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Carnage, il quartetto universale di Roman Polanski

2 ottobre 2011

Carnage” è la fine di tutto, è un universo che esplode in un appartamento
di New York
, capitale del pensiero occidentale.

Ma sì certo, l’evidenza è che  il film mette in scena la fragilità della vernice civile pennellata sui nostri istinti belluini. I ragazzi lo mostrano con semplicità, facendo a botte, gli adulti ci mettono più tempo. Cominciano con l’ipocrisia del “parliamone”, finiscono per battersi a parole, e non solo, nel modo più velenoso.

Per arrivare a tanto il quartetto inscena varie alleanze che si rompono e diversamente compongono: marito con moglie, poi di colpo scambio d’intesa fra una moglie e il marito dell’altra, poi l’alleanza femminile che irride ai due uomini, poi le donne che duellano e poi i maschi che si affrontano a muso duro come galli da combattimento…

Ma il senso va ben oltre le relazioni individuali o di coppia. Ho riconosciuto come agenti della storia quattro Tipi fondamentali di ogni gruppo, assemblea, partito, movimento, discussioni e . commenti in rete.

Jodie Foster in parte dell’intellettuale, quella che “scrive”, sa di arte, si batte per le cause sociali e il Terzo Mondo, e punta all’educazione perfetta da madre-amica del figlio …. ma ha paura della solitudine, non sa nulla di reale dell’Africa delle cui ferite scrive con tanta convinzione, non sa neppure che le botte ricevute dal figlio hanno origine nella gang che il ragazzo si era creato.

Quello che è glielo sbatte in faccia un grandissimo Christoph Waltz, dio della carneficina, che impersona il pragmatico, il disilluso, il freddo, quello che dice pane al pane, l’avvocato del Pentagono, il cinico sempre al cellulare per suggerire bugie per la stampa e salvare una multinazionale che vende farmaci letali. Ricorda il tipo del politico consumato, il faccendiere internazionale, l’alto dirigente di organizzazioni mondiali, che non si fermano davanti a niente ma…. la boria frana non appena la moglie infuriata scaraventa il suo cellulare nel vaso di fiori pieno d’acqua. Accasciato sul pavimento, piagnucola contorcendosi “c’era tutta la mia vita lì dentro”…

Kate Winslet, sua moglie, è in parte di donna in carriera, mai in difetto nemmeno nella sua veste di madre e di moglie, comprensiva delle ragioni degli altri, dedita a smussare conflitti, ammorbidire le durezze del marito… ma non regge l’alcool e nemmeno la fetta di torta che non ha saputo rifiutare. Non regge più niente, è troppo piena di ciò che ha mandato giù, che non ha mai detto e fatto, così… vomita. Letteralmente ma anche a parole e a gesti, liberando un insospettabile fondo di volgarità primitiva e crudele sotto la morbidezza esteriore. Un’insensibilità compatibile a quella del consorte, dio della carneficina: “Sono felice che mio figlio abbia sfigurato vostro figlio, io mi ci pulisco il culo con i vostri diritti umani”.

 John C. Reilly è in parte “ working class”. E l’uomo semplice, bonaccione, tutto lavoro, casa, famiglia, mammà che però si libera del criceto della sua bambina abbandonandolo in mezzo alla strada, invidia l’uomo di successo e non regge alle accuse di mediocrità in cui, a un certo punto, esplode la moglie: “Sono nauseato di tutto questo buonismo … io sono un bastardo figlio di puttana con un brutto carattere ok?”

 E’ il dramma collettivo della working class, sottovalutata –  snobbata e usata dagli intellettuali – della middle class dalla coscienza sporca, che non regge alle accuse degli intellettuali; e degli intellettuali che aspirano a essere legittimati dai poteri  forti, nel momento stesso in cui li accusano.

Alla confessione “sono un figlio di puttana” del bonaccione, il dio della carneficina risponde
serafico e suadente “Ma lo siamo tutti”.

Ci siamo tutti in quel quartetto, l’unica difficoltà è riconoscersi e farla finita con le ipocrite alleanze temporanee che tirano fuori il peggio di ciascuno.
Polanski non lascia intravedere soluzioni per gli adulti “civilizzati”, le lascia intravedere per i ragazzi, che sono tornati a giocare insieme, e per il criceto che è riuscito a scansare tutti i pericoli della strada.
Si salvano quelli che accettano quello che sono e non indossano  maschere.

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2 commenti leave one →
  1. Rosanna permalink
    2 ottobre 2011 7:33 pm

    tutti siamo capaci di tutto. La prima volta che ho sentito questa espressione sono rimasta”scandalizzata”,l’immagine che avevo di me non mi consentiva di accettare questa affermazione .
    diventiamo assassini per difenderci o per difendere le persone che amiamo.
    diventiamo ladri per procurarci l’indispensabile per vivere…..ecc….ecc…
    l’importante è ammetterlo a noi stessi e accettare che “potenzialmente” siamo il meglio e il peggio di tutto quello che giudichiamo….
    forse ,a livelli più alti di noi,con uomini che ricoprono ruoli che potrebbero fare la differenza di nazioni e popolazioni,forse sarebbe doveroso avere “elaborato” questi aspetti…..(grazie per la segnalazione di questo films 🙂

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  2. 2 ottobre 2011 11:49 pm

    (ho in serbo un altro paio di segnalazioni. Grande arte, può essere, il cinema)
    Quel ti po di stimoli a diventare “capaci di tutto”a cui ti riferisci è in qualche misura “sano”, voglio dire che sgorga direttamente da un istinto naturale che è quello della sopravvivenza. E’ il capaci di tutto a cui alludi in seguito che considero innaturale. Il personaggio “dio della carneficina” rappresenta tutti quelli che si arrampicano senza essere spinti dalla necessità, ma da motivi come la vanità, l’odio per una certa parte politica, la sete di denaro. Questi personaggi dilagano e fanno della politica la cosa sporca invece che una delle più belle espressioni della società civilizzata, non trovi? Hai voglia a cambiare leggi elettorali.. in qualunque sistema teoricamente perfetto arrivando questi arrampiconi si crea la casta che è lontana da quelli che l’hanno eletta. Eppure nel ns paese, di nuovo stiamo battagliando per una diversa legge elettorale invece di chiedere gente con senso delle Istituzioni e abnegazione… almeno per qualche anno, e poi a casa, 😉

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