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Il sostegno ai diritti umani si ferma sul confine dell’Arabia Saudita?

agosto 21, 2014

mcc43      see english version of the article HERE

La rapidità con cui le piazze e la rete si mobilitano in difesa di gruppi o individui i cui diritti basilari: vita, libertà di movimento e d’espressione sono minacciati da un governo autoritario sembra  avere un limite. Un limite culturale. Chi viene represso deve presentare delle somiglianze  con  chi si attiva in sua difesa. Se, fortunatamente, si assiste a una generosa mobilitazione per i Palestinesi, nulla di simile avviene per il popolo Rohingya della Birmania, per esempio, nonostante l’ONU stessa l’abbia definito “la minoranza più perseguitata al mondo“. Se l’universo dei social media e le piazze si sono battuti per  l’australiano Julian Assange, paladino del diritto di rendere pubblico ciò che i governi nascondono, nulla si muove nel mondo occidentale per ilTime Julian Assange cittadino saudita Nimr Al Nimr.

Assange ha la stessa immagine di qualsiasi uomo che incrociamo nelle nostre città, si esprime secondo i canoni della nostra dialettica: è facile, perfino automatico, immedesimarsi nelle sue battaglie. Nimr Al Nimr è un attivista che chiede riforme: elezioni, parità di diritti per tutte le componenti del suo paese cui una monarchia autoritaria e settaria impedisce qualsiasi libertà. Ciononostante queste battaglie non arrivano all’opinione pubblica occidentale – nonostante  sia stato oggetto di un leak di Assange, come vedremo più avanti –  perché, sebbene laiche e da tutti condivisibili, sono battaglie condotte da un Ayatollah. Che si sia agnostici, atei o credenti cristiani, in Occidente non si è generalmente inclini a riconoscere le nostre stesse richieste qualora esse vengano portate avanti da un teologo musulmano. E’ un limite diffuso e dimostra come vi sia ancora  molto cammino da fare per la pari dignità delle culture, delle nazioni, e anche delle religioni, prima che i diritti umani diventino una conquista globale e che nessuna deviazione o zona buia possa essere artificiosamente introdotta per ragioni geopolitiche.

 ***

Nimr Al-NimrNimr Al Nimr fa parte di una famiglia impegnata nell’opposizione alla politica interna della monarchia saudita, e ne paga prezzi altissimi. Come lui, è incarcerato il fratello Ali;   l’anziana madre e un altro fratello conducono strenue battaglie per la loro liberazione, ma per Nimr a rischio c’è più della libertà. Sulla sua testa pende la richiesta di pena di morte a mezzo crocifissione.

Un rischio tutt’altro che ipotetico se si tiene conto – e quasi nulla c’è sui media – che nelle ultime due settimane sono state ben 17 le sentenze di morte eseguite in Arabia. In alternativa alla crocifissione, possono essere avvenute per decapitazione o con il plotone d’esecuzione, e tutto questo rende difficile – perfino per i fautori della pena di morte – fare distinzione fra la giustizia saudita e le esecuzioni sommarie che i terroristi mostrano nei loro video.

Per quel che si riesce a sapere, Nimr è nel mirino della polizia almeno da 2004, primo arresto di cui si ha notizia. Poi nel 2006, e viene liberato a seguito di una forte sollevazione popolare. Nel 2009 nuovo ordine di arresto, non eseguito per la stessa ragione.
Nel 2011-2012 fiorisce, e presto sfiorisce nella repressione, una “primavera araba saudita”; la folla chiede la liberazione dei prigionieri politici e canta slogan contro il Ministro degli Interni. Precisamente durante la rivolta Nimr arringa le folle con il concetto della non violenza

“Le autorità saudite si fidano delle pallottole, dell’uccidere e dell’imprigionare. Noi dobbiamo fidarci del forte suono delle parole, delle parole di giustizia. Non accettiamo l’uso di armi da fuoco.  Questa non è la nostra pratica. E saremmo sconfitti. Il nostro approccio è l’uso della parola.  Diamo il benvenuto a coloro che seguono questo atteggiamento. Tuttavia, non possiamo imporre agli altri i nostri metodi se non li vogliono seguire, ma per noi l’arma della parola è più forte del piombo delle pallottole”

Manifestazioni di oppositori al Governo Saudita

Manifestazioni di oppositori al Governo Saudita

E’ nel corso di questa breve stagione di speranze di riforma che Nimr, nel 2012, viene ferito dalla polizia, catturato e chiuso nel carcere in cui si trova tuttora, nonostante le numerose proteste di piazza delle minoranze – in particolare degli Sciiti che sono circa il 15% della popolazione complessiva e che il regime Wahabita violentemente opprime – che hanno lasciato sul terreno vittime fra i dimostranti.
Da allora per Nimr vi è stato un lungo sciopero della fame, le torture (la morte della moglie malata) e l’imprigionamento del fratello. Un governo contro una famiglia, si potrebbe dire, presa a simbolo delle minoranze che non intendono sottostare alla dittatura.

Se l’opinione pubblica dei paesi occidentali ignora per lo più le lotte per la libertà entro i confini sauditi, l’attivismo riformista di Nimr Al Nimr è stato scrutato dall’occhio indagatore  dell’ Intelligence americana.

Lo svela un leaks di Julian Assange.

Wikileaks : documento 08RIYADH1283 2008-08-23 05:31  [US Embassy political officers, or representatives]

Nell’Agosto 2008 “PolOff”, nickname che sempre copre il nome dell’autore del rapporto per le autorità statunitensi, incontra Nimr  e intrattiene una lunga conversazione.

PolOff riferisce le proprie impressioni:  Nimr sta guadagnando consensi soprattutto presso i giovani, non mostra speciali legami con l’Iran, né  animosità verso la popolazione degli Stati Uniti, ne apprezza gli ideali di libertà e di giustizia; esprime ardente opposizione all’autoritarismo del governo saudita.

PolOff rivela anche le proprie intenzioni spionistiche  “Da notare che, al fine di prevedere il futuro comportamento di Al-Nimr , c’ è da considerare la sua crescente popolarità e proseguire un’osservazione supportata da molti nella comunità.

