Che gli Israeliani scendano in piazza come qualunque altra cittadinanza di uno stato democratico non è una novità. Nuove sono le motivazioni e inedito l’atteggiamento.

Forse non chiedono proprio il “pane”, ma protestano per le sempre più difficili condizioni economiche in cui versa la nazione.
Questi sono i medici che chiedono un adeguamento della retribuzione

Ho tradotto brani di un articolo tratto dal sito Jewssansfrontieres che fa un’analisi concisa ma chiara di ciò che è promettente in questa scossa che parte dal popolo israeliano e va  verso le sue Istituzioni, ingessate nel puntare la propria  ragion d’essere sul problema palestinese.

http://jewssansfrontieres.blogspot.com/2011/08/protests-in-israel-why-and-how-much.html

seguono aggiornamenti: 14 agosto

(Le manifestazioni) Sono iniziate da Tel Aviv, ma sembrano in espansione di molte città. Un paio di osservazioni:

1. C’è senza dubbio l’influenza della “Primavera araba”. Mentre Israele è stata una delle società più ferocemente neo-liberalizzate nel mondo occidentale, e il livello di dolore inflitto è ampio e profondo, l’ondata di proteste sarebbe stata inimmaginabile prima della caduta di Mubarak. L’influenza della primavera araba è evidente nel modo di organizzare, prendere e tenere lo spazio pubblico, nelle ampie e (relativamente per Israele) non settarie richieste e slogan, nella vastità della partecipazione, e nei consapevoli riferimenti alla “primavera araba”. Il fatto stesso che gli israeliani stanno emulando, e per certi versi consapevolmente, un esempio positivo delle società arabe è psicologicamente importante.

2. Anche se questa non è la prima protesta su questioni di giustizia economica, per quanto ne so questa è la prima protesta “israeliana” su larga scala. Con questo voglio dire che le lotte per la giustizia sociale sono state lotte di settori particolarmente colpiti, mentre la maggioranza guardava con ostilità, simpatia lieve o indifferenza. Non è più questo il caso. Inoltre, mentre i manifestanti sembrano dichiararsi apolitici, cioè né di destra né di sinistra, si potrebbe dire che proprio per questa ragione questa è la prima protesta  politica in Israele. Questo perché la differenza tra “sinistra” e “destra” non è in realtà una differenza politica, nel senso che la “sinistra” e la “destra” non hanno un disaccordo fondamentale per il cammino futuro della società israeliana, che rappresenta diverse identità culturali e solo uno veramente è il disaccordo: la questione tecnica di come trattare i palestinesi. Mettendo da parte le etichette, i manifestanti stanno protestando, per la prima volta in Israele, come popolo contro il sistema. Pertanto, questa protesta è la prima comparsa di un vero confronto politico in Israele. Questo è semplicemente memorabile.

3. anche se la (piccola) sinistra radicale è quasi invisibile, leggendo tra le righe, è chiaro che svolge un ruolo molto importante, ma che lo fa con la saggezza del tocco leggero. Questo è, mi sembra, un altro esempio di come emulare le strategie che hanno avuto successo nella primavera araba.

4. La questione è se quest’ondata di protesta può diventare base per un movimento di massa che sfidi l’apartheid, la dimensione dei coloni di Israele, dato che questa dimensione è il cuore dello Stato. E ‘la natura degli eventi radicali come questo movimento di protesta che sono imprevedibili e possono andare oltre quanto si possa immaginare. Ma tenendo questo in mente, la mia valutazione iniziale è che non si può. Questo è una delle differenze fondamentali tra Israele ed Egitto.
In Egitto, il non-settarismo della rivolta originale era totale. Dal momento che Israele è uno stato di apartheid, il non-settarismo, pur impressionante nei suoi propri termini, esclude i palestinesi, e cioè il gruppo più oppresso all’interno del sistema. Questo non può essere facilmente superabile. La contraddizione principale è tra la dimensione politica della protesta, che richiede di rifiutare il linguaggio della “sinistra” contro “destra”, e l’assenza di un linguaggio di Israele per quanto riguarda i palestinesi, diverso dalla lingua degradata di Sionismo di “sinistra” contro quello di ” destra” (ovviamente tale linguaggio esiste, ma non è “d’Israele”, e le persone che possono introdurlo non ne fanno parte). Ciò significa che l’aspetto stesso del problema dell’apartheid sulla scena della protesta fornirebbe al governo gli strumenti garantiti per sgonfiarla. Ancora una volta, io non direi che questo è insormontabile, ma si rischia che lo sia.

