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“Perché le persone intelligenti tendono ad essere infelici”

3 luglio 2011

mcc43

L’argomento è ripreso nel post “L’Intelligenza e il Fallimento”

°°°°°°°°°°

“Happiness in intelligent people is the rarest thing I know”
Ernest Hemingway

In un articolo intitolato Why intelligent people tend to be unhappy,  Bill Allin affronta questa affermazione che Hemingway traeva dalla propria esperienza di vita.

Le società occidentali non sono attrezzate per coltivare l’intelligenza dei bambini e degli adulti allo stesso modo in cui sono dotate per gli sportivi in genere e in particolare i fuoriclasse. Mentre abbiamo degli Albert Einstein, abbiamo anche molte persone intelligenti in occupazioni che sono considerate fra le più modeste, come si scopre dalla lista dei mebri della Mensa (il club del 2% in cima alla scala mondiale dell’intelligenza). I sistemi educativi e i paesi in cui il primo interesse è l’accumulo della ricchezza incoraggia gli eroi del cinema, guerra o sport, ma non dello sviluppo intellettuale. I super intelligenti ce la fanno, ma pochi raggiungono i posti in vetta del business o della scala sociale.

I bambini si sviluppano secondo quattro correnti: intellettuali, fisiche, emotive (psicologiche) e sociali. Nelle scuole, gli intellettualmente più acuti tendono ad essere lasciati fuori da più attività di altri bambini che vi vengono coinvolti. Sono “strani”, sono i “geeks” (disadattati, secchioni, fanatici) sono gli “outsiders” (estranei). In altre parole, essi non si sviluppano socialmente altrettanto bene di come possono svilupparsi intellettualmente o fisicamente, dove possono trovare maggiori opportunità di progresso.

Tranne sul credito che vien dato in America alla misurazione delle capacità intellettive, concordo con queste osservazioni di Allin sulla società. L’intelligenza ha per fine la comprensione e le nostre società suggeriscono in prima istanza un altro scopo: emergere con successo, il che richiede di essere capiti dalla maggior parte delle persone, che diventano il pubblico, per raggiungere status economici e sociali elevati.

Naturalmente la persona intelligente può “sdoppiarsi” e accettare le regole della società, ma che lo faccia o si rifiuti resta il problema di un inserimento insoddisfacente. Si è sviluppato a seguito dell’articolo di Allin un dialogo di natura semantica “unhappy or frustrated”.

Trovo che ci si possa sentire frustrati in un ambito o circostanza particolari, ma quando ciò si ripete in varie situazioni ambientali e prosegue le tempo, si può parlare di infelicità. Non facile ammettere di essere infelici, ci si può dire “se sei davvero intelligente, trovi un rimedio” ma non c’è vero rimedio quando, come dice Allin:

Il loro sviluppo, caratterizzato dalla loro capacità di affrontare rischi o situazioni stressanti, specialmente per un lungo periodo di tempo, diventa inferiore a quella della media delle persone.

Gli adulti tendono a credere che i bambini intelligenti possono farcela in tutto proprio per la loro intelligenza superiore. Questo inevitabilmente include situazioni nelle quali essi non hanno alcuna conoscenza, metodo che supportino la loro esperienza. Essi passano attraverso periodi in cui si sentono soli. Gli adulti non comprendono che essi necessitano di aiuto e i bambini non vogliono aggregarsi a quelli che i leader additano come estranei nella scala sociale”

E’ così: sviluppano il senso di isolamento dal gruppo proprio nell’età in cui appartenere ad un gruppo è fondamentale.

Il rimedio assurdo cui ricorrono certi genitori, in America specialmente, è far frequentare a questi bambini scuole speciali per superdotati dal punto di vista intellettuale. A parte – sottolineo ancora – che l’intelligenza può essere misurata in un ambito del sapere forse, ma mai globalmente, al di fuori del gruppo o del ghetto dei superdotati esisterà sempre l’ambiente sociale più vasto.

La società può far poco, visti i valori che persegue, ma individualmente, genitori e adulti in genere dovrebbero comprendere meglio la psiche infantile, che ha i suoi tempi, i suoi stadi, le sue fasi, per compensare ciò che accade nel rapporto con i coetanei, rassicurarli, accettandone la vulnerabilità emotiva, che persiste anche in un piccolo genio, senza scambiarla per debolezza.

§ Intelligenza e velocità § 

Abitualmente associamo l’intelligenza alla prontezza nel comprendere prima che alla profondità, la quale è ovviamente assai meno appariscente. Ci sono bambini che non brillano e per questo condividono con i superdotati lo stesso difficile inserimento nei gruppi senza godere, però, delle conferme e dell’ammirazione degli adulti.