 Organizzazioni arabe per i Diritti Umani si sono battute per lo studioso dell’islam e riformista politico Al Nimr,  per esempio  Il Centro per i diritti umani nell’Arabia Saudita Orientale, che per ovvie ragioni ha sede all’estero,  Auckland in  Nuova Zelanda. Poco, in verità, c’è stato da parte degli organismi che fanno capo all’ONU. Ora il tempo stringe. La deposizione della sentenza definitiva è prevista per il 24 agosto. Se da un lato, togliendo di mezzo questo scomodo personaggio il governo spera di bloccare l’inquietudine delle regioni orientali, dall’altro deve tener conto che gli equilibri del Medio Oriente sono cambiati dal 2012.

Una  maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica internazionale potrebbe far pendere la bilancia della giustizia saudita verso la prudenza  nell’uso politico dei verdetti e della pena di morte verso gli oppositori. Salvare la vita allo sceicco, riformista politico e attivista per i diritti delle minoranze, Nimr Al-Nimr sarebbe anche un avvicinamento alla limpidezza della militanza internazionale per i diritti umani.

 — vedere e articolo precedente Pena di morte: Nessuno tocchi Nimr Al Nimr

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Eran Efrati “La Storia bussa di nuovo alla porta: in Palestina”

agosto 19, 2014

mcc43

- Soldati IDF nei Territori Occupati,
– Israele addestra eserciti e polizie di altri paesi, anche l’Italia

Eran Efrati “Mi chiamo Eran Efrati, ho 28 anni sono nato a Gerusalemme da una catena di sette generazioni gerosolimitane. La mia famiglia é molto sionista e lo stesso si aspettava da me perché, si dice, se non sei sionista sei antisemita. La mia è anche una famiglia di militari: mio fratello é paracadutista, mia madre ufficiale dell’esercito, mio padre è il capo della polizia di Gerusalemme. Io tutta la vita ho voluto essere dalla parte giusta, invece a un certo punto mi sono accorto che stavo da quella sbagliata”

 

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Pena di morte: Nessuno tocchi Nimr Al Nimr

agosto 17, 2014

mcc43                                                                                                                                                                          Google+

no death penalty Se Diritti Umani e Libertà d’espressione fossero egualmente riconosciuti per tutti  il caso del prigioniero Nimr Al Nimr nelle carceri dell’Arabia Saudita susciterebbe clamore. Che cosa impedisce ai grandi media occidentali di occuparsi della tragica condizione degli oppositori della monarchia saudita? Nell’Italia laica solamente Nessuno Tocchi Caino ricorda che il 18 giugno sono state condannate a morte in Arabia Saudita ventisei persone, con accuse come aver pronunciato discorsi critici nei confronti del regime e partecipato alle proteste contro la famiglia regnante.

Totalmente sconosciuto, di conseguenza, il caso giudiziario dello Sceicco, termine che indica persona autorevole di venerabile esperienza, Nimr Baqui Al Nimr.

Siamo nella primavera del 2012. Muore un membro della monarchia saudita. Un gruppo di giovani, impegnati da mesi nelle dimostrazioni per il rilascio dei prigionieri politici, organizza una celebrazione che è l’opposto del cordoglio funebre. Vengono arrestati. Nei giorni seguenti lo Sceicco Nimr Al-Nimr, già noto per la sua opposizione al regime e per le sprezzanti critiche agli Stati Uniti, pronuncia un discorso il loro difesa.
L’ 8 luglio 2012 al-Nimr  viene arrestato, la polizia dichiara il verificarsi di uno scontro a fuoco per giustificarne il ferimento. Viene condotto in carcere e da quel momento la sua vita è quella di tutti i prigionieri nelle nazioni dove la libertà di espressione è considerata pericolosa: isolamento, privazione dei contatti con i famigliari, interrogatori, comunicazione carente delle accuse, privazione delle cure mediche.

Ciò è tipico delle dittature, certamente, ma è praticato anche da nazioni definite democratiche. Per esempio Israele, che sui prigionieri politici palestinesi pratica anche l’alimentazione forzata e che un ultradecennale trattamento simile a quello saudita riservò a  Mordechai Vanunu, il whistleblower del progetto nucleare di Dimona. O negli Stati Uniti dove la popolazione carceraria Afro-americana in particolare subisce detenzioni in isolamento di durata pluriennale, dove si commina la pena di morte a minorenni e minorati psichici e dove le carceri private tengono i detenuti in condizioni degradanti. 

Pochi giorni dopo l’arresto di Nimr, Amnesty rilascia un tiepido comunicato poi entra in amnesia, almeno pubblicamente.
Richiede: precisate le accuse o rilasciatelo. Risposta : è accusato di incitamento alla sedizione.
Lo Sceicco era noto per l’appoggio alle istanze  separatiste delle province orientali. Anche in Italia c’è chi auspica secessioni, alcuni ambienti di Trieste per esempio, senza che questo apra le porte della galera.

L’ “imperdonabile” crimine dello sceicco è aver parlato in favore delle minoranze. Questo urta il  dispotico potere monarchico e fa di Nimr un prigioniero di coscienza. Una di quelle figure che dovrebbero far scattare l’indignazione degli attivisti internazionali per i Diritti Umani. Perché non accade, mi chiedo, e forse le risposte sono banali.

L’Arabia Saudita, come Israele, è un pilastro dell’influenza americana in Medio Oriente. Non la si mette in discussione.

Spicca allora nei ricordi la campagna in difesa di  Sakineh. Era accusata di un crimine comune, ma offriva un’ eccellente occasione per la demonizzazione dell’Iran.  Mentre la recente vicenda di Meriam in Sudan, per la quale molto si è attivata Amnesty , era un caso che serviva egregiamente per la diffamazione dell’islam.
Come in guerra, nella geopolitica la prima vittima è la verità.

“Aggravante” per Nimr è l’appartenenza alla corrente religiosa Sciita, pertanto personaggio massimamente inviso alla monarchia che rappresenta il Wahabismo, costola radicale e giustizialista del Sunnismo, cui si è ispirata Al Qaeda fondata dal saudita Osama Bin Laden.

Non si poteva accusarlo di crimini violenti poiché nella veemenza dei suoi discorsi pubblici la costante era il rifiuto della violenza “Se nelle dimostrazioni vedete qualcuno armato, ditegli che questo non lo vogliamo, rimandatelo a casa. La nostra forza non viene dalle armi, ma dallo spirito di sacrificio”

Dopo due anni di detenzione, e non pochi tentativi di farlo credere morto e chiudere la questione tacitando i turbolenti oppositori, si arriva al giorno in cui doveva essere depositata la sentenza definitiva, il 12 ago 2014, ma lo stesso giorno la Corte annuncia: sentenza rimandata al 24 agosto.

