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I “nuovi” Arabi e l’Occidente, fratelli di Kitsch

4 novembre 2011
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mcc43

” Perché nessuno di noi è un superuomo capace di sfuggire interamente al Kitsch. Per quanto forte sia il nostro disprezzo, il Kitsch fa parte della condizione umana”    Milan Kundera

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(ANSA) – ANKARA, 3 NOV – Il nuovo premier libico ad interim, Abdul Rahim Al Qeeb, ha detto che il suo esecutivo sarà composto da “tecnocrati” e che la compagine sarà annunciata in tre-quattro settimane. “Penso che avremo un gabinetto del quale il nostro popolo sarà fiero. E’ un gruppo di tecnocrati”, ha detto Al Qeeb all’agenzia turca Anadolu in quella che viene presentata come la sua prima intervista esclusiva a un media straniero dopo la sua elezione di tre giorni fa al posto di Maahmud Jibril.

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E’ singolare che il nuovo capo di un governo, che ancora non c’è,  abbia dato la prima intervista non ad AlJazeera o alla CNN,  madrine degli eventi, ma a un giornale turco. Non so se qualche politologo farà  ipotesi dotte, io ne avanzo una umanistica.

Di Al Qeeb  i media sanno solo quello che rivelano i documenti del web. Docente di ingegneria e  uomo di affari, 30 anni  in America, insegnando fino al  2005, poi  The Petroleum Institute e gli Emirati Arabi.  Un ex-collega universitario  racconta del suo timore di  tornare in Libia ( incontrava la famiglia in Marocco) di cui, però,  non ha mai spiegato il motivo.

Aveva lasciato la Libia nel 1976. Quell’anno, il 7 Aprile, glii studenti dell’Università di  Tripoli  e  Benghazi, divisi in campi: pro e contro il Governo di Gheddafi  cominciarono a scontrarsi, prima a parole e poi a sassate. Gli  antigovernativi prevalsero,  il governo mandò i militari in soccorso degli altri, arrestò  centinaia di  studenti, sottoposti a processo ebbero  condanne  tra le 5 e le 10 settimane di detenzione.
In quei giorni, secondo alcuni nel web,  Al Qeeb insegnava a Tripoli, ma mi sembra una carriera assai fulminante per un laureato del ’73. Ad ogni modo,  non sono note accuse a suo carico; però  lui se ne va e non ritorna  che durante la pseudo rivoluzione.

 
Nulla si dice delle origini famigliari nè  della città e della data di nascita, ma i pochi  tratti biografici lo assimilano ai  discendenti dei funzionari ottomani,  turchi quindi,  di fede monarchica che presero il volo durante la dominazione coloniale italiana per tornare all’avvento del regno di Idris,  fruire della modernizzazione introdotta da Gheddafi , non  sfidarne apertamente  la repressione del dissenso,  praticare una metamorfosi:  libici di passaporto, occidentali di mente.

La sua dichiarazione  in risposta alla domanda  se fosse  preoccupato della  completa mancanza di esperienza è quanto di più americano si possa immaginare:

“C’è bisogno  di una persona pratica, che capisce l’ambiente che la circonda, Qualcuno che sia inclusivo, qualcuno senza rancori, qualcuno che possa  “ get the job done”.

 Sui rancori non so, ma mancare dalla Libia da trent’anni e non essere nemmeno un manager, bensì un accademico,  sono dati di cui dovrebbe diffidare anziché vantarsi mentre assume un compito da far tremare i polsi.

sui possibili retroscena dell’elezione, quali il compromesso con i rappresentanti di Misurata, vedere: Pandora in Libia: il vaso scoperchiato

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La resa dell’intelletto all’ Occidente è valutata come un “progresso”. E’  parte della retorica sulle “rivoluzioni arabe” , quella che le descrive innescate  “spontaneamente da giovani, colti, apolitici, internettizzati”.

Nulla, invece, è più obsoleto. Assumere la visione tecnocratica – che Al Qaeeb ritiene debba essere fonte di orgoglio  – in un mondo dove i più avveduti pensatori oggi  intravedono la fine della crescita e la necessaria svolta verso nuove prospettive,dove è urgente porsi la questione di sostituire il petrolio e salvaguardare le acque – è  una sconsiderata sillabazione del  banale,  la completa carenza  di elaborazione  sulla base della propria cultura d’origine.

