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“Noi qui una volta eravamo tutti fratelli”  disse il signor Serdar come se rivelasse un segreto. Ma negli ultimi anni tutti hanno cominciato a dire: io sono azero, io sono curdo, io sono turkmeno. I turkmeni sono fratelli degli azeri. I curdi, noi li chiamiamo tribù, una volta non sapevano nemmeno di essere curdi. Le popolazioni locali, che sono qui dai tempi degli ottomani, non andavano in giro dicendo “io sono indigeno del posto”! C’erano tutti, turkmeni, gente di Posof, tedeschi esiliati dalla Russia, e nessuno si vantava di cosa fosse. Tutto questo orgoglio, lo ha diffuso la radio comunista di Tbilisi che vuole dividere e abbattere la Turchia. Adesso tutti sono più poveri e più orgogliosi.”

Chi parla è un personaggio del romanzo NEVE,  di Orhan Pamuck, ed è  proprietario del giornale locale “Gazzetta della città di confine“.
Di confine,  fra Turchia Georgia Armenia e Adzerbaidjan,  KARS, la città dove si svolgono gli eventi ,lo è davvero. Come tutte le terre che collegano/separano  paesi espansionisti, ha conosciuto alti e bassi nell’avvicendarsi dei dominatori:  Russia zarista,  armeni, inglesi, turchi.

Nel tempo  del romanzo- siamo alla fine del secolo scorso  –  Kars è regredita: è povera materialmente e culturalmente. E’ stretta in un disagio nascosto e letale che si esprime in una catena di suicidi,  come un’epidemia di gesti disperati, che hanno per protagonista delle  ragazze “alle quali viene negato accesso all’università perché portano il velo”.
Sono molti i brani memorabili dei romanzi di Pamuck perché in ogni sua storia il protagonista vero è  la Turchia stretta fra l’Islam e il pensiero occidentale. L’Occidente ci vorrebbe come l’Iran, dice uno dei  personaggi. Vero. All’Occidente una Turchia con una funzione di primo piano, e non di semplice alleato,  che partendo dal Medio Oriente assuma un respiro generale dà fastidio o incute paura. Per questo servono le minoranze, le loro rivendicazioni etniche o di eventi storici,  le prese di posizione locale e, in primo luogo,  funzionano con effetti profondi  le appartenenze religiose. Quando la riscoperta orgogliosa delle identità  avviene in un paese carico di storia, cultura, dignità,  i risultati possono aprire la via di una rapida regressione.
Impeccabile questa frase in una recensione del romanzo

Nella pericolosa opposizione, istituita in modo disperato e artificioso, fra il proprio culto dello spirito e il condannato materialismo ateo altrui, gli islamisti si chiudono orgogliosi nel complesso d’inferiorità volta a superiorità, nella combattiva spiritualità comunitaria; si etnicizza esclusivo il concetto dell’essere supremo e unico, chiamato con voce araba (non necessariamente “islamica”, si badi) Allah. Voce mantenuta inalterata in italiano, laddove non troverei stonato far corrispondere al “loro” Allah almeno il “nostro” nome di Dio.”

Le storie possono avere contenuti  diversi, ma la struttura è come un “codice nascosto”, un pattern: un modello che si ripete incessantemente con altri contenuti. Ancor prima che i contenuti ne realizzino il codice nascosto, la storia si realizza con la sua enunciazione.
Osserva il protagonista, dopo aver letto la bozza dell’articolo che apparirà sulla Gazzetta,

” Non ci disprezzi perché abbiamo scritto la notizia prima del tempo: molte persone che hanno pensato che questo non fosse giornalismo ma presagio, vedendo poi che i fatti accadevano proprio come avevamo scritto noi , non sono riusciti a nascondere le loro perplessità. Molti fatti si sono realizzati perché noi li avevamo scritti in anticipo. E’ questo il giornalismo moderno. E lei, per non ostacolare il nostro diritto ad essere moderni, per non offenderci, sono sicuro che prima scriverà una poesia intitolata Neve e poi la leggerà.”

Lo scopo del dire è fare accadere, ma sempre c’è pericolo – nelle opposizioni istituite in modo disperato e artificioso  – che qualcosa sfugga di mano.

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