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Strage di Peshawar: droni e Talebani

18 dicembre 2014

mcc43

Le campagne militari contro i Talebani del Waziristan dal 2009 al 2014/ I droni e i diritti umani violati / Lo scontro fra Nawaz Sharif, Primo Ministro, e Imran Khan, leader dell’opposizione / Il TTP e la rivendicazione della strage di Peshawar.

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Studenti e insegnanti della scuola di Peshawar non avevano colpe; non si può essere colpevoli di frequentare un’istituto dell’esercito. Chiunque prova un senso di ripulsa per l’ ingiustizia, dolore per la perdita di tante vite che stavano fiorendo: ragazzi fra i 10 e i 20 anni, partecipazione empatica al dolore delle famiglie.
Quando un folle armato stronca l’esistenza dei suoi compagni di scuola, come di tanto in tanto accade negli Stati Uniti, è un’atrocità imprevedibile, ma quando gli assassini appartengono a un’organizzazione terrorista esiste un intreccio di elementi collegati – che non la giustificano – ma la rendono non imprevedibile.

pakistan mapLe campagne militari contro i Talebani del Waziristan dal 2009 al 2014

Il Waziristan è una zona tribale che separa il Pakistan e l’Afghanistan nella quale agisce, fra gli altri, il gruppo talebano  Tehrik-i-Taliban (TTP) in lotta con il governo federale, alleato degli Stati Uniti. Un alleato che alla Casa Bianca non sembra sufficientemente allineato e al quale rimprovera di seguire una propria agenda.
Sartaj Aziz, consigliere per la Difesa presso il Primo Ministro Nawaz Sharif aveva dichiarato che esistono gruppi Talebani che non sono un problema pachistano. “Perché i nemici dell’America dovrebbero inutilmente diventare anche nostri nemici?  Quando gli Stati Uniti hanno attaccato l’Afghanistan, tutti coloro che vi erano stati addestrati e armati sono stati spinti verso di noi. Alcuni di loro erano pericolosi per noi e alcuni non lo sono. Perché dobbiamo fare di tutti quanti dei nemici.

Già mentre il sequestro era in corso, i media internazionali hanno puntato il dito contro questa politica nonostante il TTP, autore della strage, fosse il gruppo terrorista più pesantemente colpito dal governo.

Nel 2009 Islamabad aveva lanciato una grande offensiva di accerchiamento e distruzione con la cooperazione dei droni americani. Denominata “Sentiero della Giustizia“, tra giugno e ottobre aveva causato un migliaio di morti fra i Talebani e creato centomila profughi civili. La dirigenza del TTP al completo scampò e si rifugiò in Afghanistan. L’esercito aveva ripreso il controllo della zona, i miliziani erano morti o fuggiti, questione chiusa.

Ma è davvero possibile credere che fra una popolazione sradicata e colpita da lutti non emergano nuove leve votate alla vendetta? Infatti il TTP si è riorganizzato con nuove leve e nel giugno 2014 Islamabad ha lanciato un’altra operazione militare in Waziristan. Questa volta, a detta dell’esercito, sono stati uccisi da giugno a dicembre 910 terroristi e un’ottantina di soldati.  Secondo i dati Onu i profughi sono un milione, fuggiti dalla zona tribale verso l’Afghanistan

I droni e i diritti umani violati

Il perdurante incentivo a combattere il governo è l’uso continuo dei droni americani sul territorio tribale. Iniziato sotto la presidenza Bush, è diventato esorbitante con Obama che li presenta come arma intelligente: atta a salvare vite innocenti, se paragonata a un conflitto con i mezzi tradizionali.

I reporter pachistani affermano di essere solo nominalmente liberi di spostarsi nella zone del conflitto, in pratica solamente se embedded possono effettivamente accedere alle zone del conflitto. Ciò esclude a priori l’indipendenza del giornalista nel riportare ciò che vede con i propri occhi, stabilire gli effetti delle operazioni tocca, pertanto, ad altri enti e istituzioni internazionali.

Uno studio condotto dall’Università di Stanford e riportato dal New Yorker  smentisce la capacità del drone di individuare i combattenti distinguendoli dai civili, come invece sostiene la CIA. Dell’argomento si sono occupati anche Amnesty e l’organizzazione londinese “Bureau of Investigative Journalism”.
Droni PakistanQuest’ultima attraverso un progetto di accertamento dei fatti e d’individuazione dell’identità delle vittime, Naming the dead, ha rilevato che delle quasi 3000 persone uccise in dieci anni (fino al settembre 2014 solo) solo il 4% (84) sono risultate con sicurezza legate ad AlQaeda; quasi 400 sono state individuate come presunti membri di altri gruppi e nell’elenco compaiono nomi di bambini e donne. Lo studio è ancora in corso, rallentato dallo smembramento delle comunità locali e dalla distruzione integrale dei corpi.

I dati dimostrano un completa mancanza di trasparenza sull’operazione americana con i Amnesty Usa droni, afferma Mustafa Qadri, membro di  Amnesty International. L’organizzazione conclude  che gli Usa dovrebbero essere chiamati alla Corte Penale Internazionale per rispondere del programma, in gran parte segreto, che, applicato anche in altri paesi oltre al Pakistan, viola le leggi internazionali sui diritti umani e costituisce crimine di guerra.

Interpellato, il Consiglio di Sicurezza degli Usa, per bocca della portavoce Caitlin Hayden, ha risposto che i droni vengono lanciati quando si ha l’approssimativa certezza, near-certainty, di non colpire i civili.

In ottobre si registra una concomitanza disturbante: il 9 il Nawaz Sharif  – primo premier pachistano in assoluto a recarsi personalmente nel Waziristan – è andato a lodare personalmente l’esercito per la conduzione delle operazioni antiterrorismo; l’11 un drone ha ucciso 4 persone “definite” sospetti militanti e nel corso della settimana almeno 25 persone erano morte colpite dai droni americani in volo sul confine tra Pakistan e Afghanistan.

Toccherà a me la prossima volta” si chiedono gli abitanti della zona sul cui capo i droni volano per ore in ricognizione fotografando, ascoltando, ritornando più volte sulle stesse case. Non a tutti capita la morte, ma a tutti l’angoscia e la paura.

Lo scontro fra Nawaz Sharif e Imran Khan

Imran Khan è originario del Waziristan ed  è leader del Pakistan Tehreek-e-Insaf  (“Movimento per la Giustizia), che alle elezioni del 2013 ha ottenuto il secondo posto in Parlamento. La biografia politica di Khan registra nel 2012 la partecipazione alla carovana di protesta dalla capitale fino nel Sud Waziristan contro i droni americani e nell’agosto 2014 un’altra marcia, stavolta da Lahore a Islamabad, contro il vincente Sharif. L’accusa: frode elettorale. I dimostranti vennero presi a sassate dai sostenitori del governo federale, Khan venne affrontato con le armi, dovette proseguire su un veicolo blindato. In settembre, secondo Al Jazeera  partecipò a un tentativo di irruzione nel palazzo presidenziale, scoppiarono scontri, tre morti e numerosi feriti tra i quali un centinaio  poliziotti .
Con la ripresa dell’offensiva militare nel Waziristan nel 2014 la posizione espressa da Khan era stata molto chiaraLanciare una tale offensiva militare quando la maggioranza dei gruppi del Nord Waziristan esige di discutere è un gesto suicida da parte del Governo”. Si era scagliato anche contro gli Stati Uniti accusandoli di “comprare” il governo pakistano con la promessa di aiuti militari in cambio dell’avvio di una nuova operazione militare contro le zone tribali e disse che attaccare avrebbe indotto tutti i gruppi a unirsi contro il governo centrale; ma alla vigilia dell’attacco mutò improvvisamente parere.

