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1 + 1027 = Gilad Shalit e gli altri

18 ottobre 2011

da Dopo Eilat in Medio Oriente

”  Lo stesso che  [Israele] ottiene rifiutando di lasciar passare 84 salme di palestinesi fino a che le trattative per la liberazione di Gilad Shalit non saranno concluse? Perchè Israele ha tirato tanto per le lunghe queste trattative?
E’ forse merito del movimento delle Tende – che riempie pacificamente strade e che invece di scemare cresce  e che vuole sicurezza, sì, ma anche una vita non militarizzata – che in questa presente fase delle trattative vede il governo israeliano un pò ammorbidito? Bene. Ma se è tanto difficile trattare sul caso singolo del soldato Gilad, che speranza c’è per i famosi “colloqui di pace” di cui tanto parla anche Obama, legando la fondazione di uno stato di Palestina alla loro conclusione? “

da Israeliani e Palestinesi: separati insieme

Nel caso del  riconoscimento come osservatore, la Palestina avrebbe comunque la possibilità di appellarsi alla International Criminal Court e denunciare Israele per crimini contro l’umanità. Con un  pronunciamento favorevole, gli insediamenti in Cisgliordania diverrebbero un crimine e ,  secondo la Convenzione di Ginevra, i  palestinesi nelle carceri israeliane verrebbero considerati prigionieri di guerra e  immediatamente rilasciati (Suppongo che lo stesso dovrebbe accadere per il soldato Shalit, l’unico israeliano detenuto a Gaza).

da Scie mediatiche sul cielo di Teheran

Un soldato israeliano è stato  lasciato cinque anni in una prigione del nemico — come argomento per demonizzare e attaccare Gaza. Quello che pensa Shalit è che non è mai stato fatto nulla di incisivo e in un comunicato dichiara di volere giustizia.

Ora improvvisamente –  mentre è in cottura il riconoscimento dello stato di Palestina all’Onu richiesto dalla AP di  Abu Mazen –  Israele  tratta positivamente con Hamas e appunta  sul bavero di Ismail  Haniye una medaglia con 1027 palestinesi  liberati come contropartita del rilascio di Shalit.

§§§

Capita talvolta che UN individuo venga a trovarsi ad essere un simbolo o anche solo un  pretesto per giungere ad obiettivi che nulla hanno a che fare con la sua persona.

Gilad Shalit è un ragazzo che ha fatto ciò che la sua condizione di soldato imponeva: andare dove il superiore gli aveva ordinato. Centinaia di volte questo accade senza straordinarie conseguenze, invece quel 25 giugno 2006, sul  confine tra Israele e la Striscia di Gaza, lo aspettava un destino fuori del comune sotto forma di un blitz di un commando palestinese.

Da quel momento il soldatino ha fatto dei suoi genitori dei militanti indomabili, dell’opinione pubblica israeliana un insieme di speranze attese preghiere, mentre Hamas e il Governo giocavano una partita del loro prestigio.

§§§

Ora Gilad è tornato a casa, in un paese che è molto cambiato in questi anni dal punto di vista sociale, molto poco dal punto di vista politico.

In senso inverso, al valico di Rafah, procedeva una fila di 477 palestinesi liberati – un acconto sulla “somma umana” complessivamente pattuita – nella quale spiccavano 27 donne.

Bene: un motivo in meno nella tragica contesa fra i due popoli, ma di sicuro non una partita chiusa.

Gilad Shalit esigerà spiegazioni dal suo governo e dovrà  integrare la consapevolezza che,  in quanto “simbolo”,  vale 1027 volte di più di anonimi detenuti  palestinesi. Ciò è denso di conseguenze, obblighi, polemiche, strascichi con le famiglie ferite dai lutti causati da detenuti che sono stati rilasciati. “Israeli soldiers should kill terrorists ‘in their beds’ following Shalit deal, former IDF rabbi says”  riporta un titolo di Haaretz . Ed è, infatti, la prima cosa che si suppone  poter accadere a una trentina di rilasciati che non metteranno piede in territorio di Gaza o della West Bank.

Anche dall’altra parte del “muro” vorrano  spiegazioni  i prigionieri rilasciati – oggetti di scambio non consultati – sia quelli che tornano realmente a casa, sia quelli che a casa non torneranno.  Per una trentina di loro l’accordo prevede l’esilio in altri paesi del M.O.

Sono gli autori di attentati terroristici, un’affermazione politica prima che giuridica.
Colpevoli
è ciò che afferma la sentenza del tribunale,  che è israeliano e tutti  assumiamo la sentenza come  emessa da una corte internazionale indipendente.
Terrorismo è definizione anch’essa interna allo stato, ma  in altre condizioni le imputazioni a carico dei palestinesi sarebbero  considerate atto di guerra  contro un paese occupante illegalmente (in violazione di risoluzioni Onu) i territori di un altro “stato”.

E’ forse questa precisa consapevolezza, oltre ai calcoli geopolitici del presente riposizionamento dell’Occidente nell’area, ad aver alla fine  indotto il governo israeliano ad alleggerirsi di 1027 detenuti prima di essere costretto a   rilasciarli senza merito e con disdoro fra qualche mese , qualora a seguito di un ricorso dello stato di Palestina venissero dichiarati prigionieri di guerra secondo la Convenzione di Ginevra.

Oggi dalle due parti del “muro” tutti festeggiano. Bene. Dubito che oggi partano da Gaza quei razzi scalcagnati che per fortuna non fanno vittime,
e non si alzeranno in volo aerei per bombardamenti di ritorsione.
Un giorno, uno almeno, dalle due parti  Salam/Shalom

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