Ci sono anche intelligenze che funzionano in lentezza, come fu il caso di John Franklin, di cui racconta Sten Nadolny in  La scoperta della lentezza.
Da bambino Franklin sembrava comprendere poco e perfino stentava a esprimersi, nessuno poteva sospettare che  elaborava i concetti e li accumulava nella memoria, in tal modo  creando le premesse dell’autostima che lo condusse in seguito a grandi realizzazioni. Fu ufficiale della marina britannica, scienziato delle spedizioni nell’Artico canadese, governatore della colonia penale della Tasmania ed esploratore del leggendario passaggio a nord-ovest.

Chi può dire, dunque,  quanto siamo intelligenti e in quale forma, con quali tempi di reazione? Forse non bisogna lasciare all’ambiente il giudizio sulle nostre capacità intellettive, ma quanto prima cercare, e educare i bambini a farlo, di sfruttare l’ambiente stesso per sviluppare le capacità di osservazione, trovare le similitudini, collegare sequenze di eventi creando un feedback per affrontare ciò che risulterà nuovo, in ogni campo,  siano  studi  relazioni o sfide. Perché la sicurezza dei propri mezzi è senza dubbio una condizione essenziale per dare libertà all’intelligenza. 

12 commenti leave one →
  1. 1 aprile 2013 11:38 pm

    Non so che voglia dire essere intelligenti, non mi sono mai considerato un intelligente, poiché questa definizione è sempre stata, a pare mio, sinonimo di scaltrezza, opportunismo, velocità del pensiero e spesso inadattamento all’arte.
    Ho sempre apprezzato la semplicità del contadino rozzo, del semplice “baluba”, ma anche dell’artista spesso arrampicato sugli specchi in cerca di quello splendore di cui esso stesso ne è parte.
    Ritengo l’intelligenza un metro di misura come nella Russia sovietica la capacità di svolgere lavoro nel minor tempo possibile. No! L’intelligente è colui che sa di esserlo ma non ne capisce il confine; è quello che si sofferma su un fiore, lo annusa, lo ammira e lo incastona nei suoi pensieri nell’insieme al quale egli stesso appartiene; è colui che si perde nell’infinito immenso di una notte d’inverno ad ammirare l’infinito stellato del cielo alla ricerca di un flebile afflato di vita.

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    • 2 aprile 2013 12:00 am

      ….ovvero: uno che capisce!
      Come avevo cercato di dire nel post, la “quantità” d’intelligenza non si può misurare, con buona pace dei test QI, perché non ha confine, ma solo caratteristiche. Si estende quanto più si esce dal solito consueto abituale accertato… ma secondo qualità innate. C’è chi capisce con il linguaggio poetico, chi con quello matematico e chi con una botta … pardon con una mela che gli cade in testa

      ps mai confondere l’intelligenza con le brillanti esposizioni di banalità 🙂

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  2. 4 agosto 2013 7:07 am

    L’intelligence est un fardeau lourd a supporté,souvent la personne devient trop sensible est choisie la solitude

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    • 4 agosto 2013 7:11 am

      Une…. merveilleuse malédiction, si je puis m’exprimer ainsi
      Merci de votre visite

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  3. stefano permalink
    31 luglio 2014 9:31 pm

    L’intelligenza è osservazione, l’intelligenza è sensibilità, l’intelligenza è essere autentici

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  4. stefano permalink
    31 luglio 2014 9:35 pm

    Sovente l’intelligente deve abbassarsi alla stupidità per non rimanere fuori e sentirsi solo

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    • 31 luglio 2014 9:43 pm

      Vero e sconfortante

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  5. 24 agosto 2015 7:44 am

    Le persone intelligenti sono infelici perché capiscono prima degli altri,che spesso non capiranno mai, il fallimento di questa società e dei veri valori umani …

    Liked by 1 persona

  6. 6 settembre 2015 8:01 pm

    Una cosa e’. Certa. Io non associo l intelligenza al successo professionale.

    Liked by 1 persona

    • 6 settembre 2015 10:26 pm

      Ne abbiamo assai di esempi per questa verità… L’intelligenza per me è in rapporto con la capacità di accorgersi – comprendere – accettare i propri fallimenti . E ripartire. 🙂

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      • 8 settembre 2015 8:52 pm

        la consapevolezza.un abbraccio.

        Liked by 1 persona

Trackbacks

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