Il TTP e la vendetta stragista a Peshawar

Un giornalista inglese ha raggiunto telefonicamente il portavoce del TTP, Yar Wazir.
Anche se dislocati altrove, siamo in grado di colpire quando vogliamo lo stato fantoccio del Pakistan, ha detto.
“Ma i bambini sono innocenti. Far loro del male mentre si credono in luogo sicuro? Quest’attacco è solo un gesto di vendetta” ha osservato il giornalista

piccola vittima di drone pakistan “E i nostri bambini – esplode Wazir – e i nostri ragazzi? Questi erano figli dell’esercito pakistano sostenuto dagli Stati Uniti e dovrebbero essere i loro genitori a smettere di bombardare le nostre famiglie e i nostri bambini.
Forse quei ragazzi sono innocenti perché indossano giacca e cravatta e delle camicie occidentali? Mentre i nostri ragazzi in camicia islamica non li degnate di uno sguardo voi dell’Occidente “.

A complicare le cose per il governo concorrono due fattori: in realtà la scuola era frequentata da figli di civili che contavano sulla buona qualità dell’ istituto e ad arrivare sul posto per prima è stata la stampa, che ha battuto in tempestività la risposta delle forze di sicurezza.

E’ inspiegabile la facilità con cui il TTP ha potuto anche solo avvicinarsi alla scuola, perché l’edificio si trova in una zona con numerosi check-point. Anche la giustificazione del personale che li ha visti arrivare a metà mattina “Credevamo si trattasse di un gruppo che stava giocando, solo in seguito abbiamo visto le armi”, nonostante a poca distanza vi fosse l’auto data alle fiamme dal commando, richiede uno sforzo per essere creduta.

La strage del 16 dicembre ha dunque molti risvolti d’intelligence da esplorare, intrecci internazionali da chiarire, rebus politici interni da risolvere.
Partendo dall’evidenza che il TTP ha ottenuto un’attenzione internazionale mai avuta in precedenza, che gli Usa vedono confermata la loro preferenza per la linea dura, che il governo di Sharif ha condotto operazioni tanto cruente quanto inefficaci a sconfiggere il terrorismo, e probabilmente, come profetizzava Imran Khan prima del calcolato riallineamento al governo, ha ottenuto l’effetto di unire i vari gruppi, dando al TTP appoggi logistici da cellule di Peshawar.

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Nota 1) Fu il TTP a compiere l’aggressione di Malala Yousafzai, ma non si comprende perché proprio Malala sia stata “adottata”, e addestrata, per essere un simbolo della barbarie talebana, tacendo che nell’attentato vennero coinvolte altre due ragazze, ben poco più grandi di lei.

Nota 2) L’ American Civil Liberties Union ha ottenuto che la casa Bianca declassificasse un “memo” segreto sull’uso dei droni e l’uccisione di cittadini americani in territorio straniero.The drone program has been responsible for the deaths of thousands of people, including countless innocent bystanders, but the American public knows scandalously little about who is being killed and why”  scrive il NYpost.

 Nota 3) leak di Wikileak: documento Cia sull’uso dei droni 

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Josè Pepe Mujica “La vita non è solo ricevere, è dare “

16 dicembre 2014

mcc43

Pepe Mujica

Una leggenda vivente Pepe Mujica.
Questo è il più recente suo discorso pronunciato in Equador all’ UNASUR, Unione delle nazioni Sudamericane, di cui ha assunto la presidenza pro-tempore.

Qui una traduzione parziale in italiano, ma la lingua castigliana non è impossibile da comprendere e sono d’aiuto i sottotitoli. La forza comunicativa di Mujica fa il resto.
Evoca fondamentali consapevolezze sul valore della vita e ricorda la nostra – sopita? – capacità di orientarla.

Non occorre essere eroi, ma si deve alimentare il “fuoco” dentro noi stessi. Sia così, in questo difficile tempo di transizione al 2015.

 

 

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Un altro discorso  di Mujica in questo blog: 

La felicità umana non viene dal mercato e dal consumo

 

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Per lo stato d’Israele la pratica della tortura è legale

14 dicembre 2014

mcc43

testo risposta cia torture

L’immagine rimanda al documento integrale; vedere pag.28

Specificità dello stato di Israele è differire dalle regole comuni agli stati democratici su temi sostanziali: non è dotato di una Costituzione né di una legge che definisca la tortura un crimine, la proibisca, detti le pene da applicare a chi la pratica.
A rendere poco note queste peculiarità israeliane concorrono il ricorso alla censura interna sui media, compresi i blog personali (*), e la politica per il web del Google’s Research and Development Center che sviluppa i suoi programmi presso le università di Haifa e Tel Aviv.

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da +972mag,

Il grosso problema è che la tortura non è un crimine secondo la legge israeliana. Già a priori questo è violazione delle disposizioni delle Convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate da Israele, come la Convenzione contro la tortura, che vietano sia il ricorso alle torture che i trattamenti crudeli, inumani e degradanti  in tutte le loro forme. Tra le altre raccomandazioni, gli organismi internazionali per i diritti umani hanno ripetutamente invitato Israele a vietare esplicitamente la tortura adottando una legislazione in linea con questi trattati; ma fino ad oggi, non esiste normativa.
In parte perché la tortura non è un crimine, non vengono messi in atto procedimenti penali a carico di chi la mette in pratica, quindi senza possibilità di soddisfazione legale per le vittime.
Le Agenzie israeliane che utilizzano abitualmente la tortura nel loro lavoro – tra cui l’esercito, lo Shin Bet (Israel Security Agency), e le autorità carcerarie – godono di un’ampia impunità. Mentre l’Alta Corte di Giustizia e la dirigenza di vari organi statali interni danno l’illusione di esercitare supervisione e regolamentazione, in realtà queste “agenzie di tortura ‘sono essenzialmente libere di agire senza timore di sanzioni.
Questo è il motivo per cui centinaia di casi di tortura contro i detenuti sotto custodia israeliana non sono nemmeno mai stati indagati, e perché le pratiche quali l’alimentazione forzata dei detenuti in sciopero della fame può essere considerata legale.
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L’uccisione di Ziad Abu Ein e la domanda non posta all’ IDF

12 dicembre 2014

mcc43

Fatti,  prime reazioni, autopsia, i funerali e
LA DOMANDA: 
Perché i soldati vengono dispiegati violando la legge?

