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In fuga dal presente

30 luglio 2011
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“L’angoscia è la lacuna fra l’Ora e il Poi”

Questo concetto, rubato a Fritz Perls creatore della Psicologia della Gestalt, nella brevità della sua formulazione è illuminante sulla condizione abituale nella quale la maggior parte di noi si muove. 

Occhiali deformanti il Presente.

Non vediamo ciò che accade così come è, ma secondo il frame delle passate esperienze e con l’aspettativa di uno svolgimento nel futuro che  ripaghi delle frustrazioni passate, conceda rivalse, realizzi i sogni, procuri sicurezza….

Poiché l’esterno, persone ambiente situazioni, non sono plasmabili nei modi e nei tempi desiderati, sì: nasce l’angoscia. La si può vivere come irritabilità, nervosismo, paranoie o manie, oppure come depressione, blocco delle capacità di risolvere i problemi, fuga dalle responsabilità.

Mi esprimo al plurale perché in qualche misura ciò accade a tutti, anche alle geniali menti della psicologia, dell’arte, della letteratura e a quelle persone equilibrate che ci capita di incontrare. Ovviamente in grado e intensità e ambiti diversi, e solo all’eccesso di inconsapevolezza si può parlare propriamente di nevrosi, ma oggi nel collettivo latitare dal Presente è un dato osservabile e comune, specifico del periodo seguito alla seconda guerra mondiale. 

Scuotersi e immergersi nel Presente e allora, dice Perls, non si può essere angosciati dato che l’eccitazione finisce immediatamente nell’attività spontanea senza soluzione di continuità. Nel Presente si è creativi e inventivi, i sensi all’erta, aperti gli occhi e gli orecchi, una soluzione si trova sempre.

Imitazione di sé

Ogni volta che “copiamo” noi stessi, cioè facciamo ciò che già sappiamo fare bene, pur essendo cambiate le situazioni personali, relazionali e ambientali, siamo succubi del passato anche se crediamo di affermare la nostra “forte” volontà.
Ogni volta che rinunciamo ad affrontare una situazione perché “tanto so già che io… gli altri… Dio… il karma … ” soffochiamo ciò che di noi ancora non si è sviluppato.

Spontaneità

Attività spontanea significa atteggiamento personale contro atteggiamenti stereotipati, si tratti di azioni nella vita concreta o di quell’azione ben più potente che è il pensiero.  

Quale azione concreta può derivare senza che abbia la sua casa nel pensiero, nell’elaborazione dei dati esteriori in rapporto alle proprie capacità? L’azione copiata dall’esterno, dagli usi correnti, dalle reazioni indotte da un “sentito dire”.

Copiando se stessi, copiando l’ambiente, copiando perfino le aspettative che il mondo contemporaneo instilla in noi attraverso ciò che mette a disposizione, come ritrovarsi? O trovarsi per la prima volta?
Come sperimentare che il Tempo è soprattutto illusione?
Che mentre il corpo, al suo ritmo, inevitabilmente decade, la mente svela la capacità di continuare a crescere?
 


Parte Seconda


Può essere che il mio insistere su una percezione vivida del momento presente appaia un voler dimenticare gli altri “tempi”, soprattutto il passato. Non è così, altrimenti, ciò fosse possibile, guarderemmo al presente in modo naif, ingenuo e disimparato. 

Mi è tornata allora in mente un’affermazione di Namek, un amico della Libia:

“Vivo “col” passato, non “nel” passato”

che è esattamente ciò che anche io intendo.

Il nostro passato, come quello sociale nel quale siamo cresciuti ed abbiamo agito, non deve essere lettera morta o fardello di pietre mentre scaliamo la vita come il penitente nel film Mission scala il monte. Al contrario, va molto attentamente compreso via via che i suoi effetti ancora si propagano sul presente.

Se così non fosse, torneremmo da “disimparati” a riviverlo in forma diversa, girando sulla ruota come criceti in gabbia. Del resto, non stiamo forse vivendo una stagione italiana di corruzione e fatuità che credevamo aver archiviato con il ciclone Mani pulite, lo sgretolamento di quei partiti, la modifica del sistema elettorale e via elencando?

L’assurdo è che si sono sprecati e si sprecano auspici di rinnovamento,  svecchiamento, deregulation, spazio ai giovani… Modi di dire che sottintendono una fantasia di affrancamento tranciante del passato. Non avviene. Non ci si può liberare di ciò che non si è capito.

