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Israeliani, Palestinesi, e lo sciopero della fame di Khaled Adnan

marzo 5, 2012

mcc43

La vittoria di Adnan

di Uri Avnery da Ramallahonline

.

URI AVNERY

Un villaggio palestinese,

da qualche parte nella West Bank.

Nel cuore della notte,

colpi alla porta.

Una voce grida in arabo:

Esercito di Israele. Aprite!

Qualcuno – il più delle volte la madre – apre la porta. Soldati armati fino ai denti si affrettano a trascinare la vittima fuori dal letto. Lo gettano a terra sotto gli occhi della moglie e dei figli (o dei genitori e dei fratelli), bendato, e ammanettato dietro la schiena, lo trascinano a una jeep. La vittima può essere di 15 o di 70 anni o di qualsiasi età in mezzo.
Dopo alcuni giorni d’interrogatori, con o senza “moderata pressione fisica” (come un giudice dell’Alta Corte delicatamente si esprime), se la confessione non è soddisfacente, il prigioniero viene messo in “detenzione amministrativa”, che può durare sei mesi e può essere rinnovata anno dopo anno. Il panorama giudiziario è una farsa. Il prigioniero non viene informato su ciò di cui viene accusato e da chi, la prova viene tenuta segreta sia al prigioniero sia al suo avvocato.
Nel corso dell’occupazione, decine di migliaia di palestinesi hanno sperimentato questa procedura. Allo stato attuale, circa 300 sono in detenzione amministrativa (tra i circa 10 mila che sono stati giudicati da tribunali militari o civili).
Ora uno di loro ha detto: Basta!

KHADER ADNAN MUHAMMAD MUSA era stato arrestato già diverse volte.
E’ un attivista, ha 34 anni, è del villaggio di Arabba vicino a Jenin nel nord della West Bank; è stato un leader della Jihad islamica da quando era studente a Bir Zeit University. Facilmente riconoscibile dalla barba lunga nera, è arrivato alle prime file dell’organizzazione in Cisgiordania.

Jihad islamica è la più estremista tra i gruppi palestinesi, e Adnan ha apertamente, in video, predicato la resistenza armata ed esortato i giovani palestinesi a indossare i giubbotti esplosivi e compiere attacchi suicidi. Le autorità di occupazione lo tenevano d’occhio da tempo, e così i servizi di sicurezza dell’Autorità palestinese. Non c’è da stupirsi, perché Adnan li ha accusati molte volte di collaborare con il nemico israeliano e di agire per suo ordine.
Quando fu di nuovo arrestato lo scorso dicembre chiese di essere messo sotto processo o rilasciato. Non essendo accaduta nessuna delle due cose, ha dichiarato uno sciopero della fame.

Uno sciopero della fame di 28 giorni è generalmente considerato molto lungo. Adnan digiunato per 66 giorni, un record mondiale ad eccezione del combattente per la libertà irlandese (o “terrorista”), insultato da Margaret Thatcher e lasciato digiunare fino a morire. Se uno sciopero della fame dura 70 giorni, la morte è quasi inevitabile. Alla fine Adnan è stato trasferito in un ospedale; le caviglie e una delle sue mani incatenate al letto, anche se riusciva a malapena a stare in piedi.
A quel punto lo sciopero aveva attirato l’attenzione del mondo intero. In Israele la reazione dei media è stata limitata, ma i gruppi per la pace e i diritti umani si sono schierati a sostegno di Adnan. Physicians for Human Rights, organizzazione israeliana fondata anni fa dalla psichiatra Marton Ruchama, ha condotto la battaglia con particolare fervore. I media di tutto il mondo, tra cui il New York Times, hanno parlato del caso.