I FATTI

Mercoledì 10 dicembre 2014,  Ziad Abu Ein, 55 anni, ministro del Comitato dell’Autorità Palestinese con il Muro di separazione e le Colonie, era Turmusiya, Cisgiordania, per una manifestazione internazionale. Lo scopo era porre a dimora degli olivi per occupare il territorio – legalmente di proprietà palestinese – allo scopo di frenare l’espansione dell’insediamento israeliano – illegale – di Shilo.
Al Jazeera  scrive: “Testimoni, tra cui un giornalista israeliano e un fotografo di Reuters, hanno visto Abu Ein  assalito dai soldati, altri hanno detto che è stato colpito alla testa e poi è collassato.” Come da prassi, l’esercito ha usato in quell’occasione  indiscriminatamente i lacrimogeni,  e i presenti hanno inalato il gas.
[ndr. Per conoscere il comportamento dei soldati IDF durante le manifestazioni dei Palestinesi vedere  qui. ]

 

Ziad Abu Ein pianta olivo

PRIME REAZIONI

La comunità internazionale chiede di mantenere la calma. Federica Mogherini, responsabile Esteri UE, parla preoccupata di «uso eccessivo della forza» e chiede «un’immediata inchiesta indipendente».  Diversamente, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon «ha lanciato un appello alle autorità israeliane affinché conducano un’indagine rapida e trasparente».
Il premier Netanyahu assicura che Israele indagherà «sull’incidente» e chiede di «mantenere calma la situazione e agire responsabilmente». Dell’indagine ha parlato anche il ministro della Difesa israeliano, Moshe Yaalon: «Ci dispiace per la sua morte», ha detto, sottolineando che è in corso un’indagine per far luce sull’«incidente».
Da parte palestinese si ritiene Israele responsabile e Mahmoud Abbas dichiara che sono aperte tutte le ipotesi; da più parti questo interpretato come un annuncio che mette a rischio la cooperazione per la sicurezza fra PA e Israele. [ndr. Per conoscere il Trattato che istituisce questa collaborazione vedere qui.]
La Svizzera, depositaria della Convenzione di Ginevra, accoglie l’ appello palestinese, nonostante il boicottaggio di Stati Uniti e Israele, e convoca per il 17 una conferenza sul tema dei Diritti Violati nei Territori Palestinesi militarmente Occupati.

L’AUTOPSIA

Risultanze dell’esame autoptico divergenti. I patologi israeliani hanno concluso che Ziad Abu Ein è morto per un infarto che potrebbe essere stato causato dallo stress, a cui era più esposto essendo malato di cuore. Il patologo palestinese, dottor Saber al-Aloul, ha dichiarato che Abu Ein è morto per aver subito violenza e non per cause naturali; ha anche sottolineato le ferite e le contusioni ai denti anteriori, al collo e alla trachea, indizio chiaro di percosse, come causa della morte. Il dr. Chen Kugel, patologo capo israeliano che ha partecipato all’autopsia, ha dichiarato in una intervista a Radio Israele che le ferite della bocca e i lividi “potrebbero essere stati causati dalla violenza, ma che potrebbero anche essere state causate dai tentativi di rianimaziome”.

Il GIORNO DEI FUNERALI

Diciannove Palestinesi son rimasti feriti Giovedì dopo che le forze di occupazione israeliane hanno violentemente disperso la folla. Scontri sono scoppiati a Jabal al-Tawil dopo che i soldati, pesantemente dislocati nell’area dell’insediamento illegale di Psagot, cercavano di disperde le migliaia di persone intenzionate a prendere parte ai funerali. Scontri, definiti minori da Israele, sono scoppiati in altre zone della West Bank: Nabi Saleh, Qalandya e Hebron.

Dozzine di soldati hanno invaso, Giovedì sera, Beit Ummar, città a nord di Hebron, entrando dentro le case, devastandole e arrestando due Palestinesi. I coloni hanno bloccato la via ai campi vicino a Betlemme.


LA DOMANDA non ancora posta all’IDF

Rabbi Arik AschermanArik Ascherman, Presidente e Senior “Rabbino dei rabbini” dell’organzzazione Rabbini per i Diritti Umani e la Giustizia socio-economica

“Importante quanto l’indagine sui fatti, è la questione di come sia stato deciso di violare le leggi israeliane e mandare forze di sicurezza a fermare dei Palestinesi che volevano piantare alberi sulla loro terra. Con una lettera di   Rabbis For Human Rights inviata all’esercito  chiediamo che l’esercito investighi perché le forze erano là, o almeno perché cercarono di bloccare i Palestinesi. […] Ritengo non sia stato un atto intenzionale colpire Abu Ein più di quanto facciano abitualmente le forze di sicurezza con i Palestinesi (e con i dimostranti israeliani espressione del ventaglio delle forze politiche) con l’uso indiscriminato dei tear-gas.

[…] La Corte Suprema con sentenza del 2006  ha ordinato all’ IDF di proteggere gli agricoltori palestinesi e le loro proprietà dagli attacchi violenti dei coloni e agire con immediatezza e decisione per eliminare definitivamente questo fenomeno.  [Per conoscere il comportamento vessatorio e le violenze dei coloni vedere qui]
[…] Il luogo dove doveva aver luogo l’interramento delle piante non era un’area che ponesse pericoli per i coloni [ndr. facendo temere loro iniziative violente da contenere], inoltre  i militari hanno fermato i palestinesi in un punto ancora più lontano dall’insediamento. Israele riconosce che queste terre sono di proprietà dei Palestinesi e la Corte Suprema non pone restrizioni riguardo al numero di persone che vogliono accedere alla zona, né se abbiano o meno con sé bandiere palestinesi.
Ciononostante, regolarmente, l’esercito fa di tutto per obbligare gli agricoltori a comunicare in anticipo la volontà di accedere ai terreni, circostanza per cui viene imposta la richiesta di un permesso. Più volte in passato ci siamo rivolti all’esercito per chiedere che sia eliminata la pratica di impedire gli accessi, accade meno spesso ultimamente solo perché gli agricoltori si sono rassegnati a non recarsi sui loro terreni senza aver prima ottenuto il permesso.

Il risultato di questa non osservanza della legge è che quando i Palestinesi esercitano il loro diritto di accesso senza richiedere preventiva autorizzazione, ciò viene assunto come provocazione alle forze di sicurezza israeliane. Il ministro, Yuval Steinitz, si spinge al punto di definire questo pacifico evento come una “manifestazione violenta”.

 

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Perché a Gaza non entrerà l’Isis

9 dicembre 2014

mcc43

Per chi auspica la soluzione dei mille problemi del popolo palestinese imbattersi nelle parole  “Gaza” e “Isis” all’interno di una medesima frase è un segnale d’allarme e un’immediata necessità di comprendere origine e scopi di un tale accostamento.

Esistono fonti d’informazione che affermano l’esistenza di cellule dello Stato Islamico operanti nella Striscia con la pervasività e il tono categorico di una crociata contro Hamas. In questo si distingue  John Bolton ex ambasciatore Usa all’Onu, repubblicano, ai vertici di varie istituzioni conservatrici e filoisraeliane, come Fox News, il Jewish Institute for National Security Affairs, la lobby armaiola National Rifle Association (!) eNRA   il Gatestone Institute; Bolton fu in prima fila tra i critici di Obama quando gli Stati Uniti chiedevano a Israele di sedersi al tavolo dei negoziati per il cessate il fuoco dell’ultima aggressione a Gaza, la Operation Protective Edge.

Il think tank Gatestone – di cui Bolton è presidente - durante il conflitto fu piattaforma di lancio per questo siluro dal titolo  L’Isis è già nella Striscia di Gaza”.

