, come avvenuto in Francia.
Si avverte un collettivo calo di disponibilità verso l’impunità che è stata concessa per decenni a Israele. E’ temibile che della evidente tendenza alla condanna morale della politica israeliana si possano in qualche modo avvantaggiare le correnti razziste e antisemite che in alcuni paesi europei si sono manifestate negli ultimi anni.

La frattura più grave per Israele, però, sta manifestandosi all’interno della società stessa, con fenomeni di chiaro razzismo anti-arabo, mentre più forte si fa l’azione dei gruppi pacifisti e contro l’occupazione dei Territori.

Gli Arabi, nel complesso, e i contestatori della politica di Netanyhau, anche individualmente, stanno diventando oggetto di campagne diffamatorie, minacce, agguati e aggressioni quanto più cresce la loro visibilità. Jews Against Genocide (JAG) ha condotto una manifestazione-funerale per i bambini di Gaza davanti alla Corte Suprema in Gerusalemme. Jewish Voice for Peace ha lanciato una iniziativa nella quale eminenti personalità sono fotografate con un cartello che riporta il nome di un gazawi ucciso. [Vedere #GazaNamesProject by Jewish Voice for Peace.] L’organizzazione religiosa ebraica Naturei Karta contro l’Occupazione e contro la strumentalizzazione dell’Olocausto, organizza rally in varie parti del mondo in solidarietà con Gaza e per la piena sovranità per i Palestinesi; per quanto poco conosciuta da noi, questa organizzazione sottrae allo stato le basi “religiose” e rimuneratrici per il genocidio subito dagli Ebrei, due pilastri della propaganda  governativa.

Negli animi si è risvegliato l’odio ed è stata la gestione di Netanyhau a provocarlo: manipolando l’informazione sulla vicenda dei tre studenti ebrei, accusando immediatamente Hamas sia del rapimento sia dei razzi da Gaza, dove in realtà agiscono altre fazioni armate, e terrorizzando la popolazione della Cisgiordania. E’ molto difficile far rientrare l’odio e riportare il clima a una convivenza accettabile. Nel video che segue un gruppo di fanatici grida slogan, che non si fa fatica ad assimilare al nazismo, contro gli Arabi, prendendo di mira e minacciando di uccisione singole personalità arabe o ebree pacifiste. Manifestazioni di teppisti che gridano slogan “Non resteranno più bambini a Gaza” o chiedono la revoca della cittadinanza agli arabi sono un problema molto più grave per la comunità ebrea e per il futuro dello stato che per il mondo arabo.

L’Iraq e la Siria, trasformate in mattatoi direttamente o con il consenso delle grandi potenze, sono state il bacino in cui le organizzazioni terroristiche hanno fatto proseliti e arruolato combattenti che oggi sono una minaccia reale gravissima per l’intero Medio Oriente.
Su questo sfondo, le fratture interne della società israeliana diventano un fattore di grande debolezza. Per esistere, come stato, Israele deve essere una democrazia fiorente e prospera, nella quale i cittadini, pur vivendo in Medio Oriente, possano avere l’impressione di vivere in modo simile a quello di una qualsiasi grande città europea o americana.  Un’ impressione che persiste solo se c’è pace. Aumentando, anche per la dissennata propaganda a copertura delle azioni belliche, il senso di pericolo i migliori elementi della società potrebbero decidere di emigrare. Le divergenze su come gestire il problema palestinese non potranno che approfondirsi minando la coesione intorno alla narrativa fondante dello stato e alle prassi volute dai governi. Se lo stato non apparirà altrettanto sicuro come in passato, potrà persistere, in un paese dove in ogni famiglia ci sono soldati e riservisti, l’accettazione di una regola militare come il “codice Hannibal“? E’ la regola secondo la quale i soldati israeliani non devono essere fatti prigionieri anche se questo significa sacrificare la loro vita. Si veda a questo proposito l’estratto da un reportage sull’ultimo caso, il soldato Guy Levy scomparso durante un’operazione a Gaza,  di Richard Silverstein, ebreo progressista, creatore del sito Tikun olam, dedicato alla risoluzione del conflitto arabo-israeliano.

Dopo l’Operazione Protective Edge e quello che sta mettendo in luce ha senso chiedersi quanto potrà resistere lo Stato d’Israele ai rischi d’implosione, e se per evitare questi rischi vi sia una strada diversa da quella di un serio dialogo sull’agenda Palestinese, a partire dagli insediamenti nei Territori, il blocco di Gaza, la piena parità dei cittadini ebrei e arabi, la soluzione del problema dei Profughi. Non rimane molto tempo.