Il motivo dello slittamento non è noto, ci sono voci secondo le quali vi sia stata un’iniziativa non ufficiale dello sciita Halder Al-Abati Premier incaricato l’11 agosto di formare il nuovo governo dell’Iraq. Comunque sia, lo slittamento dà altro tempo alle petizioni in suo favore.

Quella in Change.org , che ne chiede la liberazione , è indirizzata a Ban Ki-Moon,  John Kerry,  Barack Obama.

Nimr Al Nimr jail Saudi Arabia

Ci sono Pagine di Facebook come Free Sheikh Nimr Baqir Al-Nimr.

Tuttavia il mondo dell’attivismo italiano per i Diritti Umani è latitante.  Forse c’è imbarazzo nel difendere i diritti di un prigioniero chiaramente connotato religiosamente? Ma non ci fu per Meriam convertita al Cristianesimo.
C’è forse il timore che, difendendo i diritti di un fedele islamico, si possa apparire “teneri” con i terroristi? Ma è il governo saudita che notoriamente promuove la nascita e finanzia bande di terroristi.
O c’è semplicemente la tendenza ad andare a rimorchio dei media? Ciò di cui non si parla non esiste?

Ma per chi è contrario alla pena di morte – la sentenza irrimediabile, quella che, una volta eseguita, non può essere corretta nemmeno se risulta errata, nemmeno se cambiano le leggi e le sensibilità  – per chi crede che nessun governo abbia diritto a uccidere per mantenere il suo potere…

Nessuno tocchi Nimr Al Nimr 

La Corte Penale Internazionale, l’impunità d’Israele e la sete di Giustizia dei Palestinesi

agosto 11, 2014

mcc43

Tra i sostenitori della causa Palestinese è generale una richiesta: denunciare Israele alla Corte Penale Internazionale. Si spera dalla Corte, ICC-CPI, un verdetto penale sull’illegalità dell’Occupazione dei Territori Palestinesi già riconosciuta con la Risoluzione 242  del Consiglio di Sicurezza nel 1967. Una richiesta che si fa pressante quando Gaza, la Striscia di terra sottoposta al blocco israeliano, diventa anche obiettivo dei bombardamenti dell’esercito d’Israele.
#ICC4Israel è l’hashtag che corre in Twitter e Facebook.

Inoltre, Israele è già stata riconosciuta colpevole di genocidio dal tribunale morale della Malesia, KLWCT; una sentenza sulla quale i media hanno steso il consueto velo, ingiustificabile nelle democrazie della UE e negli Stati Uniti.
Se finora il procedimento contro Israele alla Corte dell’Aja non ha avuto inizio, non si può imputarlo all’inerzia dei rappresentanti politici palestinesi. La questione è complessa a un tal grado da potersi definire, manzonianamente, una vicenda  da azzeccagarbugli. Cercheremo di schematizzare per fissare i punti principali dell’annosa questione legale.

Lo Statuto di Roma.
Il documento, con testo definitivo del 1 luglio 2002, istituisce la Corte Penale Internazionale attribuendole la competenza per intervenire quando uno stato non abbia le capacità o la volontà di processare i presunti responsabili dei crimini che ricadonoMappa paesi che riconoscono Statuto di Roma sotto la sua giurisdizione sovranazionale. Si tratta di quelli correntemente definiti “crimini contro l’umanità” e nel testo  sono espressamente specificati il genocidio, l’aggressione e i crimini di guerra (ved. art.5 dello Statuto).

Gli Stati membri dell’ONU sono tenuti a riconoscerne la giurisdizione con la firma e la ratifica in Parlamento del trattato. Non  esiste sanzione per chi non aderisce, infatti non tutti i paesi lo hanno fatto, fra questi India, Cina, Israele., Russia, Usa. Assente anche la Palestina per l’ovvia ragione che nel 2002 non era uno stato; tuttavia, da art.12 dello Statuto medesimo, emerge uno spiraglio. Pur non essendo firmatario dello Statuto di Roma, il Governo di una nazione può riconoscere e accettare la giurisdizione della Corte relativamente a uno specifico reato.

Azioni intraprese dai Palestinesi Continua a leggere…

Il soldato d’Israele e la Direttiva Hannibal

agosto 2, 2014

mcc43

E’ il 1986, scrive il quotidiano Haaretz, e tre ufficiali dell’ Israeli Defense Force sono intorno a un tavolo: il generale Yossi Peled, il colonnello Gabi Ashkenaz e l’ufficiale dei servizi segreti colonnello Yaakov Amidror. Sono impegnati a formulare un documento che per molto tempo non sarà divulgato al di fuori dei ranghi dell’esercito.

“In caso di cattura, la missione principale è quella di salvare i nostri soldati dai rapitori, anche a costo d’infliggere danni o ferite ai soldati stessi. Si devono impiegare armi da fuoco per atterrare i rapitori o fermarli. Se il veicolo o i rapitori non si fermano, un cecchino deve prendere di mira, deliberatamente, i rapitori per colpirli anche se questo significa colpire i nostri soldati. In ogni caso, qualsiasi cosa dovrà essere fatta per fermare il veicolo e non lasciare che si allontani.”

Questa sarà la procedura, indicata come Direttiva o Protocollo,  che per un capriccio del software dell’esercito prenderà nome HANNIBAL.