“A quanto pare, Hamas sta perdendo il controllo delle decine e decine di cellule terroristiche nella Striscia di Gaza. Hamas ha impedito ai giornalisti locali di diffondere la notizia del raduno organizzato dai sostenitori dell’Isis nella Striscia di Gaza il mese scorso come parte del suo tentativo di negare l’esistenza dell’Isis nella Striscia. Ma Hamas sembra che stia cercando di coprire il sole con un dito. La Striscia di Gaza non è più solo una minaccia per Israele, ma anche per l’Egitto. L’unico modo per affrontare questa minaccia è attraverso una cooperazione per la sicurezza tra Israele e l’Egitto. “ 

Compito istituzionale dei think tank è imbeccare i media e creare narrazioni che diventino convinzioni comuni (ved. Think Tank batte un colpo e cade un governo ). E’ evidente il danno che infliggono agli interessi dei Palestinesi tali  affermazioni che squalificano a priori le confutazioni da parte degli interessati e precostituiscono la tesi difensiva qualora l’Autorità Palestinese chiamasse Israele a rispondere dei suoi crimini davanti alla Corte Penale Internazionale.

La disinformazione si completa omettendo le reali prospettive che l’Isis si dà verso Gaza, lasciando intendere un sostegno ad Hamas che nella realtà è, al contrario, un’avversione di cui il mondo jihadista non fa mistero: l’organizzazione politico-militare di Hamas è accusata di apostasia perché dichiaratamente schierata con i “valori democratici”.
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Non è in questo modo che si sconfiggeranno Isis & C.

25 novembre 2014

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Ci sono molte ragioni che spiegano l’emergere e il dilagare dell’Isis, tutte chiaramente esposte nell’articolo Il Jihadismo: il frutto di una lunga manipolazione socio-culturale e di una propaganda dell’odio. Migliaia di giovani hanno dato un calcio al nostro eldorado e sono andati a mettere in gioco la loro vita nelle file dell’Isis. Inconcepibile per noi, disposti a tutto pur di vivere un giorno di più, l’idea che un ragazzo scelga come orizzonte il “martirio”.

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Il Jihad e le cantonate americane

24 novembre 2014

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- I “non pericolosi” Abu Bakr al-Baghdadi e
. Abdul Rahim M.Dost
– AlQaeda e Isis: i falsi nemici
– Wesley Clark sull’incompetenza del Pentagono

 

La guerra al terrorismo jihadista come viene condotta dagli Stati Uniti riserva momenti di sconcerto, volendo credere che si tratti di abbagli e non d’ incomprensibili tattiche segrete, o faciloneria e inconcepibile cinismo.

Al Bghdadi prima e dopoABU BAKR AL-BAGHDADI

Era ben noto agli americani che l’avevano tenuto prigioniero, dal 2004, per poi rilasciarlo nel 2009  “senza condizioni” su raccomandazione di una speciale Commissione. Nel 2010 assume il comando dell’organizzazione  alqaedista in Iraq.
All’ovvio stupore generale, le fonti americane offrono come 
giustificazione l’inesperienza del personale della Commissione.

Per liberare Obama dall’imbarazzo di aver aver scarcerato un pericoloso terrorista, il Dipartimento della Difesa è disposto ad ammettere che nel 2004 non teneva accurate registrazioni, il personale era impreparato, se ne ignorava la pericolosità, la  sua detenzione nella prigione di Camp Bucca era stata breve e la scarcerazione avvenuta nello  stesso 2004.

Che la liberazione senza condizioni sia avvenuta sotto la presidenza Bush oppure Obama, l’uomo dall’aria stupida che ricordano a Camp Bucca (dove i file che lo riguardano sono scomparsi), l’estate scorsa si è  proclamato Califfo dello Stato Islamico (sigla mutata da ISIS a IS) ed è diventato il nemico numero uno. Il capo dei “tagliagole“, la conclamata emergenza che porta a  creare la coalizione di stati che bombardano Iraq e Siria onde  “fermare l’avanzata del Califfo”

 

Abdul Rahim Muslim Dost. ABDUL RAHIM MUSLIM DOST

Alla fine del 2011 Dost era detenuto in Pakistan, da lì venne trasferito negli Stati Uniti e detenuto a Guantanamo per tre anni. Era già un veterano jihadista con un dossier di un certo spessore, ma i funzionari statunitensi lo rispedirono da Guantanamo in Afghanistan nell’aprile 2005.
La Joint Task Force Guantanamo (JTF-GTMO), che sovrintende ai campi di detenzione,  ne raccomandò il rilascio e il trasferimento a causa dello stato di salute. Dost rappresenta un rischio basso, a causa della sua condizione medica,” scriveva la JTF-GTMO in una nota trapelata successivamente.  Il Tribunale (CSRT) a Guantanamo riesaminando il suo caso aveva infatti  concluso che Dost non era più un “nemico  combattente”.

Sarà la vena poetica di Dost ad aver tratto in inganno il Tribunale o il report carcerario che descriveva un detenuto esemplare, solamente incline a rifiutare talvolta i pasti o chiudersi nel mutismo, sta di fatto che il primo luglio 2014, due giorni dopo l’autoproclamazione a Califfo di Baghdadi, Dost giura fedeltà allo Stato Islamico. Con zelo si sta dedicando al reclutamento di combattenti in Pakistan, dichiara un funzionario americano, valutando che il suo attivismo non sarà granché produttivo dal momento che agisce in zone che sono roccaforti di AlQaeda e dei Talebani, entrambi avversi al “Califfo”. 

Opinioni che poggiano sulle sabbie mobili ! Continua a leggere…

John Cantlie “Se io fossi il Presidente degli Stati Uniti…”

22 novembre 2014
John Cantlie in Dabi5

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“Lend me your ears”,  sesto video di  John Cantlie
If I were the US President today…”  suo secondo articolo in Dabiq5

Catturare una persona e tenerla in ostaggio è un atto scellerato. La condanna morale da sola, purtroppo, è inefficace per salvare la vita al prigioniero. Allora, se un cittadino di una qualsiasi nazione è nelle mani di un’entità combattente con la quale il governo del suo paese rifiuta di negoziare, minaccia i famigliari che s’adoperano per farlo scampare alla morte, dilapida in raid falliti somme maggiori del riscatto richiesto, si può affermare che la civiltà è finita in secca. E gli ostaggi continueranno a morire.
Da tempo ho accettato il mio destino dichiara John Cantlie – giornalista, ostaggio dell’Isis, da due anni abbandonato dal governo della Gran Bretagna – nel video del 21 novembre, il sesto degli otto registrati dal prigioniero nei mesi scorsi.

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Gerusalemme: quattromila anni di soprusi usando “il” Dio come arma

12 novembre 2014
Gerusalemme Città Vecchia quartieri

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-Conflitti fra le Religioni
-Conflitti intraconfessionali.

Gerusalemme, la Santa… per le tre confessioni monoteiste. Dalla nascita dello stato d’Israele gli eventi sono stati trattati come dettati dalla politica e dal fondamentale diritto d’esistere e governarsi che spetta a ogni popolo.Oggi, e si può dire da quando i Palestinesi cercano di formare un governo unitario, si assiste a narrazioni degli eventi in termini di appartenenza religiosa. Un ritorno del passato.

Cupola della Roccia e soldati Israele

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Isis in Siria: la mappa scioccante

10 novembre 2014

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Operation Inherent Resolve‘ è l’operazione lanciata da Obama contro l’Isis. Al finanziamento e ai rifornimenti al Free Syrian Army e ai gruppi non legati all’Isis ha aggiunto i bombardamenti aerei.
La CNN (in arabo) pubblica una mappa della Siria che evidenzia con colori diversi le zone controllate: in viola le posizioni dei lealisti del governo Assad, in blu quelle della galassia di milizie, alcune sostenute direttamente dall’Occidente altre legate ad Al Qaeda, e in i rosso le zone conquistate dall’Isis.

