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Il mito di Sansone e la tragedia degli Ebrei e dei Palestinesi

17 settembre 2011

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Da Gilad Atzmon, artista israeliano e attivista per i diritti umani, residente a Londra,  una  notizia che si può leggere   integralmente a questo  link

Ibrahim ha 12 anni, Muhammad 15 e sono cugini.

Stanno giocando nella strada di fronte a casa loro un’ora prima della rottura del digiuno di Ramadan il 19 agosto e, come sporadicamente fa, Israele decide di bombardare Gaza.

Una persona ignota a chilometri di distanza in una torre di controllo, ordina il lancio di un missile da un drone che vola sopra le loro teste. Catastrofe: dieci giorni in al-Shifa, ospedale a Gaza, e poi trasferiti in un ospedale israeliano per un trattamento indispensabile e non disponibile in Gaza. Ibrahim in coma, Muhammad cosciente e con le atroci sofferenze di ferite e ustioni. Là si trovano tuttora.

I droni sono aerei a pilotaggio remoto, vale a dire: volano senz’anima viva a bordo. Nessuno che possa vedere salire al cielo il fuoco delle esplosioni quando dalla loro pancia scende una bomba o un missile. Non c’è diretta responsabilità umana nell’azione grazie alle apparecchiature sofisticatissime: telecamere, intensificatori d’immagini, visori infrarossi, laser e missili a guida laser (oltre all’occorrente per captare conversazioni telefoniche!). Al contrario:  c’è il sollievo di  non mettere a rischio la vita  di un pilota (… di un capitale, considerando i costi dell’addestramento) in zone pericolose.

Ecco il punto- E’ così pericolosa quella striscia stracciona che è Gaza da dover  ricorrere perfino a queste macchine di morte della capziosa amicizia americana?

Vittorio Arrigoni chiedeva una No Fly Zone nel cielo di Gaza. Quella sì che avrebbe avuto senso ed efficacia: pattugliare  sopra il territorio  da proteggere per impedire ai velivoli israeliani di sorvolarlo. Esatto contrario di quello che si è fatto in Libia dove il pattugliamento, presto diventato bombardamento, avviene sul cielo del presunto assalitore.  Ma Vittorio è stato ucciso – misteriosamente.

Se la zona della Palestina dove (soprav)vivono gli arabi, West Bank e Gaza, fosse uno stato potrebbe denunciare Israele per crimini contro l’umanità e  chiedere l’intervento di una forza Onu.
Questa la ragione prima del veto che gli Stati Uniti, legati da un rapporto di reciproca cattività con Israele, hanno posto alla richiesta di riconoscimento che il presidente della West Bank Mahmud Abbas si appresta a fare. Washington  ha già comunicato  la ritorsione, il taglio degli  aiuti  (dichiarati 500 milioni di $ l’anno,  per necessità basilari della popolazione, per esempio finanziamenti  all’Unrwa) .  Il veto già mette il Consiglio di Sicurezza nell’impossibilità di accettare la richiesta, e lascia ai Palestinesi solamente il ricorso all’Assemblea Generale che non ha il potere necessario per il riconoscimento come paese membro a tutti gli effetti. 

La dirigenza palestinese si muove in questo senso per il fallimento di ogni dialogo con la controparte israeliana; sebbene sia una mossa che infiamma i sostenitori della causa palestinese, non è ciò che risolverà i problemi: né della pace ai confini, né dello sviluppo della società, lascia senza alcun ottenimento i profughi sparsi in vari paesi del Medio Oriente ed è già  a priori fonte di dissenso con Hamas. 

Ma cosa altro si può fare, mi chiedo, se il mondo tende/vuole dimenticare che esistono i Palestinesi,  se non come minaccia incombente sullo stato d’Israele? E’mai  possibile una tale enormità?

Un paese
– dalle istituzioni talmente solide da resistere a mesi di proteste sociali di  fermezza e metodo ammirevoli,
– con una economia che soffre la crisi meno di quelle occidentali ( e solo per effetto del BDS, movimento di boicottaggio mondiale dei prodotti provenienti dai territori illegalmente occupati),
– con un consenso internazionale indefettibile e gli Usa come sponsor,
– con potente esercito e il più efficiente e pervasisvo servizio segreto,
– una mai ammessa e mai decisamente  negata arma nucleare 

può, Israele, sentire minacciata la sua esistenza da dichiarazioni veementi di Hamas e  sporadici lanci di missili  che, come reiterano i comunicati  israeliani, non vanno a segno? Si possono bombardare due bambini per ritorsione a un missile che si afferma di aver ricevuto, ma che non ha fatto danni?

Con quanta consapevolezza e orrore ricordiamo lo sterminio nazista e così deve essere. Per quale ragione assistiamo allo sterminio dei palestinesi guardando da un’altra parte? Così non deve essere.
Perché la gente di Bengasi è  più vicina al cuore dell’Onu di quella di Ramallah o Gaza city? Questo video del 2009 espone con  competenza  le ragioni accumulatesi che dovrebbero spingere un mondo civile a  dire ad una sola voce: Basta!