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IDF soldiersMeglio morto che prigioniero” 

Quest’affermazione di un reduce dalla guerra in Libano fu il punto di partenza di un’ inchiesta di Haaretz  del 2003 che portò Hannibal a conoscenza della pubblica opinione, attraverso testimonianze di coloro che accettarono di farsi intervistare. Argomento delicato, osserva l’autore dell’ articolo: sta sulla sottile linea che separa ciò che è legittimo da ciò che è palesemente illegale. 
Nell’esercito non pochi si ribellarono all’applicazione di Hannibal,  ricevendo anche l’appoggio dell’ establishment religioso; successivamente la procedura venne modificata con l’aggiunta “mirare alle ruote del veicolo“. Le testimonianze raccolte, però, indicano che essa venne applicata secondo lo spirito originale.
Il 7 ottobre 2000 un commando di Hezbollah affrontò in un conflitto a fuoco i soldati israeliani catturandone tre. Mezz’ora dopo, gli elicotteri israeliani si alzarono in volo  e colpirono il veicolo.  Questo è il racconto del padre di Benny Avraham, uno dei tre soldati periti.
Ero andato a trovarlo in caserma e lui mi parlò proprio di questa procedura. Disse che, se dei soldati venivano catturati, il veicolo doveva essere fermato ad ogni costo, anche quello della vita dei soldati. Ero annichilito, gli chiesi se lui avrebbe obbedito all’ordine di sparare ai suoi compagni. Rispose che sarebbe stato un ordine. Dopo che lui è stato catturato, uno degli ufficiali mi informò che per fermare il veicolo con i prigionieri ne erano stati intercettati nell’area ben 26. Ricordo chiaramente il numero. Sul momento non afferrai il senso di quello che mi stava dicendo, ma dopo collegai queste parole a quelle di Benny e allora mi resi conto che se Benny era su uno di quei veicoli, sarebbe stato ucciso.”
“Anche se comprendo il prezzo che lo stato avrebbe dovuto pagare, avrei preferito un figlio prigioniero a un figlio morto. “
.
L’ indagine di Haaretz, ricordiamolo, è del 2003.  Nel 2011 è arrivata a conclusione la trattativa per il rilascio di Gilad Shalit, il soldato rimasto nelle mani di Hamas per cinque anni,  liberazione ottenuta in cambio della scarcerazione di centinaia di prigionieri palestinesi. Gilad sano e salvo, un pò ammacato l’orgoglio nazionale, così che un alto ufficiale dell’IDF, alla richiesta di commentare, rispose Il Protocollo Hannibal non è cambiato ed è ancora in vigore.
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Presumibile, pertanto, che lo sia tuttora e che venga applicato nell’operazione contro Gaza. Allora è opportuna una domanda.

Quando Israele, cui fa eco Obama, accusa Hamas di rapimento di soldati, come Hadran Goldin scomparso l’1 agosto, e ne chiede la liberazione è forse già consapevole che essa non potrà più avvenire?

Della Direttiva, o Protocollo, Hannibal le opinioni pubbliche internazionali dovrebbero essere messe al corrente, così da tenerne conto nel valutare le dichiarazioni ufficiali.
 ******

La logica della Direttiva Hannibal forse è ineccepibile sul piano pratico militare, ma aberrante nell’ambito dei diritti umani.


– Ogni soldato catturato in zona di conflitto deve essere trattato secondo i principi della Convenzione di Ginevra sui Prigionieri di guerra. Ucciderlo è una violazione che, paradossalmente, con Hannibal viene perpetrata dalla nazione che è parte lesa dalla cattura.


– Il soldato israeliano non è un volontario. La leva è obbligatoria per tutti, per gli obiettori di coscienza c’è il carcere.
Con la Direttiva Hannibal i soldati vengono di fatto declassati nei diritti al trattamento dei mercenari, i quali, in caso di cattura, non hanno più assicurata la conservazione della vita e la liberazione. (ved. articolo I Mercenari, lo status, l’ingaggio, le azioni.)

 

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Lorenzo Piesantelli ha linkato questo articolo a
Il “Protocollo Hannibal:” e le bugie di Israele  sui propri soldati rapiti e uccisi. 

con aggiornamento riguardanti anche la vicenda del soldato Hari Goldin,
la cui cui morte, ufficialmente dichiarata dal governo israeliano,
è stata contestuale all’uccisione di 130 Palestinesi . 

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Israele e gli altri: prima e dopo il 2014

agosto 1, 2014

mcc43

Un articolo di Haaretz che non separa cittadini e governo, bensì li coinvolge nella medesima critica: la rimozione. Rimozione dell’essere dentro il Medio Oriente, del circostante che cambia, della tecnologia che trasforma il modo di combattere. E l’inerzia del non far pace e tuttavia non adeguarsi a inedite forme di guerra. Il senso profondo che pervade l’intero discorso ripropone lo choc di realtà che Benjamin Tammuz descrisse a proposito della guerra del Kippur e che è trascritto nel post: Israele e gli altri: prima e dopo il 1973.
La conclusione dell’articolo di Haaretz è la via da perseguire, è saggia, obiettiva, salvifica.

Rabin inspecting Yom Kippur war

Hamas, you’re bursting Israel’s bubble
Hamas, stai facendo scoppiare la bolla Israele

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Quanto è solido lo stato di Israele?

luglio 29, 2014
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mcc43

L’operazione Protective Edge che colpisce  Gaza con bombardamenti indiscriminati sta mettendo in luce quello che pochi intendevano vedere. Israele è un patchwork di etnie e di concezioni dello stato sul quale si vuole apporre l’etichetta di ebraico per alludere a un’inesistente omogeneità.

Il venti per cento della cittadinanza è composto di Arabi. La maggioranza Ebrea trae le sue origini da varie zone europee e dei paesi arabi (sono note le sommarie denominazioni di askenaziti e sefarditi). Esiste una minoranza etiope, i Falascia, arrivati con l’Operazione Mosè e altrettanti sono in attesa di emigrare in Israele. Forte, invece, la presenza sia reale  -emigrati e persone con doppia cittadinanza-  sia culturale degli Stati Uniti, dove gli Ebrei sono una componente che ha peso nei più importanti ambiti del paese.
L’organizzazione AipacAmerican Israel Public Affairs Committee, esercita un ruolo fondamentale nell’elezione dei presidenti americani, sostiene i massimi livelli politici ed economici della società, o vi è presente con i suoi aderenti. Ciò è normale conseguenza dello spostamento dall’Europa all’America dell’ asse del mondo, attraverso l’emigrazione in massa di personalità del mondo ebraico durante le persecuzioni europee del secolo scorso. [Vedere  Il sostegno a Israele è la “religione civile” dell’Occidente.]

Anche la collocazione regionale crea grandi disparità di visione dello stato. I Coloni sono una forza che il Governo usa e dalla quale è usato per la politica di espansione attraverso un’erogazione di benefici e di tolleranza sui crimini. [Vedere La vergogna dell’Occupazione israeliana: i coloni di Hebron – Al Khalil.] Infine, ad ogni operazione bellica sempre presentata come azione di difesa, accorrono da ogni parte del mondo giovani che lasciano gli studi o il lavoro per arruolarsi nell’esercito dello “stato ebraico”.