—–

Raccolta Storify articoli di
Gaza & Israele
Operation Protective Edge 

 

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Si scrive Libia, si legge Afghanistan….

luglio 27, 2014
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Reuters

US evacuates Libya embassy after ‘free-wheeling militia violence’

 

Spectator.co.uk (blog)

Libya is imploding. Why doesn’t Cameron care?

Libye : plusieurs Etats appellent leurs ressortissants à quitter

Libia, scontri a Tripoli e Bengasi | Oltre 50 morti

Libia, fuga degli occidentali Scontri e incendi, quasi 100 morti

ANSA.it

Fuga dalla Libia in fiamme, via più di 100 italiani

 ******

tripoli esplosioni


Perché la Libia rischia di essere un nuovo Afghanistan – Formiche

Fatti, ricostruzioni e polemiche di  Francesco De Palo

Da tre giorni le milizie islamiste in Libia, dopo aver provocato scontri armati, hanno bombardato a colpi di missili l’aeroporto di Tripoli. E mentre la situazione si fa incandescente anche per gli interessi italiani in zona, senza che il nuovo parlamento sia in grado di arginare i pericoli, il Giornale monta una polemica sul mancato intervento da parte del nostro ministero degli Esteri. Continua a leggere…

La vergogna dell’Occupazione israeliana: i coloni di Hebron – Al Khalil

luglio 27, 2014

mcc43

Nella città di  Al-Khalīl, Hebron in ebraico, meno di 1000 coloni ebrei tengono in scacco più di 160.000 Palestinesi. Accade l’incredibile se a gestire la situazione sono dei soldati cui è dato il compito di “bruciare la coscienza dei Palestinesi” e sono, a loro volta, sotto scacco dei coloni.

Non li ha mandati laggiù il governo di Israele. Ci sono arrivati per il Convegno (v.nota in calce) indetto dal rabbino Moshe Levinger, si sono installati in un albergo e non sono più andati via. Altri sono arrivati occupando via via gran parte della città vecchia di Hebron, perché il principio che li guida non è convivere, in quella città che non appartiene allo stato di Israele, ma cacciare gli abitanti Palestinesi e riappropriarsi della biblica città di Abramo.

Una strada di Hebron

Oggi i coloni di Hebron trattano i Palestinesi come spazzatura, i soldati come servi, lo stato come notaio.;

Lo stato d’Israele, potenza occupante, sancisce come loro diritto la segregazione dei Palestinesi, impedendo accessi a strade e case, creando recinzioni, anche aeree, attraverso le quali  i coloni  praticano la vessazione lanciano oggetti e sporcizia. Impunemente.

Lo stato consente loro di violare le leggi e trarne vantaggio: le case temporaneamente vuote per l’assenza del proprietario palestinese vengono occupate e, sebbene la legislazione israeliana preveda che gli abusivi siano cacciati entro trenta giorni, ciò non avviene. Di fatto gli abusivi diventano proprietari, essendo l’iter giudiziario cui dovrebbe accedere il danneggiato palestinese un percorso dai tempi indefiniti presso tribunali israeliani, ai quali dovrebbe ricorrere come straniero.

L’Occupazione dei Territori Palestinesi è una vergogna che data dalla guerra dei Sei Giorni del 1967. Il Diritto Internazionale prevede che uno stato non possa ampliare il proprio territorio attraverso conquiste belliche, ma Israele dichiara ufficialmente che la Cisgiordania NON fa parte di Israele e si mette al riparo dall’accusa. Prosegue a creare insediamenti e a difenderli con il dispiegamento di forze militari.

Il  documentario del 2010, This is My land Hebron di Giulia Amati e Stephen Natanson, vincitore del 14° Festival internazionale del Cinema dei Diritti Umani di Buenos Aires, ci trasporta in quella realtà con immagini e interviste, dando voce ai palestinesi e ai coloni.  Un’ora e un quarto  di visione in YOU TUBE  che catturano e suscitano complesse emozioni.  Qui sotto  dichiarazioni e fotogrammi particolarmente significativi.

Gideon Levi, giornalista

“Se si guarda a quello che succede a Hebron si può solo concludere che i Palestinesi sono fra le persone più tolleranti del mondo. direi delle meno violente del mondo.  Chiunque altro in una situazione simile esploderebbe” (39′)  “La maggior parte degli Israeliani non ha idea di cosa accade qui, I media non ne parlano e non vogliono che si sappia.  Ormai siamo una società che pensa solo a se stessa, e anche a questo sempre meno. Per tutto il resto abbiamo sempre la scusa della sicurezza, se non basta possiamo sempre tirare fuori l’Olocausto. Come diceva Golda Meir “Dopo l’Olocausto gli ebrei possono fare quello che gli pare”. Questo è il nuovo modo di pensare. I Diritti Umani sono per i salotti europei, non per noi. Noi ci occupiamo solo della nostra sorte.” (50′) “Se non restituiamo tutta la Cisgiordania non ci potrà mai essere pace, non ci è rimasto molto tempo. Con 250000 coloni in Cisgiordania è quasi troppo tardi, perchè non sarà facile evacuarli, ma se non ci decidiamo a farlo nulla cambierà e passeremo da una guerra all’altra. “(1h.2′)

