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La verità e le donne, prime vittime delle guerre

17 agosto 2011

Sì , anche le donne, non appena sul campo, anzi ancor prima che venga sparato il primo colpo e  sia caduta  la verità.

La guerra è una faccenda molto emotiva e per suscitare quel genere di emotività cieca, che vede il Maligno nella fazione avversa e l’Arcangelo nella propria, occorre mentire.

Oggi, due articoli con dei report agli antipodi.

Ecco Allain Jules

Ieri, i rinnegati di Bengasi sono stati sconfitti in Zaouïah a Gharian a Sabha e Tawergha. Non ascoltate i media bugiardi, che dovrebbero essere assicurati alla giustizia. Se qualcuno ha il video bugiardo  Télé … , vede che i media tradizionali non osano parlare della battaglia di Tawergha, dove oltre 50 “ratti”, per parafrasare Muammar Gheddafi, sono stati uccisi o catturati.

Diciamo chi è Allain Jules: un fiero avversario di questa impresa Nato. Ha contatti in varie zone della Libia che gli hanno consentito –finora- di dare in anticipo notizie che poi gli speaker Nato hanno dovuto ammettere a denti stretti. Ma con quel che racconta suona una tale fanfara che si esita a credergli e si prova uno spiacevole senso d’irritazione.

Ecco Reuters

I ribelli libici hanno lanciato oggi un attacco per costringere le forze leali a Muammar Gheddafi a ritirarsi da una località strategica alla periferia di Tripoli, e hanno detto che le truppe di Gheddafi, circondate, hanno abbandonato due cittadine a ovest. Dopo 41 anni di potere assoluto nello stato desertico ricco di petrolio, il 69enne Muammar Gheddafi sembra isolato, con le forze ribelli che stanno marciando verso la capitale da ovest e da sud, tagliando le vie di comunicazione e cingendo d’assedio Tripoli. Negli ultimi giorni sembra che i ribelli abbiano portato la guerra a una fase decisiva conquistando, dopo sei mesi di campagna militare, la maggior parte di Zawiyah e una seconda cittadina a sud della capitale.

Chi è la Reuters lo sanno tutti, ma in questa guerra libica si comporta come pi-erre della Nato, soprattutto nell’edizione in italiano. Se fino a ieri raccontava di una Zawhya sventolante bandiera ribelle, oggi con nonchalance parla di soldati di Gheddafi ancora in città.

 §§§

L’ avvicinamento alla capitale:non è una notizia ma lo stato dei fatti fin dall’inizio della guerra. Le insurrezioni sono scoppiate vicino ai confini, con Egitto e Tunisia, facendo prevedere, a me che sono un semplice fruitore delle notizie, che lo scopo prevedibile era arrivare a tagliare i rifornimenti a Tripoli e farla cadere per fame. Ovvio dunque che i tripolini stiano cercando di scappare, come l’Ansa scrive oggi (tacendo fino a questo momento su come vanno i combattimenti) e come Corriere e La Stampa parola per parola ripetono.

O i giornalisti non  hanno capito o non vogliono dirlo che i ribelli non si confrontano con l’esercito. La tattica è: arriva la Nato e bombarda, l’esercito si ritira. Entrano nelle città i ribelli, innalzano bandiere, fanno le loro vendette, rubricate come “vittime civili” senza chiarire ammazzate da chi. L’esercito ritorna, i ribelli scappano. Così ogni due o tre settimane leggiamo che i ribelli conquistano Misurata o Brega, ma non ci vien mai detto quando le avevano perse.

E leggiamo che sono in corso colloqui a Djerba, altre volte a Tunisi, fra emissari del governo e del CNT e che vi partecipa un emissario dell’Onu, e contemporaneamente – con lo stesso rilievo – la smentita  di qualche a noi sconosciuto portavoce dei “ribelli” , e non sappiamo se ciò significhi il Consiglio o un qualche gruppo armato fai-da-te che non riconosce l’autorità del Consiglio.

§§§

Seconda vittima della guerra: le donne.

Ma come, se a combattere vanno soprattutto gli uomini? Sì ma i combattenti di qualunque fazione di qualunque guerra di qualunque secolo della storia umana praticano lo stesso gesto di conquista: lo stupro. Inoltre, in una guerra moderna muoiono soprattutto i civili bombardati dall’aria; le bombe cadono sulle case dove sono rimaste le donne, e lo abbiamo visto pochi giorni fa vicino a Zitlan  dove la Nato ha ucciso almeno 80 persone bombardando per spianare la strada ai ribelli.

E’ talmente risaputo che gli stupri sono arma di guerra, almeno da quando De Sica    ha creato quel film capolavoro, La Ciociara,  che quando non ci sono o passano sotto silenzio li si inventa pure.

In una fase della guerra libica, per distrarre da quella che stava diventando la maledetta No Fly zone, si è raccontato diffusamente il caso della ragazza che irrompe nella hall dell’hotel di Tripoli dove sono alloggiati i giornalisti urlando il suo dolore per aver subito la violenza di 15 uomini in divisa (poliziotti, soldati, miliziani? Dipende dalla traduzione) solo perché originaria di Bengasi.  Questo davanti alle telecamere accese che l’hanno seguita, incollati da presso,  perfino mentre degli agenti intervenuti la caricavano in macchina.

Non pretendo che i giornalisti siano edotti che Tripoli, in tempi normali, si accede agli hotel passando attraverso il metal detector  scrutati dalle guardie di sicurezza, ma quando un regime è anche in stato di guerra avere il sospetto  di un episodio farlocco sì,  lo pretendo. Ma grazie ai media e, ovviamente a Facebook,  Iman Al Obeidi, così si chiamava la ragazza, ha infiammato gli animi e le donne di Bengasi hanno manifestato per lei. Sarebbe tutto ridicolo, se non avessi la penosa sensazione che qualche donna originaria della Tripolitania  sia stata stuprata a Bengasi per ritorsione. Nel silenzio, come nel silenzio passa la macelleria dei ribelli sui civili lealisti.

Stupri della verità attraverso il corpo della donna,
e siamo nel 5772 del calendario ebraico, nel 1432 dell’era islamica
e nel terzo millennio dell’era cristiana.

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