Le tensioni conseguenti a tale eterogenea composizione sono nascoste dalla militarizzazione: ogni cittadino ha l’obbligo di prestare servizio militare, sia pure a livelli di carriera diversi per Ebrei e Arabi, e dal controllo dei media. Nel recente caso dei tre studenti ebrei rapiti, ai media fu vietato di diffondere la notizia della morte già avvenuta per poter dar corso alle “ricerche”, in realtà operazioni punitive nei Territori Occupati e preparare il sentimento pubblico all’attacco di Gaza, quella Operation Protective Edge che sta mettendo in luce una frattura a due livelli.

London for palestine

LONDRA

san Francisco for Palestine

SAN FRANCISCO

Sul piano internazionale i pochi media che tirano la volata a tutta l’informazione mondiale sono allineati nel dipingere come “autodifesa” la spropositata dimostrazione di forza. Al contrario, nelle fonti indipendenti si avverte un diffuso sentimento di repulsione. Si constata fra la gente comune e nei social media un sostegno alle manifestazioni pro Gaza tenutesi in molte capitali. Manifestazioni contro le quali a volte è stata esercitata la repressione, come avvenuto in Francia.
Si avverte un collettivo calo di disponibilità verso l’impunità che è stata concessa per decenni a Israele. E’ temibile che della evidente tendenza alla condanna morale della politica israeliana si possano in qualche modo avvantaggiare le correnti razziste e antisemite che in alcuni paesi europei si sono manifestate negli ultimi anni.

La frattura più grave per Israele, però, sta manifestandosi all’interno della società stessa, con fenomeni di chiaro razzismo anti-arabo, mentre più forte si fa l’azione dei gruppi pacifisti e contro l’occupazione dei Territori.

Gli Arabi, nel complesso, e i contestatori della politica di Netanyhau, anche individualmente, stanno diventando oggetto di campagne diffamatorie, minacce, agguati e aggressioni quanto più cresce la loro visibilità. Jews Against Genocide (JAG) ha condotto una manifestazione-funerale per i bambini di Gaza davanti alla Corte Suprema in Gerusalemme. Jewish Voice for Peace ha lanciato una iniziativa nella quale eminenti personalità sono fotografate con un cartello che riporta il nome di un gazawi ucciso. [Vedere #GazaNamesProject by Jewish Voice for Peace.] L’organizzazione religiosa ebraica Naturei Karta contro l’Occupazione e contro la strumentalizzazione dell’Olocausto, organizza rally in varie parti del mondo in solidarietà con Gaza e per la piena sovranità per i Palestinesi; per quanto poco conosciuta da noi, questa organizzazione sottrae allo stato le basi “religiose” e rimuneratrici per il genocidio subito dagli Ebrei, due pilastri della propaganda  governativa.

Negli animi si è risvegliato l’odio ed è stata la gestione di Netanyhau a provocarlo: manipolando l’informazione sulla vicenda dei tre studenti ebrei, accusando immediatamente Hamas sia del rapimento sia dei razzi da Gaza, dove in realtà agiscono altre fazioni armate, e terrorizzando la popolazione della Cisgiordania. E’ molto difficile far rientrare l’odio e riportare il clima a una convivenza accettabile. Nel video che segue un gruppo di fanatici grida slogan, che non si fa fatica ad assimilare al nazismo, contro gli Arabi, prendendo di mira e minacciando di uccisione singole personalità arabe o ebree pacifiste. Manifestazioni di teppisti che gridano slogan “Non resteranno più bambini a Gaza” o chiedono la revoca della cittadinanza agli arabi sono un problema molto più grave per la comunità ebrea e per il futuro dello stato che per il mondo arabo.

L’Iraq e la Siria, trasformate in mattatoi direttamente o con il consenso delle grandi potenze, sono state il bacino in cui le organizzazioni terroristiche hanno fatto proseliti e arruolato combattenti che oggi sono una minaccia reale gravissima per l’intero Medio Oriente.
Su questo sfondo, le fratture interne della società israeliana diventano un fattore di grande debolezza. Per esistere, come stato, Israele deve essere una democrazia fiorente e prospera, nella quale i cittadini, pur vivendo in Medio Oriente, possano avere l’impressione di vivere in modo simile a quello di una qualsiasi grande città europea o americana.  Un’ impressione che persiste solo se c’è pace. Aumentando, anche per la dissennata propaganda a copertura delle azioni belliche, il senso di pericolo i migliori elementi della società potrebbero decidere di emigrare. Le divergenze su come gestire il problema palestinese non potranno che approfondirsi minando la coesione intorno alla narrativa fondante dello stato e alle prassi volute dai governi. Se lo stato non apparirà altrettanto sicuro come in passato, potrà persistere, in un paese dove in ogni famiglia ci sono soldati e riservisti, l’accettazione di una regola militare come il “codice Hannibal“? E’ la regola secondo la quale i soldati israeliani non devono essere fatti prigionieri anche se questo significa sacrificare la loro vita. Si veda a questo proposito l’estratto da un reportage sull’ultimo caso, il soldato Guy Levy scomparso durante un’operazione a Gaza,  di Richard Silverstein, ebreo progressista, creatore del sito Tikun olam, dedicato alla risoluzione del conflitto arabo-israeliano.

Dopo l’Operazione Protective Edge e quello che sta mettendo in luce ha senso chiedersi quanto potrà resistere lo Stato d’Israele ai rischi d’implosione, e se per evitare questi rischi vi sia una strada diversa da quella di un serio dialogo sull’agenda Palestinese, a partire dagli insediamenti nei Territori, il blocco di Gaza, la piena parità dei cittadini ebrei e arabi, la soluzione del problema dei Profughi. Non rimane molto tempo.

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Raccolta Storify articoli di
Gaza & Israele
Operation Protective Edge 

 

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Si scrive Libia, si legge Afghanistan….

luglio 27, 2014
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Reuters

US evacuates Libya embassy after ‘free-wheeling militia violence’

 

Spectator.co.uk (blog)

Libya is imploding. Why doesn’t Cameron care?