Yehuda Shaul, di Breaking the Silence, Gerusalemme

“C’è una corruzione morale che fa parte dell’occupazione. Quando a un ragazzo di 18 anni dai  un’uniforme, un fucile e il potere …

palestinese imprigionato

Picchiato e ammanettato durante una delle perquisizioni a tappeto nelle case palestinesi che i soldati effettuano il sabato e nelle feste ebraiche per “rassicurare” i coloni. Si era intromesso per difendere la sorella e la cognata aggredite; scesa la notte, intorno a lui coloni a passeggio, canti, musica.

Abusare dei Palestinesi , rubare e distruggere i loro beni , sparare e ferire degli innocenti sono cose che non puoi evitare quando sei li. La tua missione è bendare e ammanettare i Palestinesi e ne vedi così tanti ogni giorno che per te non sono più esseri umani. Non ti chiedi più cosa pensano o cosa provano. Questo ragazzo sta qui da 14 ore ammanettato, ormai non è più un ragazzo.” (54’57”) “Tutto dipende dal potere politico dei coloni che possono influenzare il comandante della brigata. Ogni comandate di brigata sa che, se si oppone ai coloni. la sua carriera militare è finita.”

 

Gosiame Choabi,  Visitatore dal Sud Africa

 

“Come Nero sudafricano non riesco a capire quello che gli Israeliani stanno facendo ai Palestinesi . Alcuni comparano i due scenari, ma per me non sono comparabili. Noi non avevamo muri, una sola via di accesso e di uscita, check point. Potevamo muoverci nella stessa città, nelle strade, non c’erano vie per l’altra etnia, potevamo entrare negli stessi negozi . E’ incomparabile, la chiamano apartheid ma è molto peggio,  veramente angosciante” (46’)

 

 I Coloni ebrei di Hebron

 I ragazzi (49′) “Tu  e il tuo fottuto Gesù potete baciarmi il culo” “Non prendere foto, via la telecamera o te la rompo, fottuto nazista”  “Abbiamo ucciso Gesù e ne siamo fieri” “Fottiti, vi uccido, voi e i Palestinesi, Nazisti . Questa è casa mia, questa la mia terra, Dio me l’ha data e voi andate a fare in culo”

 Una donna (53′) “Volete distruggere gli Ebrei e lo fate usando gli Arabi “

Fotogrammi dal film sottotitolato in italiano

 

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——

Nota Il Convegno indetto dal rabbino Levinson che ha dato inizio all’insediamento era in memoria del massacro del 1929. Da Wikipedia 

Il successivo venerdì, 23 agosto, elementi arabi, eccitati da voci secondo le quali due arabi erano stati uccisi da ebrei durante una manifestazione della destra sionista a Gerusalemme, scatenarono un’aggressione contro gli ebrei della Città Vecchia della città. La violenza rapidamente si allargò ad altre parti della Palestina.

I morti furono più di 60 e altrettanti i feriti

<

p style=”padding-left:30px;”>La maggior parte degli ebrei (435[2]) riuscì a sopravvivere nascondendosi nelle case di 25 famiglie arabe, che salvarono così 280-300 ebrei.[3] Aharon Reuven Bernzweig testimoniò che un Arabo, di nome Hājj ʿĪsā al-Kurdiyya, aveva salvato un gruppo di 33 ebrei, insistendo che essi trovassero rifugio nella sua cantina. Altre decine di ebrei scamparono trovando rifugio nella stazione di polizia britannica di Beit Ramon alla periferia della città o scappando. Gli ebrei sopravvissuti furono più tardi evacuati verso Gerusalemme.

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PER I PALESTINESI E’ SEMPRE … 1967

luglio 23, 2014

mcc43                                                                                                                                                                          Google+

1967  “LA GUERRA DEI SEI GIORNI”
Le forze israeliane occupano:
#Gaza e #Sinai a danno dell’ #Egitto
#Cisgiordania e parte araba di #Gerusalemme a danno della #Giordania
gli 
altopiani del #Golan a danno della #Siria.

 

DA ALLORA, PER I PALESTINESI IL TEMPO SCORRE SEMPRE TRAGICAMENTE UGUALE MENTRE TUTTO NEL MONDO CAMBIA 

 

 

Jews for peace Gaza

Neturei Karta, Jerusalem

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