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Desert blues: i Tuareg e la Libia che non c’è più

19 settembre 2011

mcc43
[per il conflitto nel Nord Mali e l’indipendenza dell’Awazad, vedere i post recenti
alla tag Tuareg]

segue da La Libia di Gheddafi: parola d’esperto, silenzio dei media


Quando mi capita di ascoltare le poche interviste ai libici pro-Gheddafi ne ricavo un gran fastidio perchè l’enfasi delle dichiarazioni e dei giuramenti  gli conferisce la statura di un semidio. Ma è espressione di sentimenti,  pertanto senza diritto di replica.

Quando ascolto le molte interviste ai filo ribelli m’indigno:  chi afferma  “Ha distrutto tutto, le scuole, gli ospedali, non abbiamo niente”   parla di fatti e a questi si deve replicare.
A quel mio conoscente che lamenta  “Non ci ha dato delle infrastrutture” posso ribattere che se l’acqua esce dai rubinetti Tripoli, Bengasi, Sirte, Tobruch  è perché  l’acquedotto  Gran Man made River, ottava meraviglia del mondo, la convoglia dal profondo del Sahara ed è grazie a quest’opera che nella Libia del sud ora ci sono aree agricole.

L’Indice di sviluppo umano (ISU) o in inglese: HDI-Human Development Index

E’ un indice comparativo dello sviluppo calcolato tenendo conto dei diversi tassi di aspettativa di vita, istruzione e Reddito nazionale lordo procapite. ed è  lo standard che indica  il benessere dei 169 stati riconosciuti dall’Onu –  Agli estremi della classifica mondiale troviamo:   1°  Norvegia, indice 0,91 e  169° Zimbawe, indice 0,02; in mezzo ci sono al  23° posto Italia, indice 0,85  e al 53° posto LIBIA, indice 0,75 . Ma nella classifica per continente, in Europa l’Italia non compare fra i primi dieci,
in Africa la  LIBIA è al 1° POSTO

Ho letto sul blog 4realinf’ un elenco di condizioni e provvidenze che noi tutti saremmo felici di sottoscrivere; cito solamente, per stimolare la curiosità e cliccare il link: niente tasse, prestiti senza interessi, borse di studio per giovani che studiano all’estero, niente debito pubblico.

Certamente questo era consentito dai proventi del petrolio.
Altrettanto certamente altre condizioni e diritti, come in ogni paese, saranno rimasti sulla carta.
Ancor più certamente quelli che vogliono il cambiamento per progredire mostrano notevole inabilità a raccogliere informazioni reali.  Vogliono voltare pagina per liberarsi del soffocante controllo di polizia? Bene, ne varrebbe certamente la pena, ma  stupisce che  ciò non sia messo al primo posto; inoltre: sono pronti a pagare questa libertà individuale  (posto che riescano a costruire un sistema che la  realizzi) con un impoverimento collettivo?
Già qui il primo scoglio: è diffuso un sentimento collettivo oppure sono mossi esclusivamente dal “per sé”?

*************************** TRIPOLI e la Middle class****************************

Tre livelli sociali ho constatato a Tripoli, nelle permanenze tra il 2002 e il 2010. La categoria benestante è in gran parte formata dalle famiglie della diaspora all’epoca del colonialismo italiano, spesso discendenti dai funzionari dell’Impero ottomano. Mi hanno colpito  la loro esterofilia e lo sfoggio d’opulenza.
Eppure la ragione di ostilità al regime, palpabile e a volte espressa,  era l’aver aperto le porte agli “stranieri”. Lavoratori stranieri, in realtà – nessuno si lamentava dell’arrivo dei danarosi uomini d’affari americani – per i quali il governo forniva provvidenze economiche particolari . Lavoratori indispensabili, come sono da noi in molti ambiti gli immigrati.
Altro motivo di ostilità: il laicismo di Gheddafi che si traduceva in occhiuta attenzione all’eccessiva assiduità alle moschee. Ovviamente il regime intendeva prevenire la formazione di gruppi islamisti e da noi la Lega Nord applaudirebbe!
Senso civico in questa classe sociale? Uffici dichiarati come abitazioni per sfuggire al canone dei servizi elettrici e telefonici o nascite avvenute durante la diaspora dichiarate antedatate per esigere la pensione con anni d’anticipo.
In fine, tra questi estremi della scala del benessere, la parte numerosa della popolazione: commercianti e altri lavoratori , che non ho mai sentito criticare il rais. Tra questi, i giovani hanno raramente conoscenza di una lingua straniera, ma quando è stato possibile dialogare ho notato una scarsa conoscenza del loro paese al di fuori delle regioni di provenienza; e per la città una straordinaria mancanza di cura.  Quest’ immagine è di una delle vie belle e popolose, verso l’ora del passeggio.