Questo però non significa che il movimento di protesta sia insignificante. Sebbene in questa fase sembri non avere né il linguaggio né la coscienza sociale di sfidare l’apartheid, il movimento di protesta sfida per la prima volta la dimensione più profonda del potere che rende l’apartheid necessaria e possibile. Ogni vittoria che avrà, pertanto, porterà vicino a condizioni più favorevoli per sfidare l’apartheid israeliana.

Positivo che si dica apertamente che il governo israeliano pratica l’apartheid sulla (folta) minoranza palestinese, recentemente aggravata dalla dichiarazione dello stato come “ebraico”.
Singolare che vi sia “ispirazione” proveniente dalle sommosse arabe.

Un vero meraviglioso ribollente crogiolo; e se questo popolo in piazza riuscirà a coinvolgere anche la  cittadinanza palestinese,  la politica aggressiva, le ipotesi minacciose di conflitto con l’Iran e con il Libano che si vanno facendo, saranno ampiamente depotenziate.

Shalom, Salam, Pace.  

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aggiornamento 4 agosto

da  http://www.indynewsisrael.com/tent-city-activists-want-housing-committees-law-nixed

Stav Shafir, attivista, ha detto che le richieste sono per “ciò che chiamiamo giustizia sociale.In realtà le nostre richieste sono sogni più di quanto non siano richieste, ma tutti possono diventare realtà e rendere questo paese un paese socialmente più giusto di cui tutti possiamo essere orgogliosi d’ essere parte.

Il cuore della richiesta è che venga ritirata una legge concernente l’edilizia che, secondo i manifestanti, renderà irraggiungibile per la popolazione il costo delle case.
Non solo adeguamenti di retribuzione, quindi, ma una generale richiesta di welfare. Come ritenevo fin dal primo momento, anche alcuni commentatori internazionali iniziano a intravedere in questo una breccia da aprire nella politica del governo che punta, e fa notizia, solo quando si tratta di conflitto con i palestinesi o tensioni con i paesi arabi.

E da una intervista ad Haaretz, la 26enne Stav,  chiarisce

Stav Shafiir: "We don't want to waste time with the Trajtenberg Committee, so long as its mandate remains obscure. We feel that the committee is designed to kill time and stifle our cause, like many committees before it." Link all'ultima intervista su Haaretz il 28.10

Vogliamo cambiare le priorità e il sistema.
La nostra denuncia è rivolta contro il governoattuale, [sebbene] I governi precedenti si comportavano allo stesso modo e non risolvevano i nostri problemi. Hanno scelto di ignorare i problemi più vicini ai nostri cuori, al di là delle grandi problematiche che abbiamo di fronte altri popoli e paesi. Chiediamo il ritorno del governo al popolo.
Se il governo accetta di cambiare le sue priorità e cambiare le regole del gioco, non c’è alcun motivo per cui persone che ora occupano posizioni di potere non possano restare in loro. Non vogliamo cambiare i membri della Knesset, ma piuttosto di cambiare il sistema.

aggiornamento 5 agosto

ancora sul boicotaggio di Israele al quale sono fieramente avversa

Mi vengo così a trovare d’accordo con il Governo Israeliano? Pazienza. E’ speculare al fatto che le mie motivazioni non sono quelle che trovo in questo interessante articolo antiboicottaggio

http://deborahfait.ilcannocchiale.it/2011/03/30/volete_boicottare_israele_preg.html

Sono “contro” perché è una misura che per avversare una politica colpisce con i suoi effetti delle persone in modo indiscriminato.

DISTINGUO GOVERNO DA POPOLO. Nell’articolo vi è invece una sovrapposizione di “cultura, scoperte, invenzioni di persone ebree” e politica dello stato di Israele.

(Sarebbe un pò come se gli italiani si infuriassero perchè Berlusconi è chiamato il buffone italiano, dal momento che nella nostra storia abbiamo avuto Giulio Cesare. )

L’elenco di geni appartenenti alla cultura ebraica suscita la mia ammirazione, e molti di quei nomi celebri sono colonne della mia cultura personale, anzi ne manca qualcuno… ma questo non mi impedisce di pensare che i governi espressi dalle votazioni esercitano una politica che concorre a mantenere la tensione in MO.
Non so quanto sia per convinzione, quanto per i forti legami con gli Usa, fatto sta che l’intero MO, Israele e Iran per primi, oltre ai Palestinesi di Gaza e Cisgiordania, avrebbero da guadagnare da governi più lucidi sul presente e il futuro, che ancorati rigidamente agli eventi della storia.

aggiornamento 6 agosto

Nonostante una paziente ricerca, oggi che dovrebbe essere il sabato della più grande delle  manifestazioni , constato che le agenzie di notizie sorvolano. Si saprà qualcosa stasera ? Riuscirò, con un po’ di fortuna, ad avere delle notizie di persone sul posto?