§§§

David Grossman è uno dei maggiori scrittori israeliani. Nell’affascinante saggio Il miele del leone ripercorre il mito di Sansone nella Bibbia e nel Talmud.

Eroe a tutto tondo nel corrente modo di intendere, Sansone diventa con Grossman un personaggio complesso e umanamente ricco.

“Ma al di là dell’enorme caos degli impulsi selvaggi, davanti ai nostri occhi si dipana un’esistenza che non è altro che il tormentato viaggio di un’anima sola e turbolenta, che non ha mai trovato una vera casa in questo mondo e il stesso corpo rappresenta un’aspra terra d’esilio.”

Sansone, l’uomo invincibile, amerà una donna filistea che lo tradirà consegnandolo, privo della sua forza e addormentato, a quelli che lo accecheranno.
Solo, tradito e accecato, Sansone precipita nell’umiliante condizione di attrazione da circo, di zimbello, di maschio adibito alla fecondazione.
Mai portare il nemico allo stremo, perché da quel momento una potenza che, prima non appariva, si scatena irresistibile! Dal fondo del suo fallimento Sansone si ritrova:

“ Oh, Signore Iddio”, invoca cieco, “ricordati ti prego di me e dammi forza ancora questa volta”. Poi spinge le colonne e mentre quelle cominciano a incrinarsi e a muoversi, Sansone capisce che Dio non lo ha abbandonato. L’edificio crolla sui capi dei filistei e su tutto il popolo. “Sicché quelli che fece perire, erano più numerosi di quanti ne aveva uccisi in vita sua”.
E noi, alla luce di quanto avviene in questi giorni, non possiamo fare a meno di pensare che lui sia stato, in un certo senso, il primo kamikaze della storia.
Benché le circostanze differiscano da quelle del moderno stato d’Israele , non è da escludere che il fatto stesso di averlo compiuto abbia aperto nella coscienza umana la possibilità di perpetrare la vendetta mediante il massacro di innocenti; un metodo perfezionatosi negli ultimi anni. […] E come per tutte le sue spettacolari imprese anche quell’istante si è distillato in un’unica frase, chiara e tagliente: Muoia io, così come ho vissuto tutta la vita. Abbandonato e solo in mezzo ad estranei che cercano di ferirmi, di umiliarmi, di tradirmi. Muoia io con tutti i filistei.

Non oserò  aggiungere  considerazioni mie là dove ci ha portato la cosmica ampiezza di visione di David Grossman, che ci lascia – forse ci vuole – soli nelle riflessioni.

 §§§

Noi seguiamo incantati il dito che si sposta sulla carta geografica,  un conflitto lì e una rivolta là, e non guardiamo la luna:  quella terra di Canaan abitata da gruppi semiti, fra i quali i Falastin da cui deriva Palestina, un nome che si usa parlando di arabi, e che si chiama Israele parlando di ebrei. Ci lasciamo indurre a credere che l’importante per il nostro futuro siano i “mercati” dove gli interessi contrapposti delle nazioni si combattono diventando anche, lo abbiamo visto nella Costa d’Avorio traboccante di risorse naturali come nella Libia trasudante petrolio, interventi militari.

In me, però,  persiste la convinzione che il nucleo di tutti i conflitti abbia sede in quella terra da tremila anni teatro di guerre. Con Sansone  tra ebrei e filistei, con la morte di Salomone la scissione del suo regno in  due nazioni ebree in conflitto, le guerre giudaiche di Roma contro gli ebrei ribelli,  l’avvicendamento  islamici e ebrei e cristiani,  la sanguinaria impresa delle crociate…

Al centro di tutto: Rushalinum, Sion, Gerusalemme, al Quds.

Da “Gerusalemme” di Karen Armstrong

A Gerusalemme più che in qualsiasi luogo in cui io sia stata, la storia è una dimensione del presente.

Gerusalemme è nostra, israeliana e palestinese, musulmana, cristiana ed ebrea: è un mosaico di tutte le culture, di tutte le religioni e di tutte le epoche che hanno arricchito la città dai tempi antichi fino ad oggi”

Tragico errore dimenticarlo. Nella forma che ha preso nel secolo scorso il conflitto coloro che hanno a cuore la causa del popolo palestinese devono comprendere le ragioni degli israeliani, chi ha a cuore le sorti di Israele deve adoperarsi per risolvere il problema palestinese.

Non intendo, sia chiaro, un salomonico divider le colpe a metà. Ben diversa è la situazione delle popolazioni coinvolte, ci sono immani disparità di forza e di tradizioni, e l’Avatar che ho scelto da quando ho potuto rendermi conto personalmente di cosa significa essere un profugo palestinese evidenza il mio pensiero, tuttavia credo che nessuno mai debba cercare vendetta, perché essa allo stadio ultimo è inevitabilmente, come esprime Grossman in modo magistrale, un massacro di innocenti. 

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