Il colore rosso del territorio – massimamente desertico e poco popolato-  governato dall’Isis appare esteso, con limitate aree occupate da altre forze. La mappa rende evidente che, premendo verso la zona bianca dei Curdi di Kobane, lo Stato Islamico sta affrontando, oltre ai Peshmerga, anche altre milizie variamente connotate.

map isis controlled syria

 L’articolo CNN  in arabo e  con il traduttore

Nell’articolo la CNN raccoglie  una conclusione sconcertante dell’analista internazionale  Joshua Landis, del Middle East Studies e docente della University of Oklahoma:

“Dobbiamo accettare il fatto: vi è uno stato islamico sunnita che si estende dalla periferia di Baghdad a Aleppo in Siria, che effettuare bombardamenti non è fattibile, che la soluzione sta nell’accettazione di questo stato e nel cercare di sostenere i leader migliori.”

Qui il video dell’intervista di Landis  

Joshua Landis on Syria

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-Questa partizione della Siria è, come sostengono molti, un target cinicamente perseguito per avvantaggiare lo stato di Israele? Rimandando a una successiva guerra di tipo tradizionale la sconfitta e l’occupazione del neo-stato islamico?

-Oppure significa che l’Isis sta conquistando con le armi e con i rapimenti una considerazione politica che il mondo islamico nel suo complesso da tempo esigeva di ricevere, ma nell’ambito più vasto della pari dignità? Vedere l’articolo La presunzione dell’Occidente: origine e sostegno del Jihad terrorista

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In alto come in basso: la filiera del caos in Libia

7 novembre 2014

mcc43

  “I” Parlamenti, “i” Gheddafi, l’escalation degli scontri,  la fontana della Gazzella trafugata

 

“I” PARLAMENTI
Il primo connotato della democrazia è un’assemblea parlamentare eletta a suffragio universale. Quando di assemblee ve ne sono due non è più democrazia ma caos. Dal mese di giugno in Libia legiferavano due Parlamenti: il nuovo eletto in giugno,  migrato a Tobruk “per ragioni di sicurezza”,  quello vecchio riconvocato a Tripoli. Similmente, erano in carica due governi ed erano state istituite due agenzie statali di notizie, entrambe denominate LANA. Oggi la situazione è diventata ancora più confusa.

Tobruk Parlamento

Il Parlamento di Tobruk

Il 5 novembre la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il parlamento eletto a giugno.

A Tripoli questa decisione è stata accolta con festeggiamenti in piazza; il presidente del Parlamento, che ancora mantiene la denominazione di Congresso Generale, Nuri Busahmein ha dichiara che il verdetto offre l’opportunità per un dialogo nazionale che ponga fine alla crisi. Il capo del Governo, non riconosciuto a livello internazionale, Omar Hassi, propone nuove elezione legislative per porre fine al conflitto istituzionale.

In risposta alla sentenza, invece, la Camera dei Rappresentanti  di Tobruk – non si sa se dal traghetto greco in cui talvolta per ragioni di sicurezza si riunisce o dalla sede in terraferma: un hotel a cinque stelle protetto da cannoni anti-aerei, truppe e blocchi stradali in cemento –  dichiara di non riconoscere il verdetto, “emesso sotto la minaccia delle armi” . Anche gli osservatori internazionali imputano il pronunciamento della Corte, che ha sede a Tripoli, all’influenza esercitata dalle attualmente vittoriose milizie locali. Continua a leggere…

Questa nostra epoca d’inerzia e senza interiorità: Søren Kierkegaard

29 ottobre 2014

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“Il passato può angosciare solo in quanto si ripresenta come futuro, cioè come una possibile ripetizione.”

Søren Aabye Kierkegaard

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Kierkegaard-profiloE’ del 1846 il saggio “Una recensione letteraria” di Søren Kierkegaard. Con lungimirante pessimismo, vivezza e ironia descrive lo spirito del suo tempo, segnato dalla vis inertiae nascosta dal copioso fluire di enunciazioni.
Pur se il 2000 differisce dal 1800 in molteplici aspetti, a partire dal modo di comunicare non più contenuto ma spesso ingiurioso, fino alla mobilità che dalla carrozza è passata al jet, il lettore riconosce nella descrizione la sottostante inerzia dell’epoca presente. Internet che, sul nulla fare inserisce un’ulteriore dilatazione del molto dire, ha semplicemente spinto l’emotività collettiva fuori dalle sterili riflessioni ottocentesche verso il parossismo degli slogan lapidari, rapidamente adottati e presto abbandonati.
Il brano che segue è tratto dal terzo capitolo e potrebbe essere stato scritto ieri. Vi si ritrovano la prassi degli annunci cui non seguono effetti e il rito dei summit, la “tuttologia” e le figure alla maniera di Matteo Renzi e perfino di Maurizio Crozza, l’impunità delle leadership e le consolatorie petizioni; la mancanza di fondamento nell’esperienza concreta, l’assenza di laboriosità manuale e la superficialità dell’istruzione. Vi si riconoscono anche la povertà dell’eros e il denaro come oggetto del desiderio, denaro astratto perché declinato al futuro attraverso il ricorso al credito, ma, soprattutto, vi si trova rappresentata la solitudine. Manca l’interiorità scrive Kierkegaard, per conseguenza, non esiste il rapporto e le diversità stanno accanto inerti. 

Se al tempo della rivoluzione venivano fornite gratuitamente armi, se al tempo delle crociateKierkegaard-scrittorio veniva conferito pubblicamente l’emblema dell’impresa, oggi si viene ovunque rifocillati gratis con manuali di istruzione, calcoli di compatibilità ecc. 
Nell’ipotesi ardita che a un’intera generazione fosse dato il compito diplomatico di ottenere un rinvio – durante il quale fosse continuamente impedito ogni accadimento pur tuttavia sembrasse continuamente accadere qualcosa – non potremmo negare che la nostra epoca sta compiendo un prodigio degno dell’epoca rivoluzionaria. 
Se uno facesse su di sé l’esperimento di scordare tutto quanto sa dell’epoca propria e della relativa fattualità inflazionata dall’abitudine, poi, come giunto da un pianeta alieno, leggesse un libro qualsiasi, un articolo di giornale o perfino solo parlasse con un passante, avrebbe l’impressione che “caspiterina, stasera stessa succederà qualcosa” o “sarà successo qualcosa l’altra sera!”. Continua a leggere…

La pazienza del popolo Saharawi deve durare in eterno?

23 ottobre 2014

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muro marocco saharawi

Il Muro del Marocco in terra Saharawi, Sahara Occidentale

Sappiamo bene del Muro di Berlino, sappiamo abbastanza del Muro che Israele costruisce in Palestina, quasi nulla, invece, del Muro che il Marocco ha costruito su un territorio che non gli appartiene. 2400 km di pietre e sabbia per escludere la popolazione autoctona dei Saharawi, o Sahraouis,  da gran parte del “loro” Sahara Occidentale e dal mare.
Un Muro, ma in realtà più muri che corrono paralleli, dall’aspetto stupido quanto può esserlo un argine serpeggiante nel nulla, ma un muro letale: postazioni di 120 mila soldati marocchini, elettrificazione, 5 milioni di mine antiuomo. Perché tutto questo? Continua a leggere…

Anniversario: Muhammar Gheddafi spiato, tradito, assassinato

19 ottobre 2014

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Il 20 ottobre 2011 si concludeva la parabola umana di Muhammar Gheddafi, ma l’immaginario collettivo non gli ha decretato l’oblio toccato al tunisino Ben Alì, o all’egiziano Mubarak di cui ci si ricorda quasi con stupore quando compare alle udienze processuali.