Alla fine, diplomatici e funzionari della sicurezza israeliani si allarmarono seriamente. Se Adnan avesse digiunato fino alla morte, nessuno poteva prevederne le conseguenze. Nei territori occupati, ci si potevano aspettare estesamente degli scontri, forse altri morti. I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane avrebbero potuto iniziare uno sciopero generale della fame, facile a diffondersi anche tra la popolazione palestinese. Nel mondo dei media, Israele sarebbe stato descritto come la Siria e l’Iran. Peggio ancora, la pratica stessa della detenzione amministrativa sarebbe stata messa in discussione internazionale.
La politica e le istituzioni di sicurezza hanno ingoiato il loro orgoglio e offerto un compromesso: se Adnan avesse abbandonato lo sciopero, le autorità di sicurezza non avrebbero rinnovato il mandato di arresto amministrativo dopo l’aprile, data di scadenza.
Adnan, già diventato eroe nazionale, ha accettato. Egli ha certamente raggiunto il suo principale scopo: attirare l’attenzione sulla pratica stessa.

La detenzione Amministrativa non è un’invenzione israeliana. Israele l’ha ereditata dal regime coloniale britannico, nell’ambito del Regolamento di emergenza, descritta da colui che sarebbe diventato ministro israeliano della giustizia come “peggio delle leggi naziste”. Ma quando Israele è nato, le norme sono rimaste in vigore o soppiantate da leggi simili “Made in Israel”.
I funzionari della sicurezza che si sono succeduti hanno sostenuto che la detenzione amministrativa è assolutamente essenziale nella “lotta contro il terrorismo”.

Il loro punto di vista può essere illustrato da un caso che conosco bene. Quando dirigevo la rivista HaOlam Hazeh news, un giornalista arabo israeliano – chiamiamolo Ahmad – che stava lavorando per la nostra edizione araba, scomparve. Dopo aver cercato per qualche tempo, ho saputo che era stato messo in detenzione amministrativa. Allora ero un membro della Knesset e ho potuto parlare con un alto funzionario del Servizio di Sicurezza (Shabak o Shin Bet), che mi rivelò, in confidenza, il motivo dell’arresto.
Sembra che il servizio avesse catturato un membro di Fatah dall’estero, con un messaggio per  due arabi in Israele che chiedeva loro di costituire cellule di Fatah nel paese. Fatah, all’epoca, era considerata una pericolosa organizzazione terroristica. Uno dei due era Ahmad.
“Francamente”, disse l’ufficiale Shabak, “Non abbiamo idea se il vostro uomo è un terrorista o è stato scelto a caso dai membri di Fatah in Giordania. Non abbiamo alcuna prova che possa reggere in tribunale. Non possiamo certo rivelare in tribunale che abbiamo preso il messaggero. Ma nemmeno possiamo lasciare Ahmad libero perché potrebbe essere un pericoloso terrorista. Che cosa fareste al nostro posto, con la responsabilità che abbiamo? “
Francamente, non mi andava l’idea di essere fatti a pezzi da un attentatore suicida, ma risposi che, stante le circostanze, Ahmad doveva essere rilasciato immediatamente. Lo tennero in prigione per mesi. Quando è stato finalmente rilasciato, è emigrato in America. Questa potrebbe anche essere stata la condizione postagli per lasciarlo uscire di prigione.

Ho già scritto in passato di un caso che mi riguarda direttamente e che mi ha insegnato il pericolo intrinseco di questa pratica.
Nella sua prima intervista una volta giunto al potere nel 1977, Menachem Begin rivelò che 20 anni prima Isser Harel, quando era responsabile di tutti i servizi di sicurezza israeliani, aveva proposto al primo ministro David Ben-Gurion di mettermi in detenzione amministrativa per spionaggio a favore dei sovietici. Harel ha sempre avuto un odio patologico per me e ci ha scritto su un intero libro. L’accusa era abbastanza ridicola, perché mai nella vita sono stato comunista e nemmeno un marxista. Quando Arthur Koestler scrisse “Buio a mezzogiorno” io ero adolescente; pensai che qualcosa doveva esserci di molto di sbagliato in un sistema che condannava quasi tutti i suoi fondatori come spie imperialiste. In seguito, ogni volta che una delegazione israeliana è stata invitata nella Russia sovietica, il KGB cancellava dalla lista il mio nome.
Ben-Gurion non era uno dei miei più grandi fan, o, per dirla semplicemente, mi odiava allo spasimo, visto che lo attaccavo ogni settimana, ciò era abbastanza comprensibile. Tuttavia, era anche un politico accorto e aveva paura che il mio arresto potesse causare uno scandalo. Quindi disse a Harel che prima avrebbe cercato di ottenere il sostegno di Begin, il leader del maggiore partito di opposizione.
La risposta di Begin fu “Se hai le prove, ti prego di mostrarmele. In caso contrario, mi batterò contro il vostro teorema con le unghie e con denti. ” Ben-Gurion lasciò perdere e Begin mandò il suo luogotenente più fidato di avvertirmi.
Se Begin avesse sostenuto il mio arresto, chi avrebbe dubitato che la Shabak disponeva di prove  solide di un mio tradimento? La mia voce sarebbe stata messa a tacere, la mia rivista distrutta.