Com’è Tripoli a sette mesi dallo sconvolgimento? Da un articolo di Asia Times:

A Tripoli i ribelli da Zintan, nelle montagne occidentali, controllano l’aeroporto.  I ribelli di Misurata controllano la banca centrale, il porto e gli uffici del Primo Ministro. I berberi dalla città di montagna Yafran controllano la piazza centrale di Tripoli, ora cosparsa di scritte “Rivoluzionari di Yafran”. Territori marchiati come avvertimento.
Il CNT, come unità politica, già si comporta come un governo ad interim; e, visto che le milizie non svaniscono, non è difficile raffigurarsi Tripoli come una nuova Beirut, quando la guerra iniziò perché ogni quartiere era solcato da conflitti di gruppi religiosi.
Almeno 600 salafiti reduci della resistenza irachena contro gli Usa sono stati liberati dalla prigione di Abu Salim dai ribelli; facile prevedere che si approfittino del saccheggio di kalashnikov e missili anti-aereo lanciati dalla Nato per dar manforte alla propria milizia radicale islamica che segue la propria agenda e la propria guerriglia.

Perfino il TripoliPost, quotidiano online fiancheggiatore ante-litteram della rivolta, lamenta che i bambini tornando a scuola non trovano i libri, e parla della piaga delle “esumazioni fai da te” che scompongono le salme rendendo irrintracciabile l’identità, della sorpresa dei ribelli per la resistenza di Beni Walid, di Sirte… saranno sorpresi anche di Sebha, suppongo, e di tanti altri posti.

*************************** IL FEZZAN e i TUAREG *******************************

L’80 % del territorio libico non si è ribellato. Lo abitano etnie varie o che differiscono nel nome e nell’idioma;  la componente più numerosa sono Tamashek, più noti come  Tuareg :

“Le autorità libiche automaticamente ci rilasciavano i permessi di lavoro, mentre gli altri in Occidente senza documenti erano perseguitati”, ricorda Souleymane Yassin ex emigrato in Libia. Ai Tuareg, Gheddafi ha dato a più riprese il suo sostegno incondizionato. “Mi impegnerò a verificare di persona, se davvero i Tuareg sono soggetti a discriminazione in Niger e Mali”, ha detto nel 2008 di fronte ai combattenti tuareg a Tripoli.  Anche ora  Gheddafi la ” guida” caduta, è popolare ad Agadés, come nei lontani campi Tuareg: i suoi ritratti sono incollati sulle porte di negozi e la bandiera verde appesa sulle case. “E ‘stato come il nostro angelo custode, lui rimarrà per sempre nei nostri cuori”, si lamenta già Idrissa, gestore di un caffè nel centro di Agadés.”

Ora i Tuareg temono le rappresaglie razziste. Migliaia hanno cercato riparo in Algeria e la povertà, tragica in una zona spesso funestata dalla siccità che uccide il bestiame, arriva con la fine del turismo- chissà per quanto tempo- al quale si era aperto il paese una decina d’anni or sono. 

****aggiornamento gennaio 2012: per il conflitto in corso nel Mali, vedere alla Tag Tuareg***     


************************* La Diaspora contemporanea*******************

L’emigrazione è raramente dovuta alla povertà, all’estero  i libici occupano spesso ruoli importanti, gesticono affari che sotto il regime non erano consentiti, sono studenti affascinati dall’occidente, sono islamisti che creano comunità (a Tripoli c’è la casa madre dell’associazione religiosa Islam Call ) e autentici oppositori politici, certamente, ma anche molti collaboratori d’intelligence straniere.
Questa nuova diaspora, soprattutto in Gran Bretagna,  ha fatto da sponda alla ribellione, rendendo possibile cogliere l’occasione di una protesta, in difesa di un avvocato dissidente, per trasformarla in una “rivoluzione araba”. Una protesta per niente spontanea, perchè questi personaggi, che sono l’ossatura politica della ribellione, l’hanno preparata nel tempo. Dall’inizio dell’anno hanno intensificato gli appelli con circolari  email “tenetevi pronti per il 17 gennaio”,  per buona misura aggiungendo alla politica affabulazioni cervellotiche su Gheddafi l’ebreo, come si legge in questo stralcio tratto da una corrispondenza, in mio possesso,  fra aspiranti ribelli
“””according to****,  this the family name of our  — LEADER .  the other  Jew . Kaddafi was once asked in a press conference if his mother is a Jew . His reply was : many Jews converted to Islam .  His mother was not married & was house – maid to a an Italian Jewish Doctor . After his death she gave birth to Kaddafi  & thus he is actually — Bendook — . This version is from a  highly respectful  Libyan  source .”””