Libye : plusieurs Etats appellent leurs ressortissants à quitter

Libia, scontri a Tripoli e Bengasi | Oltre 50 morti

Libia, fuga degli occidentali Scontri e incendi, quasi 100 morti

ANSA.it

Fuga dalla Libia in fiamme, via più di 100 italiani

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tripoli esplosioni


Perché la Libia rischia di essere un nuovo Afghanistan – Formiche

Fatti, ricostruzioni e polemiche di  Francesco De Palo

Da tre giorni le milizie islamiste in Libia, dopo aver provocato scontri armati, hanno bombardato a colpi di missili l’aeroporto di Tripoli. E mentre la situazione si fa incandescente anche per gli interessi italiani in zona, senza che il nuovo parlamento sia in grado di arginare i pericoli, il Giornale monta una polemica sul mancato intervento da parte del nostro ministero degli Esteri. Continua a leggere…

La vergogna dell’Occupazione israeliana: i coloni di Hebron – Al Khalil

luglio 27, 2014

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Nella città di  Al-Khalīl, Hebron in ebraico, meno di 1000 coloni ebrei tengono in scacco più di 160.000 Palestinesi. Accade l’incredibile se a gestire la situazione sono dei soldati cui è dato il compito di “bruciare la coscienza dei Palestinesi” e sono, a loro volta, sotto scacco dei coloni.

Non li ha mandati laggiù il governo di Israele. Ci sono arrivati per il Convegno (v.nota in calce) indetto dal rabbino Moshe Levinger, si sono installati in un albergo e non sono più andati via. Altri sono arrivati occupando via via gran parte della città vecchia di Hebron, perché il principio che li guida non è convivere, in quella città che non appartiene allo stato di Israele, ma cacciare gli abitanti Palestinesi e riappropriarsi della biblica città di Abramo.

Una strada di Hebron

Oggi i coloni di Hebron trattano i Palestinesi come spazzatura, i soldati come servi, lo stato come notaio.;

Lo stato d’Israele, potenza occupante, sancisce come loro diritto la segregazione dei Palestinesi, impedendo accessi a strade e case, creando recinzioni, anche aeree, attraverso le quali  i coloni  praticano la vessazione lanciano oggetti e sporcizia. Impunemente.

Lo stato consente loro di violare le leggi e trarne vantaggio: le case temporaneamente vuote per l’assenza del proprietario palestinese vengono occupate e, sebbene la legislazione israeliana preveda che gli abusivi siano cacciati entro trenta giorni, ciò non avviene. Di fatto gli abusivi diventano proprietari, essendo l’iter giudiziario cui dovrebbe accedere il danneggiato palestinese un percorso dai tempi indefiniti presso tribunali israeliani, ai quali dovrebbe ricorrere come straniero.

L’Occupazione dei Territori Palestinesi è una vergogna che data dalla guerra dei Sei Giorni del 1967. Il Diritto Internazionale prevede che uno stato non possa ampliare il proprio territorio attraverso conquiste belliche, ma Israele dichiara ufficialmente che la Cisgiordania NON fa parte di Israele e si mette al riparo dall’accusa. Prosegue a creare insediamenti e a difenderli con il dispiegamento di forze militari.

Il  documentario del 2010, This is My land Hebron di Giulia Amati e Stephen Natanson, vincitore del 14° Festival internazionale del Cinema dei Diritti Umani di Buenos Aires, ci trasporta in quella realtà con immagini e interviste, dando voce ai palestinesi e ai coloni.  Un’ora e un quarto  di visione in YOU TUBE  che catturano e suscitano complesse emozioni.  Qui sotto  dichiarazioni e fotogrammi particolarmente significativi.

Gideon Levi, giornalista

“Se si guarda a quello che succede a Hebron si può solo concludere che i Palestinesi sono fra le persone più tolleranti del mondo. direi delle meno violente del mondo.  Chiunque altro in una situazione simile esploderebbe” (39′)  “La maggior parte degli Israeliani non ha idea di cosa accade qui, I media non ne parlano e non vogliono che si sappia.  Ormai siamo una società che pensa solo a se stessa, e anche a questo sempre meno. Per tutto il resto abbiamo sempre la scusa della sicurezza, se non basta possiamo sempre tirare fuori l’Olocausto. Come diceva Golda Meir “Dopo l’Olocausto gli ebrei possono fare quello che gli pare”. Questo è il nuovo modo di pensare. I Diritti Umani sono per i salotti europei, non per noi. Noi ci occupiamo solo della nostra sorte.” (50′) “Se non restituiamo tutta la Cisgiordania non ci potrà mai essere pace, non ci è rimasto molto tempo. Con 250000 coloni in Cisgiordania è quasi troppo tardi, perchè non sarà facile evacuarli, ma se non ci decidiamo a farlo nulla cambierà e passeremo da una guerra all’altra. “(1h.2′)

Yehuda Shaul, di Breaking the Silence, Gerusalemme

“C’è una corruzione morale che fa parte dell’occupazione. Quando a un ragazzo di 18 anni dai  un’uniforme, un fucile e il potere …

palestinese imprigionato

Picchiato e ammanettato durante una delle perquisizioni a tappeto nelle case palestinesi che i soldati effettuano il sabato e nelle feste ebraiche per “rassicurare” i coloni. Si era intromesso per difendere la sorella e la cognata aggredite; scesa la notte, intorno a lui coloni a passeggio, canti, musica.

Abusare dei Palestinesi , rubare e distruggere i loro beni , sparare e ferire degli innocenti sono cose che non puoi evitare quando sei li. La tua missione è bendare e ammanettare i Palestinesi e ne vedi così tanti ogni giorno che per te non sono più esseri umani. Non ti chiedi più cosa pensano o cosa provano. Questo ragazzo sta qui da 14 ore ammanettato, ormai non è più un ragazzo.” (54’57”) “Tutto dipende dal potere politico dei coloni che possono influenzare il comandante della brigata. Ogni comandate di brigata sa che, se si oppone ai coloni. la sua carriera militare è finita.”