 §§§

Avevo scritto prima che anche i geni possono soffrire di inconsapevole sudditanza a certi aspetti del passato. Pensavo al conflitto fra Sigmund Freud e Carl G. Jung.
L’evidenza la conosciamo: Freud mirava a porre al centro della sua metodologia la sessualità.
Da Sogni ricordi e riflessioni, autobriografia di Jung

 […] Ho ancora vivo il ricordo di quando Freud mi disse «Mio caro Jung, promettetemi di non abbandonare mai la teoria della sessualità. Questa è la cosa più importante. Vedete, dobbiamo farne un dogma, un incrollabile baluardo».  Me lo disse con passione, con il tono di un padre che dica   « E promettimi solo questo, figlio mio, che andrai in chiesa tutte le domeniche!» […].


A differenza di Freud, Jung non pensava che “ovunque si manifestasse un’espressione di spiritualità (nel senso intellettuale e non sovrannaturale) in una persona o in un’opera d’arte” si dovesse diffidare e supporre della sessualità rimossa.
Comunicando i propri dubbi: alle estreme conseguenze ciò avrebbe condotto ad un giudizio demolitore della cultura e dell’arte, le quali sarebbero apparse una farsesca e morbosa conseguenza della sessualità rimossa, ebbe in risposta «Sì, è così, ed è una maledizione del destino contro la quale siamo impotenti» .

Senza nulla togliere al genio di Freud, questa è la risposta di chi, pur avendo fatto dell’indagine sugli invisibili resti psichici del passato personale il successo della sua vita, è a disagio sia con l’altrettanto invisibile spirito sia con il potenziale slancio a comprendere, integrare trascendere il proprio passato.
Rintraccio in questa resa … dogmatica, la sua percezione del Presente come pura impotenza rispetto al potere esercitato dal passato, un’impotenza altresì proiettata nel futuro come un “maledetto destino”.

Ad un piano superiore questo conflitto che è già, si potrebbe dire, una simbolica opposizione spirito/libertà-materia/condizionamento, è l’archetipico conflitto fra le generazioni, dove il Padre  supplica o preclude al Figlio di percorrere una propria inedita via. 
Banalizzato, nel sociale sono le caste dominanti contro le generazioni emergenti, nei rapporti interpersonali i padri-padroni contro i figli-ribelli.
Va da sè che ciò non ha strettamente a che vedere con il genere maschile, né lo riguarda peculiarmente, ma con la “preesistenza temporale”, quindi una più imminente scomparsa dalla scena del mondo, di una delle parti che si contendono l’esercizio del potere normativo. 

Parte   Terza

L’insofferenza della complessità

E’ abitudine corrente ridurre ogni complessità a due alternative. Sì o no quando si devono prendere decisioni, oppure in altri casi  instaurare una polarità: bello brutto, buono cattivo  e a seguire, spirito natura, eros logos, razionale irrazionale. Perfino la psicologia si fonda sulla polarità conscio inconscio, alla quale le varie scuole si avvicinano ovviamente  in modo diverso.

Restando nell’ambito della Psicologia Analitica, scopriamo che anche  gli Archetipi possono subire la stessa sorte di scissione, pur essendo l’Archetipo un insieme di sfaccettature che possono anche essere contraddittorie, ma il cui nucleo resta coeso nel vissuto non nevrotico.

La scissione a mio parere più grave è quella che avviene nell’Archetipo che simboleggia il processo del vivere, quello  che contiene in sé infanzia e vecchiaia,  fluidità e strutture. Vita come esperienza del passato e come attesa creativa: Senex-Puer.  E’ questa frattura che conduce, e quindi torno all’argomento del post, alla fuga dal presente.

Nel Senex  c’è la forma, esso contiene l’esperienza. Verificandosi la scissione, perde il “suo bambino” e  muore, proprio al culmine del suo splendore. Non suggerisce più veritas filia temporis, ma una cinica ancorché mascherata perpetuazione del passato. Nelle società moderne il Consiglio dei Saggi non esiste più, sostituito dalla Classe dei Potenti, cui non interessa l’evoluzione della società ma la crescita della  potenza di dettarne le regole.

Nel Puer abbandonato a se stesso vi è sordità sul passato, come il Senex è sordo all’inedito che creerebbe un diverso futuro,  la sua direzione verticale punta a vette più alte di un  passato che non ha introiettato, che sente alle spalle come una minaccia. I suoi lampi di genio si apparentano allora  alle velleità. Il mondo orizzontale spazio-tempo che per tutti è la realtà, non è più il suo , e le intuizioni ricadono come aquiloni in assenza di vento. Scrive James Hillman nel saggio Senex et Puer

“A causa di questo accesso diretto, verticale allo spirito, di questa immediatezza dove la visione della meta da raggiungere e la meta stessa sono un cosa sola, la velocità, la fretta – perfino la scorciatoia – sono un imperativo”

Il mondo del Puer è un’immagine bella, uno scenario aperto, perché, perdendo il Senex perde anche la psicologia, che sui concetti generali viene sostituita dal messianismo.

