ISRAELE costretta a procedere con i piedi di piombo
ISRAELE è davanti a delle opzioni di grande complessità
verso GAZA
I palestinesi si sono dimostrati capaci di colpire con i loro razzi fin dentro Tel Aviv, ma ora, senza Mubarak l’Egitto è meno cieco sulle
ritorsioni israeliane.
La rivoluzione egiziana ha sdoganato i Fratelli Musulmani che acquistano un peso crescente e sono motivati a sostenere Hamas e fare di Gaza una loro enclave. Israele deve dunque pensare due volte prima di lanciare un’altro Piombo Fuso come nel 2007-2008. Per quanto sia possibile, e secondo alcuni perfino provato, che si sia servita in circostanze particolari di gruppi aderenti ai Fratelli musulmani, una cosa è convergere per destabilizzare un terzo incomodo, un’altra è venirsi a trovare in diretto contrasto d’interessi.
verso IRAN
Il progetto nucleare iraniano va lentamente avanti. Poiché sul piano internazionale non si crede all’affermazione di uno scopo puramente civile, la domanda è quando l’Iran sarà in grado di armare con testate nucleari i missili terra-terra , creando un reale pericolo dal punto di vista israeliano.
Su questo si basa la tattica di far crescere l’allarme e coinvolgere i paesi amici, ma l’establishment israeliano non è concorde. A favore di un attacco di propria iniziativa (come nel 1981 contro l’Iraq) sono il premier Netanyahu e il ministro della difesa Barak , ma è un consiglio di sicurezza nazionale composto da otto membri ad avere l’autorità per decidere. Lì non è certo che vi sarebbe, per ora, un accordo.
La domanda che si pongono gli osservatori israeliani è: Conviene fare per conto nostro? I “no” sono molti.
Prima di tutto, nuovamente l’Egitto: è meno ostile all ‘Iran di quanto fosse con Mubarak. Poi la Giordania il cui spazio aereo si dovrebbe sorvolare. Infine un ovvio immediato convergere sul territorio israeliano di razzi di Hamas ed Hezbollah, oltre al fatto che Bashar Assad avrebbe una formidabile
occasione per distrarre dalla situazione interna.
Non è finita: tutta l’area del Golfo è spalmata di truppe americane, non si può non coordinare l’azione con gli USA. Obama in crisi di consensi e a un anno dalle elezioni, non potrebbe prendere le distanze da “l’autodifesa di Israele” per non alienarsi voti e fondi degli ebrei americani [e non sarebbe nemmeno troppo fantastico temere di peggio]. Considerando, però, la non avvenuta crescita di consenso con l’intervento in Libia, nemmeno con il cinematografico linciaggio di Gheddafi, sembra che il resto dell’elettorato, una volta giustiziato il fantasma Bin Laden, sia tornato a una sovrana indifferenza per le vicende estere.
E ancora: pur godendo Israele della genuflessione dei paesi occidentali, dovrà calcolare che un attacco all’Iran sarà un’altra grossa perturbazione sul mercato petrolifero. Aumento di prezzi che non entusiasma nessuno.
Il Jerusalem Post oggi già discute la “preoccupazione” degli Usa per un attacco all’Iran lanciato in autonomia, anche perché “l’Iran dispone di forti difese aeree“. Osservazione che potrebbero essere avallata perfino da Ahmadinejad!
In America c’è chi dice “Obama è il peggior presidente che Israele abbia mai avuto” e questo probabilmente perché Obama , per parte sua, rappresenta già una icona: l’ essere il primo presidente afroamericano, il primo a impersonare l’american dream in cui tutto è possibile. Israele, in quanto icona della vittima dell’odio di razza, gli serve meno di quanto servisse a un Reagan o a un Bush.
Perfino il capo del Mossad, al quale il recente pensionamento ha sciolto la lingua, Meir Dagan non fa mistero che un attacco solitario sarebbe una sciocchezza. La sua presa di posizione è stata violentemente attaccata come minaccia alla sicurezza nazionale, al che Dagan ha risposto da par suo. Se dovessero sottoporlo a indagini giudiziarie rivelerebbe quello che avevano affermato sul problema della sicurezza nazionale il ministro delle finanze,Yuval Steinitz, e i suoi amici, ha detto, aggiungendo “Io ho buona memoria”. Non ne dubitiamo, ma da questo momento dovrebbe far annusare al gatto la sua minestra.
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La politica estera dittatoriale si sta ritorcendo in modo seccante contro se stessa: la potenza militare di Israele non può dispiegarsi perché ha troppo contribuito a cambiare la situazione del M.O. rendendolo instabile al punto di essere una minaccia per lo scenario mondiale. Ragion per cui, volendo chiudere i conti con l’Iran dovrà acconciarsi a passare per un voto del Consiglio di sicurezza.
L’Iran non è isolata come la Libia. Non è, per l’appunto, la Libia del 1988 alla quale si potè appioppare l’attentato Lockerbie e tenerla sotto scacco per decenni. Si è ben visto il flop dell’accusa di complotto iraniano contro l’Ambasciatore Saudita in America.
Nonostante sia una nazione con le istituzioni della democrazia, Israele ha avuto governi assimilati dall’approccio dittatoriale e cospirativo in politica estera; i dittatori finiscono sempre per eccedere perchè privi della cognizione del limite.
Ora la nazione è sotto test e tutto si può dire, ma non che manchi di fine intelletto nella propria salvaguardia.
Certe dichiarazioni di urgenza dell’intervento contro i siti nucleari iraniani sono come appare a prima vista l’avvisaglia di un’azione diretta e solitaria? Non necessariamente, di sicuro servono a far crescere l’attenzione internazionale e a distrarre quella interna dalla protesta sociale che negli ultimi giorni di ottobre si è di nuovo manifestata nelle strade.
Anche l’Iran ne trae vantaggi: migliaia di dimostranti nelle strade appoggiano il governo al grido di morte, un pò a Israele, un pò agli USA.
Teatro drammatico della politica ovunque, ma prima o poi, a furia di far le prove, arriva il momento dell’entrata in scena.
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prosegue dal post: Never ending war: capitolo Iran
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