 

Gosiame Choabi,  Visitatore dal Sud Africa

 

“Come Nero sudafricano non riesco a capire quello che gli Israeliani stanno facendo ai Palestinesi . Alcuni comparano i due scenari, ma per me non sono comparabili. Noi non avevamo muri, una sola via di accesso e di uscita, check point. Potevamo muoverci nella stessa città, nelle strade, non c’erano vie per l’altra etnia, potevamo entrare negli stessi negozi . E’ incomparabile, la chiamano apartheid ma è molto peggio,  veramente angosciante” (46’)

 

 I Coloni ebrei di Hebron

 I ragazzi (49′) “Tu  e il tuo fottuto Gesù potete baciarmi il culo” “Non prendere foto, via la telecamera o te la rompo, fottuto nazista”  “Abbiamo ucciso Gesù e ne siamo fieri” “Fottiti, vi uccido, voi e i Palestinesi, Nazisti . Questa è casa mia, questa la mia terra, Dio me l’ha data e voi andate a fare in culo”

 Una donna (53′) “Volete distruggere gli Ebrei e lo fate usando gli Arabi “

Fotogrammi dal film sottotitolato in italiano

 

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Nota Il Convegno indetto dal rabbino Levinson che ha dato inizio all’insediamento era in memoria del massacro del 1929. Da Wikipedia 

Il successivo venerdì, 23 agosto, elementi arabi, eccitati da voci secondo le quali due arabi erano stati uccisi da ebrei durante una manifestazione della destra sionista a Gerusalemme, scatenarono un’aggressione contro gli ebrei della Città Vecchia della città. La violenza rapidamente si allargò ad altre parti della Palestina.

I morti furono più di 60 e altrettanti i feriti

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p style=”padding-left:30px;”>La maggior parte degli ebrei (435[2]) riuscì a sopravvivere nascondendosi nelle case di 25 famiglie arabe, che salvarono così 280-300 ebrei.[3] Aharon Reuven Bernzweig testimoniò che un Arabo, di nome Hājj ʿĪsā al-Kurdiyya, aveva salvato un gruppo di 33 ebrei, insistendo che essi trovassero rifugio nella sua cantina. Altre decine di ebrei scamparono trovando rifugio nella stazione di polizia britannica di Beit Ramon alla periferia della città o scappando. Gli ebrei sopravvissuti furono più tardi evacuati verso Gerusalemme.

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PER I PALESTINESI E’ SEMPRE … 1967

luglio 23, 2014

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1967  “LA GUERRA DEI SEI GIORNI”
Le forze israeliane occupano:
#Gaza e #Sinai a danno dell’ #Egitto
#Cisgiordania e parte araba di #Gerusalemme a danno della #Giordania
gli 
altopiani del #Golan a danno della #Siria.

 

DA ALLORA, PER I PALESTINESI IL TEMPO SCORRE SEMPRE TRAGICAMENTE UGUALE MENTRE TUTTO NEL MONDO CAMBIA 

 

 

Jews for peace Gaza

Neturei Karta, Jerusalem

Gente di Gaza, vittime da sacrificare a Moloch

luglio 22, 2014

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- Vita da “Palestinese cittadino d’Israele”
– I “Gazawi”, sfruttati e sacrificati allo stato Moloch
E Fu Mattina, di Sayed Kashua

I Palestinesi_Israeliani sono una nazione umana dentro uno stato burocratico e segregazionista che su di essa scarica le correnti della politica nazionale e internazionale, allo stesso modo di un padre padrone che dà o trattiene, a misura dell’obbedienza dimostrata.

Sayed Kashua Sayed Kashua è uno di quei Palestinesi-Israeliani che  sono riusciti ad emergere nella società e cultura israeliana. E’ uno dei migliori scrittori contemporanei in lingua ebraica, columnist di Haaretz, il quotidiano della sinistra “illuminata”, autore di tre romanzi di successo nei quali, fin dal primo Arabi Danzanti, descrive com’è crescere in un paese, che è il tuo, ma fra connazionali che ti respingono.

Nel secondo best-seller E fu mattina, il protagonista è un giornalista che lascia la grande città per il paese natio, una delle enclave di cittadini arabi_israeliani, stanco del sospetto, dell’esclusione, delle frecciate dei colleghi: “Allora, hai buttato via le pietre prima di entrare in redazione?”.
E Fu Mattina si svolge durante un periodo di imprecisate trattative internazionali per “accordi israelo-palestinesi” nel quale emerge in tutta evidenza la potenza concreta dello stato che blocca – senza dare alcuna motivazione e nell’obbligato silenzio dei media -le vie di accesso al paese con un dispiegamento di mezzi blindati. Impedito il transito delle persone, trasformate in prigionieri, e delle merci. Interrotta l’erogazione dell’energia elettrica, con tutto quello che ciò significa in una stagione calda. Ma ad emergere tragicamente è anche la presa che  lo stato ha sull’immaginazione dei cittadini palestinesi, una presa che ne devasta il senso di solidarietà e la qualità morale. Continua a leggere…

ISRAELE colpisce dal mare. Spiaggia di GAZA fatale per i bambini

luglio 16, 2014
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il recupero di quattro piccoli corpi
16 luglio 2014

#OperationProtectiveEdge

 

 

 

 

°°°°°°°°°°

C’è tutto lo spavento del mondo in questo pianto
e negli occhi una domanda:

PERCHE’ ?

bambino di Gaza

Moaied El Aaraj , un anno e mezzo

Razzi e scudi umani: Gaza e le accuse di Israele

luglio 12, 2014

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Chi spara i razzi da Gaza? Scudi umani o genocidio? Perché “ora” l’attacco Operation Protective Edge?

La profezia di Hannah Arendt, nel 1948 alla vigilia della proclamazione dello stato di Israele

“Gli ebrei vittoriosi vivrebbero circondati da una popolazione araba interamente ostile, segregati entro confini perennemente minacciati, a tal punto occupati a difendersi fisicamente da eliminare ogni altro interesse e ogni altra attività. L’intero popolo smetterebbe di interessarsi allo sviluppo della cultura ebraica; rinuncerebbe agli esperimenti sociali, quasi fossero lussi privi di importanza pratica; il pensiero politico sarebbe incentrato sulla strategia militare, lo sviluppo economico sarebbe determinato esclusivamente dalle necessità della guerra. E questa sareb-be la sorte di una nazione che – indipendentemente dal numero di immigrati che  potrebbe ancora assorbire e dall’estensione del suo territorio  (nella quale secondo la folle richiesta dei revisionisti, dovrebbero rientrare Palestina e Transgiordania)- continuerebbe a essere un piccolo popolo soverchiato dalla prevalenza numerica e dall’ostilità dei vicini”

Dopo quasi un mese di raid aerei israeliani e lanci di razzi dalla Striscia di Gaza, il governo ha autorizzato il richiamo di 40.000 soldati riservisti e l’esercito ha lanciato l’8 luglio l’operazione internazionalmente denominata l’Operation Protective Edge , in ebraico “Tzuk Eitan”, in inglese “solid cliff”,  solida scogliera. L’operazione coincide con una tensione già alta in Israele e in Cisgiordania dopo il rapimento e assassinio di tre adolescenti israeliani e di un adolescente palestinese di Gerusalemme Est.