Gheddafi mantiene intatto il carisma di una vita emblematica: da beduino a leader di una rivoluzione incruenta, fondatore di un’organizzazione statale che aveva reso la Libia il paese con il miglior Indice di Sviluppo Umano dell’Africa. L’unico con un programma di welfare. Per l’Africa e il suo sviluppo Gheddafi aveva investito molto dei proventi del petrolio, ed è questa una delle iniziative che poco sono piaciute a una popolazione che non vuole sentirsi africana e altrettanto poco sono piaciute alla scena internazionale che vuole l’Africa sia solo lo scaffale delle materie preziose per le compagnie internazionali. A certi paesi, come l’Arabia Saudita e l’America, non è piaciuto nemmeno il fiuto che gli fece individuare per primo in Osama Bin Laden un pericolo mondiale.

Continuano a stuzzicare il gossip mediatico gli aspetti volutamente teatrali del suo comparire sulla scena mondiale: costumi eccentrici di gusto africano invece di un completo Armani, le Amazzoni africane invece dei Contractors occidentali e il piacere della provocazione. Come quando arrivò nell’Aquila terremotata con la foto di Omar Al Muktar, l’eroe della lotta contro il colonialismo italiano, sul petto. O quando mise in imbarazzo l’Assemblea della Lega Araba:
Muhammar Gheddafi con nipoteNon crediate che i governi dell’Occidente vi siano amici: ci ammazzeranno tutti”. Con lui ci sono riusciti, con Bashar Assad i lavori sono in corso.
Si pubblicano ancora pruriginosi libri e articoli sui costumi sessuali di un uomo che era devoto alla moglie, bella e tosta, che era invaghito dei suoi figli ai quali ha concesso tutto, ignorando l’invidia che li circondava. Un uomo che era anche, semplicemente, un nonno affettuoso.

Per decenni, il suo finanziare movimenti di liberazione, palestinesi e irlandesi, gli valse il titolo di amico dei terroristi e ne fece il colpevole ideale, pur continuando a mancare le prove, della tragedia Lockerbie , della scomparsa dell’Imam Musa Sadr, del massacro nella prigione di Abu Salim

Represse gli oppositori politici? Certamente sì. La “testa” dell’opposizione era nella diaspora che aiutata dai servizi segreti di Arabia Saudita e Stati Uniti organizzava attentati in Libia contro la sua persona.  Quando, su suggerimento del delfino Saif Al Islam, svuotò le carceri dei detenuti politici fu l’inizio della fine per il regime, la Jamahirya e il benessere della Libia. Continua a leggere…

Arma letale contro le lotte d’indipendenza: la manipolazione delle notizie

17 ottobre 2014

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I Tuareg, il Movimento di Liberazione dell’Azawad, MNLA,
e le manovre repressive del governo del Mali

La concezione e il sentimento di essere “un popolo” si sono formati ovunque secondo la morfologia terrestre. I confini erano i rilievi montuosi, i fiumi, il mare, le distese desertiche. La gente che viveva entro lo stesso paesaggio, condivideva le stesse  ricchezze, le medesime difficoltà e la comune cultura nel superarle creava il linguaggio. Tutto questo non ha avuto alcuna importanza al momento in cui le potenze coloniali hanno, nominalmente, lasciato la presa e creato “stati-nazione” tracciandone i  confini secondo proprie esigenze, a volte semplicemente con un noncurante tracciare linee su una mappa geografica. [ved.post]

L’Africa Occidentale ne paga tuttora le conseguenze. Popoli nomadi del deserto sono stati separati e imprigionati dentro  confini  alieni e incomprensibili. I Tuareg del Mali stanno conducendo da decenni una lotta contro questa ingiusta separazione.

Da INDIPENDENZA, sogno e lotta dei TUAREG del Mali- 1a parte

mappa AZAWADIl Mali era parte dei possedimenti coloniali della Francia ed è diventato stato indipendente nel 1960. Entro i  confini venne inglobata una parte, circa la metà dell’estensione totale del paese,  del territorio desertico sul quale sono stanziate le popolazioni berbere dei Tuareg.
 “Il nostro inserimento nel  Mali è stato un errore,”  dichiara una esponente politica http://thinkafricapress.com/mali/causes-uprising-northern-mali-tuareg  ” Poco prima della fine della colonizzazione, alcuni leader del deserto inviarono una lettera al generale De Gaulle supplicandolo di lasciare che i Tuareg e altre etnie locali creassero uno stato proprio, nel mezzo del Sahara. Noi non eravamo mai stati con il Mali; è avvenuto in modo abbastanza brutale e all’epoca non c’erano intellettuali che potessero misurarne le conseguenze. I leader locali non si resero conto che il sud del Mali sarebbe venuto a occupare il loro territorio, pensavano di restare padroni del proprio paese in un’Africa indipendente. Quando hanno visto la gente del sud arrivare e dire “Ora, siete sotto la nostra autorità”, sono rimasti  completamente attoniti.”

I popoli che vivono in questa condizione, stranieri dentro uno stato che esercita l’autorità sulla loro vita, non abdicano facilmente alla loro fierezza, certo non  i Tuareg dell’Azawad che ciclicamente riprendono la lotta per l’indipendenza.
L’ultima volta nel 2012; l’innesco è sempre il medesimo: l’abbandono in cui viene lasciata la regione dal governo centrale di Bamako.
L’insurrezione è stata funestata dall’intromissione delle bande di AlQaeda radicate in tutta l’Africa Occidentale, il Movimento di Liberazione  dell’Azawad , MNLA, si è trovato così ad avere due nemici da affrontare: la repressione dell’esercito maliano e le aggressioni delle milizie jihadiste.

Dall’estate sono in corso ad Algeri difficili consultazioni per dare un assetto definitivo alla regione, un assetto che può essere, almeno,  una forma di autonomia che  Bamako teme e osteggia in quanto prevedibile fase di passaggio verso l’indipendenza e la formazione di uno stato indipendente. Il governo, pertanto, prosegue nel rallentare i lavori della conferenza e nell’opera di criminalizzazione del MNLA.
Il 16 ottobre nella regione azawadiana di Gao è scoppiato un conflitto armato, il racconto dei fatti diverge in modo radicale da quanto è possibile sapere dal MNLA e da quanto scrivono i media che sostengono i governi fantoccio dell’Africa Occidentale.

Questo è quanto mi comunica Alhader Ag Mohamed, membro dell’esecutivo MNLA, settore Diritti Umani.