Intanto mi accontento di quello che scrive Hamira Hass,  giornalista israeliana che ha deciso di stabilirsi fra i palestinesi della West Bank, continuando a collaborare con Haaretz, il quotidiano della sinistra israeliana.

http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/palestinian-pride-israel-protests-influenced-by-arab-world-1.377230
Come vedono i Palestinesi questa novità? Assistono  senza scomporsi alla più grande manifestazione sociale che abbia mai interessato li loro vicini e occupanti . Siamo in lotta da così tanto tempo, dicono, che qualche settimana di proteste non ci impressiona, pur  ovviamente orgoglioso che siano stati gli Arabi ad offrire un esempio da emulare.
L’interessante è che stanno facendo la medesima  scoperta di tutto il resto del mondo,  come si vede dalla  conclusione del  dialogo di un gruppo di palestinesi :

Nonostante le loro perplessità, tutti e quattro d’accordo la protesta permetterà ai palestinesi- molti dei quali conoscono solo gli israeliani, sotto forma di coloni e soldati – di vedere che “la società israeliana non è unidimensionale, che è complessa, che  non dovrebbe essere descritta appiattita, che ha essa pure lotte e classi oppresse.

aggiornamento 10 agosto

“Quanti manifestanti sono preparati a definire che cosa intendono in quanto a giustizia di cui ha bisogno Israele? Possiamo domandare giustizia sociale senza chiedere piena eguaglianza di diritti per un milione di Arabi-Israeliani, per sempio? Possiamo chiedere a squaciagola “il popolo vuole giustizia sociale” quando la classe media sstessa è frammentata sul punto centrale della società israeliana: come lo status delle  minoranze, delle donne , le tensioni inter-etniche? Quando è chiaro che questo collettivo è tenuto insieme con le puntine nelle ultime settimane e non è unito su nessuna delel questioni sociali tranne che quelle economiche? “

Così scrive Dhalia Scheindlin, un’analista de lle tendenze sociali, sul  preziosissimo sito di+972

http://972mag.com/social-protestors-do-we-share-a-vision-for-israels-future/

I nodi, purtroppo, vengono al pettine, ed è vero che è facile, per modo di dire, essere d’accorso sulla generica richiesta di paghe, assistenza sociale, case che migliorino la vita. Per ottenerle, però, occorrono scelte politiche che decidano priorità di indirizzo delle risorse e categorie che ne avranno accesso, tutto ciò fa scoppiare quello che lo stato di guerra latente ha tenuto a freno.
La cittanza non è solo divisa fra “ebrei” e “arabi” , ma fra classi di privilegiati e  recenti immigrati, fra  working-class e coloni.

Si dimostra in Israel, con il suo rapido degrado del welfare, quanto poco contano i dati macroeconomci, gli aumenti del pil e quant’altro. Per di più la “prosperità2 dei dati si basa soprattutto sull’esportazione ma nel mondo è forte quella che considero una sbagliata campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani; ed è stata una legge contro il boicottaggio, che pe ri suoi riflessi interni, è stata una delle mosse del Governo che ha fatto infuriare un settore dell’opinione pubblica.

Per ora ci si unisce anche con dei “simboli”, come Gilad Shalif, il soldatino catturato da Hamas nel 2006 (che ha anche la cittadinanza onoraria di Roma !!!) e che il governo non è ancora riusscito a portare a casa. Ma domani? Quando il governo di risposte ne dovrà dare?

Eppure continua a scarseggiare l’attenzione dei media, come se Israele non fosse una pedina dello scacchiere internazionale della massima importanza, ben più di quanto dica la grandezza (non tutta legale) del territorio e il numero di abitanti.

aggiornameento 14 agosto

http://www.jpost.com/Defense/Article.aspx?ID=233706&R=R1

Le risposte del Governo alla piazza, che è unita nelle richieste economiche e in null’altro, sono state la formazione di una commissione per discutere con una rappresentanza (?) dei manifestanti, e il progetto di costruire le tanto agognate case…. nel settore Est di Gerusalemme, ovvero la parte araba, che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro stato.  Caso mai non bastasse questa strizzata d’occhio alla piazza, liberiamoci dei palestinesi e andrà tutto bene, il ministro della difesa Ehud Barak: ha ammonito il movimento sulla irresponsabilità  di un provvedimento che tagliasse i fondi alla difesa :

“We live in the Middle East and it would be wrong to ignore that  fact.” .

Signor Ministro, vero : “siete” nel M.O. , ma in quanto a “vivere” è esattamente ciò che chiede la piazza, no? E’ forse sordo?

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