I Razzi da Gaza Continua a leggere…

Come addestra i poliziotti Israele per renderli così ?

luglio 6, 2014

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2014, Gerusalemme: i poliziotti 

“Che diavolo hanno costoro? che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia? “
L’innominato, Promessi Sposi, A. Manzoni

 

da NY Times 

Qui sotto da un’altra angolazione –  ancora dal NY Time che dà rilievo ai fatti perché la vittima ha la cittadinanza americana – così da avere la certezza che non si tratta di un falso.

La prima reazione di una persona normale è l’incredulità, ma poi si rammentano casi della cronaca italiana e ci si rende conto che indossare una divisa non è cosa da tutti.

Indossare la divisa dovrebbe significare  “ho una maggiore responsabilità “per” e “di fronte” alla collettività nazionale” ma i deboli la intendono come “fa’ ciò che vuoi, sia la rabbia la tua legge“.   Indossare degnamente una divisa è da persone forti. Chi non lo è non deve essere arruolato. Chi smette di essere forte quando è in servizio deve essere cacciato e portato in Tribunale, l’accusa deve comportare l’aggravante di “teppismo praticato a nome dello Stato“.  Continua a leggere…

Israele-Palestina, l’elenco dei dubbi e le tifoserie cretine – Ennio Remondino

luglio 3, 2014

Le nuove tensioni tra Israele e Palestina dopo l’uccisione di tre giovani israeliani in Cisgiordania, mettono in crisi il difficile patto di unità tra Hamas e Fatah. Le intransigenze radicate sia nel mondo arabo che in quello ebraico. Intanto la vendetta su un ragazzo palestinese assassinato

via  Israele-Palestina, l’elenco dei dubbi e le tifoserie cretine – Remo contro – La virtù del dubbio – Remo contro – La virtù del dubbio. di ENNIO REMONDINO Ennio Remondino

I fatti per quanto noti,
le domande che ne derivano,
le ipotesi che si affacciano al momento tra gli analisti

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Quando è Ramadan, in Palestina gli Israeliani….. 1948/2014

luglio 2, 2014

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Ramadan 2014 (giugno)

Ramadan 1948 (luglio)

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Elezioni parlamentari in Libia: astensione, attentati e diversivi dell’informazione

giugno 29, 2014

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Quando non sai che fare, falli votare” In Libia applicano questo vecchio trucco della democrazia facendo tornare alle urne i cittadini,  il 25 giugno, per eleggere  un parlamento in sostituzione di quello instaurato appena due anni fa. Una chiamata al voto che segue quella del 20 febbraio per eleggere i membri della Commissione che deve redigere la Costituzione.
In entrambi i casi partecipazione scarsa, tuttavia  c’è chi dichiara agli intervistatori: “Continueremo a votare fino a che avremo trovato le persone giuste”.

Questa elezione parlamentare coincide con una situazione complessivamente aggravata per due ordini di motivi. Continua a leggere…

Pace in Medio Oriente: dopo la Preghiera a Roma, la Conferenza a Tel Aviv

giugno 26, 2014

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Roma, 8 giugno 2014
L’incontro di preghiera dei leader in Vaticano

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Tel Aviv, 8 luglio 2014

 Haaretz: Parlare di pace di nuovo

Nel corso degli anni, Haaretz ha sostenuto gli sforzi per la cessazione del conflitto e per giungere a una risposta politica alle sfide che Israele fronteggia, che non sia una risposta basata sulla forza bruta.
La maggior parte degli israeliani crede che la pace sia vitale per la sicurezza dello Stato d’Israele, ma questa visione è ancora da concretizzare. Haaretz convoca la Conferenza d’Israele per la Pace onde fornire una piattaforma per discutere questa critica nazionale.
La Conferenza per la Pace è destinata a riportare la parola mancante nel dibattito pubblico israeliano. 

Haaretz Conferenza  di pace Israele

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Sarà presente Shimon Peres,
Parlerà in conferenza preregistrata Mahmoud Abbas

Scarica il Programma della Conferenza

Program Israel Conference on Peace

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da Haaretz articoli

How Israel can avoid a hellish future

Reviving the dormant idea of peace

For Palestinians, life is without horizon or hope

Israel cannot ignore international law

& aggiornamenti: qui

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RITORNO ai CAMPI dei PROFUGHI PALESTINESI in LIBANO

giugno 12, 2014

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logo Un ponte per

Edizione ampliata dell’originale pubblicato   da Un Ponte per……

 

Profughi  in Libano 2014

 

 Ricordi, impressioni, apprendimenti

 

 

Il Ritorno

La parola più importante per i Palestinesi lo è stata nel 2014 anche per me. A distanza di quattro anni, è avvenuto il mio Ritorno in visita ai loro Campi Profughi nel Libano con la delegazione di  Un Ponte per , nell’ambito dell’iniziativa  Sulle rotte dell’Euromediterraneo.

Tornare per ritrovare quell’ atmosfera che non si dimentica e che lascia molti punti interrogativi… Il via vai indaffarato di certe stradine cessa di colpo appena si svolta in un cunicolo buio, non di rado percorso da un Campi Profughi Palestinesirigagnolo. Il chiasso liberatorio dei bambini che tornano da scuola, ma sullo sfondo i volti impassibili di anziani assorti nei ricordi. Nelle piccole botteghe  un volto di donna, tra pile di sacchetti e lattine, s’illumina con un sorriso che equivale al benvenuto nella sua casa, mentre da un locale di ritrovo uomini silenziosi osservano i passanti. Ogni espressione che si coglie nel piccolo universo dei  Campi è da decifrare, il sorriso lascia trasparire tristezza, l’impassibilità non riesce a nascondere  un punto interrogativo “chi sono questi … perché sono qui?”. E’ l’atmosfera che ricordavo cercando segnali di chiarezza, di miglioramento delle condizioni, ma no: la vita dei Profughi non migliora, il numero non diminuisce, lo spazio fisico e le risorse materiali si restringono perché qualcosa di terribile è accaduto nel frattempo. Ovunque, dopo le espressioni di benvenuto, la prima frase che ci veniva rivolta era “Adesso dobbiamo pensare anche ai Profughi siriani!” Continua a leggere…

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