Questa scissione dell’Archetipo non aspetta i capelli grigi dell’età senile per manifestarsi, perlomeno non oggi che i segni esteriori della vecchiaia vengono ben mascherati e il fiorire della giovinezza è anticipato dalla diserzione delle generazioni precedenti dal ruolo di educare e fornire un modello che scandisca le stagioni della vita. Ed è una causa, secondo me la prima, del non essere nel presente, della  rigidità con la quale si guarda indietro ripetendo in forma diversa gli errori o della fretta ignara dei limiti e priva di sagacia con cui si immagina il futuro.

Mi è capitato di alludere alla lentezza nel post
https://mcc43.wordpress.com/2011/07/03/perche-le-persone-intelligenti-tendono-ad-essere-infelici/ ,
per John Franklin  che aveva sì un funzionamento intellettuale lento, ma non soffriva della scissione archetipica fra fine e inizio, passato futuro, ed è il miglior esempio che io conosca sul buon uso dell’essere nel Presente.

Mi è capitato di leggere sulla pazienza  varie argomentazioni, per esempio come intesa dai cinesi in un post  , oppure di trovarla inalberata nel titolo di un blog, specificandola: come quella “del ragno”. Se ne parla molto, insomma, e direi che questo atteggiamento, la pazienza, considerato tout court una virtù, può anche essere espressione della scissione – esperienza/ intuizione creativa- e in tal caso,  è l’equivalente della passività dell’Io.

Insegnava Hillman al Convegno di Psicologia presso l’Ateneo Veneto, Venezia 1994, che l’accidia , il massimo della passività, è un tratto del Senex abbandonato a sé, al quale è più facile dire “no” e considerare questo coerenza, perfino forza di carattere dell’IO,  che misurarsi alla pari con l’inedito.

Integrare le memorie e percepire intensamente  il Presente, è dotare il Puer dell’esperienza del Senex.  La coesione dell’Archetipo è  condizione della salute psichica, dalla quale, allora, si può avere anche  la misura del coraggio, del dinamismo, della volontà di affrontare dalla base  i problemi.

Ritornando a quanto detto nella Prima Parte, non più imitazione di se stessi o conformismi, ma spontaneità; e nella Seconda: non più contrasto ma cooperazione tra le generazioni dei padri e dei figli. 

Ancora James Hillman:

“Questi sono gli indizi della nostra salvezza. Per raggiungere il luogo dove lo spirito è intero, dove il significato permane integro, ci siamo incamminati su una via di immagini mitiche. C’è un vantaggio nel percorrere questa via verso la guarigione   archetipica, poiché il mito è il linguaggio dell’ambivalenza; niente è solamente questo o quello, gli dei e i danzatori non si arrestano.Non permettono ritratti precisi di sé, ma soltanto visioni.” 


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5 commenti leave one →
  1. Namek Al Nazer permalink
    11 luglio 2011 5:01 am

    Un articolo molto denso e concentrato ,bene, ma per non originario italiano che non ha attualmente un dizionario e molto dificile capire qualche punto ma il concetto si puo dire che chiaro .
    Bisogna penetrare tra le righe.Il passato deve essere il nostro punto di riferimento sul quale si puo appogiare e capire oggi per andare con certezza verso domani

    Mi piace

  2. 11 luglio 2011 2:27 pm

    Prima di tutto Benvenuto Namek in questo blog che sta muovendo i primi passi.
    Penso a quanto cose potresti raccontarci tu sull’evoluzione in corso in Libia se decidessi di aprire un tuo Blog. Siamo costretti a navigare in rete per trovare qualcosa che dia informazioni sulla realtà del momento.

    Soprattutto per voi il Presente conta molto per andare con certezza verso un futuro nel quale tutti i libici finalmente possano essere rappresentati in un vero parlamento. Certezza umana perlomeno 🙂

    Un caro saluto, torna quando vuoi, ne sarò felice

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  3. 14 luglio 2011 4:48 pm

    uno dei motti di spirito preferiti è “non siete qui per apprendere ma per disimparare”, anche se prima di disimparare bisogna aver imparato almeno un pochino …
    Eh sì, ci sono molte cose da disimparare per essere uomini e donne liberi e vivi.
    molto bello l’articolo, anche il successsivo. li leggerò attentamente.
    un caro saluto
    Milena

    Mi piace

    • 14 luglio 2011 5:27 pm

      Mi vien da pensare che sono in finta opposizione; il valore dell’imparare e del disimparare dipende per entrambi da “cosa” prendiamo dentro o cacciamo fuori. Quando va bene, in un caso e nell’altro cresciamo, e quindi sì siamo più vivi. La libertà trovo invece che sia una faccenda più elusiva 🙂
      grazie e ciao

      Mi piace

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  1. Gheddafi e Obama: Il Tempo dei padri e quello dei figli « MAKTUB

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