AlHade ag-Mohamed Azawad MNLA

Alhader-Ag-Mohamed

” Il cessate il fuoco firmato tra i movimenti dell’Azawad e il Mali [nota: in maggio]è stato violato oggi dal Mali che spinge la sua milizia ad attaccare le posizioni MNLA in una località vicino a Gao. La verità è che il governo maliano spinge queste milizie contro le nostre posizioni dopo che l’esercito regolare è stato sconfitto dai nostri combattenti. Provvede ad armare queste milizie per seminare disordine e  approfittarne”. Qualche ora dopo aggiunge:

“Gli scontri che hanno opposto da una parte il Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad [nota: i movimenti che partecipano alla conferenza di Algeri] e dell’altra soldati del Mali e le milizie affiliate a  In Tillit [nota: circa 100 km da Gao] alla fine della giornata hanno lasciato sul terreno dei morti da entrambe le parti: armata maliana/milizie 14 morti, tra cui il leader delle operazioni Iliass Ag Intikwa,  e 9 feriti; Movimenti dell’Azawad: 2 morti e 3 feriti.”

Ecco come espone i fatti,  invece, il quotidiano filogovernativo MaliActu
“Degli abitanti della località riportano di scontri che oppongono gli elementi del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MNLA, e suoi alleati, ad altri gruppi di autodifesa, particolarmente il GATIA (Gruppo di autodifesa Touaregs Imghad). ” 

La presenza dei soldati regolari è taciuta e gli eventi sembrano un regolamento di conti fra formazioni in disaccordo, perché un particolare significativo viene omesso. Lo si legge in Jeune Afrique
“Il Gatia, creato in agosto, rivendica un posto al tavolo dei negoziati. Secondo una fonte delle forze di sicurezza regionali, il Gatia, ultimogenito dei gruppi armati del nord del Mali, vuole controllare una base territoriale per pesare sui negoziati di Algeri.”

Si tratta di una milizia creata ad hoc, essendo facile per l’autorità centrale scavare trincee fra gruppi tribali, rivalità locali, differenti tipi di rivendicazione e, soprattutto, approfittare di ambizioni personali. Il divide et impera  vecchio come il mondo disgraziatamente  non fallisce; l’articolo di Jeune Afrique, infatti,  specifica
Il Gatia, è ritenuto generalmente molto vicino al generale El Hadj Ag Gamou, un ufficiale Tuareg dell’esercito governativo, accusato spesso dagli osservatori di mettere i mezzi dell’esercito del Mali a disposizione del Gatia.”

La disinformazione passa attraverso i dettagli taciuti e le rappresentazioni parziali. Ovunque.
Intanto la Conferenza di Algeri, che dovrebbe comporre la questione dell’Azawad e assicurare una pace duratura, ha ripreso i lavori, ma come si vede, su di essi persiste la resistenza del governo costretto, suo malgrado, a essere al tavolo delle trattative.

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La presunzione dell’Occidente: origine e sostegno del Jihad terrorista

16 ottobre 2014

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Il rapporto Religione e Politica
Weltanschauung in collisione
La concezione del Tempo
Guerra al terrorismo e strappi al Diritto Internazionale
Non cambieranno il nostro stile di vita” ?

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Non esiste un fatto religioso allo stato puro, è sempre contemporaneamente storico, sociologico, culturale, economico, psicologico
e, per tutte queste ragioni, politico.

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Il rapporto Religione e Politica

Ibn Khaldun e Adam Smith

Adam Smith e Ibn Khaldoun, separati da 4 secoli, consonanti su organizzazione del lavoro, commercio, ruolo dei mercati e sistema dei prezzi.

Cardine della nostra società è che Politica e Religione devono essere tenute separate, a questa convinzione si accompagna la certezza che sia la formula per il migliore dei mondi possibili. Nell’Islam la religione è la via di realizzazione dell’umanità, a questo si accompagna la convinzione che la società resta unita, priva di conflitti, quando è la religione a fare da collante. L’opposizione di queste due concezioni sfida la natura dello stato-nazione concepito dal pensiero occidentale e promosso in ogni zona del pianeta. Continua a leggere…

Articolo di John Cantlie in Dabiq: non scordate gli ostaggi morti, salvate quelli vivi.

14 ottobre 2014
John Cantlie reporter ostaggio

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See original English article by John Cantlie: 

 Hard Talk – The real story behind my video

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John Cantlie, reporter e ostaggio dell’Isis, ci ha lanciato un appello con il solo mezzo per lui possibile: Dabiq4, il magazine dello Stato Islamico. I media internazionali hanno dato risalto al fotomontaggio in copertina: la bandiera nera che sventola sul Vaticano, dell’articolo di Cantlie hanno colto soltanto l’aspettativa d’essere ucciso, come altri prima di lui, non come sarebbe possibile salvarlo insieme ad altri ostaggi americani e inglesi. La loro vita sarà salvata se Usa e Gran Bretagna, come altri stati hanno fatto, tratteranno con Isis, lo Stato Islamico, lo scambio: ostaggio occidentale contro miliziani incarcerati.
Non si lasci svanire il ricordo di queste morti, chiede Cantlie. Dite al nostro governo di parlare, chiede alla moglie, ai famigliari, ai colleghi della stampa.
A noi, spettatori impotenti di questo dramma, una cosa almeno è possibile: infrangere l’omertà dei media e leggere le sue parole. Conoscere cosa c’è dietro le vicende degli ostaggi e tutto quello che John Cantlie ha voluto condividere su di sé e sui compagni di prigionia, su quelli che ha visto andarsene per tornare in patria salvi e quelli che ha visto andarsene verso la morte. “Che cosa fa tutto questo a un uomo?”…..

LA VERA STORIA DIETRO AI MIEI VIDEO
di John Cantlie
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Donne sul sentiero che porta al torrente

12 ottobre 2014
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Quand le village se réveille, il risveglio del villaggio,  è un blog e un progetto, molto ben organizzato, nato  per raccogliere e tramandare le tradizioni e la cultura delle zone rurali del Mali. Questo articolo mi ha catturato. Non solamente perché l’Africa è per me come un amore, ma perché protagoniste sono le donne africane.
Donne capaci di un’ interazione sororale, sapiente nel tenere unite le generazioni con un fluire di esperienze che risponde a una confidenza, a una richiesta di consiglio, allo sfogo di un cuore preoccupato;  e i  canti delle ragazze, i nomi degli innamorati, le sere intorno al fuoco…
Qualche lettrice sarà affascinata come me da questa capacità d’ interazione, tra le donne di un intero villaggio, che è scevra di antagonismi, rivalità e invidie. Buone riflessioni…

Kɔsira, la route du marigot 

donne Mali africa torrente

La strada dal torrente era per le donne un vero e proprio centro di formazione, consulenza e scambio di esperienze per la buona gestione della coppia e della casa. Nelle zone rurali, le donne sposate e le ragazze del villaggio si riunivano due volte a settimana, di solito il lunedì e il giovedì, per andare a fare il bucato al grande torrente vicino al villaggio. Lunedì e il giovedì  perché, al villaggio, c’erano giorni in cui era vietato fare i vestiti, tagliare i capelli, la barba o fare
le condoglianze …

Durante  l’andare e il tornare dal fiume le ragazze spensierate, quelle non ancora sposate e ignare dei problemi della vita di coppia, intonavano canzoni d’amore, a volte evocando nella canzone il nome dell’amato. Le donne sposate davano consigli a quelle che non sapevano ancora adeguarsi  e trovare il modo giusto di gestire la relazione o di trattare con gli suoceri. Pur parlando, tuttavia, esse prestavano orecchio alle canzoni delle più giovani, curiose di capire con quale  giovane del villaggio ciascuna di loro aveva intrecciato una storia d’amore. In altro modo non era facile capirlo, perché l’amore tra un ragazzo e una ragazza non veniva apertamente esibito davanti alla gente del villaggio. Era proprio attraverso quello che le donne, con le orecchie ben attente nel cammino verso il torrente, avrebbero raccontato al ritorno che i genitori venivano a conoscere l’identità dell’innamorato della loro figlia.