***********

E’ tanto “respectful” questa fonte libica che non mi curo di tradurla. Il germe del razzismo è dentro questo movimento, se  agli ebrei oggettivamente  non si può far nulla, c’è pur sempre a disposizione la black people povera. E per  la popolazione  che non si arrende, si può  invocare la Nato, anche su Sebha. O su  Murzuq, la zona dove è nato un canto dal ritmo struggente.
Il desert blues,
 radici africane come il blues e il raggae, sonorità che si rispondono a distanza.
In questo video una canzone in lingua tamashek del musicista Terakaft e  bellissimi volti, costumi, tradizioni. Un mondo che Gheddafi capisce, Jalil no. 


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5 commenti leave one →
  1. 19 settembre 2011 2:36 am

    Bella la canzone, anche se nella tristezza delle immagine porta a capire il declino umano difronte alla cupidigia.
    Libertà! Chiedono i ribelli ed anche qui da noi in Italia si parla tanto di libertà, ma dovremo studiare cosa si intende per libertà, questa piccola ma ridicola parola.
    Se avrai tempo e voglia, potremo scrivere qualcosa su questo tema a due mani.

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  2. 19 settembre 2011 5:43 pm

    Sono talmente d’accordo con te che avevo attaccato il post sulla capriola all’indietro della Libia, Nato e Google, con
    “Non si dà una piazza che chieda dittatura e servitù, perciò quello che interessa è come vogliono realizzarle (le libertà).”
    Noto in Italia un’ottusità della nuova sinistra (intendo con “nuova” quella che ha assiduamente portato acqua al mulino di Berlusconi, mai disfando le sue malefatte) che appoggia pavlovianamente ogni piazza che grida contro il governo, Al tempo di Allende una sinistra così si sarebbe schierata con la corporazione dei camionisti e le loro mogli che andavano in piazza a picchiare sulle pentole per preparare la strada a Pinochet.

    Tu sei talmente documentato e lucido nei tuoi post … però se vuoi provo volentieri.

    Un’altro argomento che mi preme e che è altrettanto poco “nuova sinistra” è la questione Israele Palestina e il riconoscimento all’Onu.
    Se hai voglia leggi questo articolo
    http://91.228.126.171/~w972mag/the-two-states-solution-is-no-longer-feasible/23289/
    Argomentazioni concrete, rispondono ai mei dubbi, che non si dovrebbero ignorare per fare ideologia sulla pelle delle persone vere- Quelle che sanguinano o muoiono quando si tiene conto solo delle astrazioni.
    ciao e grazie

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  3. 29 settembre 2011 12:45 am

    Ben volentieri mi farebbe piacere di collaborare con te in un progetto editoriale che prenda per spunto il termine “Libertà”. E’ argomento vasto e spesso di difficile comprensione, ma potrebbe esserci utile per capire se ciò che chiamiamo libertà non sia altro che passare da una gabbia all’altra.
    Per quanto riguarda il secondo argomento il mio punto di vista potrebbe essere radicalmente diverso da quello di molti: lo stato di israele, così come lo conosciamo andrebbe smantellato in toto, ridando la terra ai palestinesi e gettando a mare tutti gli oppositori estremisti del Likud, dei Lubavitcher e i kazhari, i veri artefici del razzismo genocida in atto. Ma tutto questo a cose fatte non è ormai attuabile e l’unica soluzione, a mio avviso, è che palestina e israele diventi uno stato unico con pari diritti e doveri. Certo un sogno, ma a volte si materializzano e credo che manchi poco…

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  4. 29 settembre 2011 1:26 am

    L’unica soluzione che dici tu è quella a cui penso anche io. Non vorrei fare quella che si cita, ma se leggi il post https://mcc43.wordpress.com/2011/09/22/israeliani-e-palestinesi-separati-insieme/
    ne trovi le mie ragioni, ma soprattutto i “padri” di questa soluzione, che ovviamente è avversata da chi preferisce il commercio delle armi, l’intnsatbilità dell’aera ecc.
    Le difficoltà di vivere il concetto di libertà , secondo me sono due: l’essere umano ne ha paura e preferisce lottare per averla che averla davvero; la libertà non è assoluta, richiede i limiti nella libertà degli altri, ma a quel punto scatta la svalutazione delel ragioni degli altri. 🙂

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  1. Torna la “collera” nel tormentato anniversario della ribellione in Libia | Cori in tempesta

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