In uno stato democratico, non c’è posto per la detenzione amministrativa, e neppure per prove tenute segrete all’accusato e agli avvocati della difesa. Ci devono essere modi migliori per proteggere informatori segreti e altre fonti d’informazione. Ad esempio, consentendo in questi casi, agli imputati di scegliere avvocati da un elenco ristretto di professionisti controllati e riconosciuti affidabili.
Questo, tra l’altro, effettivamente accadde nel processo più delicato di tutti per la sicurezza dello stato: il processo a Mordechai Vanunu, che aveva rivelato ( definito: “spia”) l’esistenza del programma nucleare.

L’accordo elaborato nel caso Adnan espone l’irrazionalità del sistema. Se Adnan era così pericoloso da dover  essere imprigionato senza accusa né processo, come può essere rilasciato? E, soprattutto, se non era così pericoloso, perché è stato trattenuto?

Alla fine, Adnan ha creato un paradosso per sé  e i suoi compagni.
L’essenza stessa della sua ideologia e di quella della sua organizzazione è che non esiste un metodo efficace di resistenza all’occupazione israeliana tranne la violenza, e del genere più estremo.
La non-violenza, a loro avviso, è una sciocchezza. Peggio: significa capitolazione e, in ultima istanza, tradimento. La Jihad islamica ora accusa Hamas di flirtare con questa idea.

Ma uno sciopero della fame è la forma più completa di non-violenza. Gandhi l’ha usata frequentemente, contando sull’impatto morale che essa esercita.
Ciò che  Khaled Adnan è esattamente questo: una brillante vittoria della non-violenza.

-traduzione non professionale, eseguita da me per la pubbblicazione sul blog-
l’originale in inglese è nel sito RAMALLAonline a questo link http://ramallahonline.com/2012/03/adnans-victory/#more-13077

2 commenti leave one →
  1. marzo 9, 2012 11:48 am

    Fatto sicuramente minore, ma significativo per comprendere il dibattito sui diritti dei palestinesi in Occidente: a New York un produttore di film porno, Michael Lucas, ha imposto alle associazioni gay della città di non parlare della Palestina, minacciando, in caso di disobbedienza, di tagliare tutti i fondi con cui le finanzia (link: Scontro tra LGBT a New York). Insomma, non solo non si vuole difendere i diritti dei palestinesi, ma non si vuole neppure che se ne parli…

    • marzo 9, 2012 12:34 pm

      Considerato nel merito, questo è uno dei casi che secondo la mia opinione dimostrano essere tempo di riprendere un’idea che carsicamente è proseguita in questi decenni: lo stato unico. Tra l’altro l’unica via praticabile in concreto per non sconvolgere altre vite, non creare nuove faide, e per dare una speranza ai profughi palestinesi.
      Da quella condizione politica, anche l’affermazione dei diritti sessuali con tutta la gamma del vissuto verrebbe liberata dalle ricadute etnico religiose. Anche il pinkwashing, se ho ben compreso il concetto, verrebbe a decadere per inconsistenza.
      grazie del commento.

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