Quanto alle donne sposate, quelle che avevano problemi confidavano le loro preoccupazioni per avere dei consigli per creare in casa un’atmosfera serena. Ed era in quei momenti che ognuna di loro, in modo reciproco,  con chiarezza e amicizia, senza successive indiscrezioni, senza superiorità e senza ostilità, contribuiva alla discussione con la propria esperienza, con il suo saper fare e saper essere  …  Certune potevano perfino condividere i consigli appresi dalla propria madre prima del matrimonio. Per esempio il modo paziente con cui la madre trattava il marito, gli parlava con dolcezza e lo faceva sentire apprezzato, come lo accoglieva al ritorno e gli preparava da mangiare, e come faceva sentire tutti i membri della famiglia sullo stesso piano. Insomma, come interagire bene con marito, amici, collaboratori e tutti i parenti.

Anche se il dialogo non filava con ordine, quelle che avevano da affrontare dei problemi traevano profitto da  ciò che sentivano dalle altre. Prima che una finisse, un’altra interveniva raccontando quello che aveva appreso dalle anziane del paese durante le veglie notturne, quando la famiglia si riuniva intorno al falò nella stagione fredda. Si ascoltavano  proverbi e storie,  si cardava e filava il cotone, si sgusciavano le arachidi, chicchi di grano e fagioli per preparare le sementi. Talvolta improvvisamente qualcuno interveniva parlando delle proprietà degli alberi, come  l’incenso e l’indaco, e dei sette nodi sull’astuccio del filo da cucire … La strada del torrente non era l’unica occasione, le donne avevano molti luoghi e molte occasioni per aiutarsi a creare una vita coniugale serena e portare la felicità nelle loro case.    

 @Fasokan             

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C’è l’ombra del Fascismo sull’entusiasmo interventista dell’Italia?

7 ottobre 2014

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moda donna fascismo- Monarchia e colonialismo nel passato
– Repubblica e sudditanza nel presente
– Lotta al terrorismo e minacce alla libertà

Con l’Italia coinvolta nell’ennesima missione militare, sebbene dichiarata contro l’Isis, corpo estraneo dentro altri paesi, tornano attuali le riflessioni  sull’attivismo bellico variamente configurato del nostro paese.

 

Nel 2011 Marc Almond, docente di Storia Moderna all’ Oriel College di Oxford, attivista per i diritti umani, Presidente del British Helsinki Human Rights Group , in occasione della partecipazione italiana all’intervento in Libia scriveva in Libya – 100 Years of Bombing, or Is Fascism the Forgotten Root of Humanitarian Intervention?

In coincidenza- con il compleanno dell’Italia, il governo di Silvio Berlusconi ha deciso di mettere a disposizione degli alleati della NATO sette basi aeree per i bombardamenti sulle forze del colonnello Gheddafi.Per coincidenza- questo è  avvenuto  a cento anni da quando gli italiani inventarono i bombardamenti aerei e ne avviarono  la pratica con estrema precisione sulla Libia. A un secolo di distanza della sua nascita sanguinaria il bombardiere torna in scena. Clio sembra provare un perverso godimento a far  sì che la storia si ripeta, prima in qualità di imperialismo poi come intervento umanitario, senza nemmeno modificare la scenografia.

Il 1 ° novembre 1911, il tenente Giulio Gavotti lanciò la prima bomba da un aereo. Secondo le autorità ottomane, colpì  l’ospedale militare di Ain Zara (ndr.sobborgo di Tripoli). Gli italiani fortemente negarono di aver mirato un impianto protetto dalla Convenzione di Ginevra. La moderna guerra aerea e la propaganda vanno di pari passo fin dall’inizio.
[…] L’impatto della seconda guerra mondiale aveva lasciato in Italia una profonda avversione a farsi coinvolgere in una guerra ma, guidato da ex-marxisti, il governo italiano accettò di dare il paese come  principale base di lancio per gli attacchi aerei sui Balcani [una parte dei quali era stata per breve tempo inglobata nell’ inglorioso nuovo Impero Romano di Mussolini (1941-43)]. I pescatori dell’Adriatico ancora tremano pensando ai rischi corsi, essere centrati dagli ordigni NATO scaricati in mare. 

Nel 2011 un governo  con la partecipazione dei “post-fascisti” compete con i “post-marxisti”  per giustificare la rinnovata impresa bellica che, giusto in tempo per  celebrare l’anniversario,  ha fatto dell’Italia la “levatrice” della guerra aerea contro la Libia.QUI  LA  TRADUZIONE IN ITALIANO DELL’ARTICOLO COMPLETO

Come l’Italia coloniale  mantenne il dominio sulla Libia, lo racconta Manlio Dinucci 

Gli italiani scatenarono una vera e propria caccia all’arabo: in tre giorni ne furono fucilati o impiccati circa 4.500, tra cui 400 donne e molti ragazzi. Migliaia furono deportati a Ustica e in altre isole, dove morirono quasi tutti di stenti e malattie. Iniziava così la storia della resistenza libica. Nel 1930, per ordine di Mussolini, vennero deportati dall’altopiano cirenaico circa 100mila abitanti, che furono rinchiusi in una quindicina di campi di concentramento lungo la costa. Per sterminare le popolazioni ribelli, furono impiegate dall’aeronautica anche bombe all’iprite, proibite dal recente Protocollo di Ginevra del 1925. La Libia fu per l’aeronautica di Mussolini ciò che Guernica fu in Spagna per la luftwaffe di Hitler: il terreno di prova delle armi e tecniche di guerra più micidiali. ved. anche Gli anniversari disonorevoli:l’Italia e Tripoli

Nei confronti di questi interventi orchestrati sempre più spesso dagli Stati Uniti, insieme alla Francia e alla Gran Bretagna, la maggioranza degli Italiani si comporta con indifferenza o manifesta approvazione. Potrebbe essere tempo di chiedersi se l’antifascismo non si sia nel tempo sclerotizzato in celebrazioni delle ricorrenze. Se sia trascurabile il pericolo di un fascismo rimodernato come un vecchio vestito, ornato di senso di superiorità, talvolta di razzismo e xenofobia. Il neo-fascismo sta davvero soltanto nelle organizzazioni che si palesano, come CasaPound?

Le domande spiacevoli sono, non di rado, quelle più necessarie. Anche tempestive ora che si tratta di applicare la Risoluzione 2178 approvata da una manciata di stati nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che impone di varare nuove leggi per impedire “il reclutamento, l’organizzazione, il trasporto o l’equipaggiamento di persone che si recano in uno Stato diverso dal loro di residenza o cittadinanza ai fini della perpetrazione, pianificazione o partecipazione ad atti terroristici”.

Formulazioni neutre che nella pratica si traducono in un controllo sui cittadini e che, è prevedibile, verrà applicato con maggior rigore sugli immigrati di prima e seconda generazione, i quali dovranno dimostrare di non recarsi all’estero per delinquere con i terroristi. Ma non solo: poichè Hamas è considerata organizzazione terroristica, sarà possibile ancora per gli italiani che vogliano andare a Gaza continuare a farlo? O oltre ai controlli d’Israele o dell’Egitto, carcerieri della Striscia, dovranno subire quelli del Governo italiano? 

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