Giuseppe De Rita, in Nobiltà e miserie dell’Occidente


Diciamoci la verità: i tre citati grandi fattori (soldi, tecnologie e armi) esaltano la dimensione muscolare delle vicende internazionali, ma non producono intimo significato per le vite individuali e collettive e non producono senso della Storia. Essi sono infatti tutti autoreferenziali e banalmente autopropulsivi, visto che (come ci insegnò anni fa Emanuele Severino) la tecnologia mira a sviluppare più tecnologie; gli apparati militari tendono ad alimentare la loro centralità; e la
finanza prolifera in sempre più finanza.
Manca ad essi la capacità di relazionarsi con il mondo esterno e farlo crescere. Per cui poche centinaia di eletti pensano di fare storia con il dispiegamento della loro potenza, mentre miliardi di persone stanno solo a guardare.

 

Uno studioso accademico spagnolo (1800),  tracciando la storia degli otto secoli  di dominio arabo sulla penisola attraverso la letteratura araba antica, osservava:

 In generale gli Arabi amano fuormisura il meraviglioso, di guisa che non si contentano di rapportare gli avvenimenti quali li trovano negli storici anteriori, ma li circondano di nuovi accessorj favolosi e circostanze straordinarie. Avvene anche tra loro, che hanno la manìa di tutto alterare, cangiar tutto: principalmente piaccia di compendiare gli antichi loro autori  riducendoli ad aride nomenclature, passando sovente in silenzio le azioni più importanti, mentre d’ altro canto spingono la prolissità sino a render conto di quanti giorni ed ore un regno durò.

 

I tracciati del Grande Fiume, un ultimo tratto era in via di completamento

Rispecchia perfettamente le mille volte in cui abbiamo sentito  “42 anni ha governato Gheddafi” contrapposti al silenzio sulla  condizione in cui si trovava la Libia nel 1969 paragonata al giorno d’oggi. Un atteggiamento  che accomuna i media moderni con  gli intervistati e con i nuovi politici libici.

Tra la realtà e la sua rappresentazione, si evidenzia  uno scarto- tanto  che si può dire  “non abbiamo infrastrutture,  non abbiamo scuole e ospedali” pur disponendo della massima (costosissima) opera idrica al  mondo – che è stata  intenzionalmente, pertanto criminalmente, bombardata in luglio ,  oltre a un servizio sanitario che superava quelli di tutto  il resto dell’Africa e con un analfabetismo –  che da 80% –  sceso, secondo le fonti,  al 20% o al 2%.

“Noi abbiamo il petrolio, per questo la Nato ci aiuta e noi ve lo daremo” è stato ascoltato infinite volte, senza che venga rilevata la valenza  ricattatoria e favolistica, perché meno che mai ora i libici potranno decidere se dare o non dare ciò che già hanno svenduto.

In queste élite culturali, perfezionatesi all’estero, conquistando a volte  incarichi prestigiosi,  non s’intravede conoscenza e interesse per la condizione delle categorie sociali a livello più basso del reddito. Miopia, perchè queste creeranno al nuovo governo  difficoltà diverse ma disgreganti quanto quelle dei gruppi armati. Lo scarto dalla realtà in cui sono state trascinate le masse dei paesi arabi  le induce  a credere che con un cellulare, una parabola, un adesivo della Juventus, la Tshirt con la scritta di un’Università americana e il berretto da base-ball, i pavimenti in ceramica italiana,  il pidgin english, il profilo in Facebook … siano preparazione sufficiente per instaurare  la “democrazia”.

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L’incrocio mondo arabo e mondo occidentale, specialmente ora in Libia, sta nel profitto –  per gli uni sicuro per gli altri vagheggiato – ma c’è un altro punto d’incontro preesistente molto forte: il Kitsch. Non ci si stupisca: il Kitsch è una categoria mentale potente e diffusa, non solamente estetica, costituita dalla cancellazione del paradosso e della contraddizione.

Si nutre d’immagini fondamentali, e  nella vicenda libica ne sono confluite molte: il  cattivo tiranno, il popolo oppresso, i liberatori.
Lungi dalla razionalità,  qui agisce la forma inconscia della funzione psichica del Sentimento. Ci si trova uniti davanti ai teleschermi nell’orrore o nel sollievo a tutto tondo, senza alcuna contraddizione.  Per questo è stato possibile riprendere e diffondere mondialmente le immagini di un uomo di settant’anni inseguito da un’orda di aguzzini invasati, dove pochi han visto una  barbarie belluina, bensì la prevalenza del “bene” sul “male”.

AlQeeb che declama:  “governo di tecnocrati”  è in consonanza con il Kitsch dei paesi della Coalizione: un mondo conquistato dalla tecnica si emoziona per questo frivolo dispiego di moderna “sapienza”.

Scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere

Il vero antagonista del kitsch totalitario, è l’uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro.

Come disarmare le bande? Come spiegare alla gente che non ci sono più fondi  per il welfare di cui godevano? Che  anche i privati dovranno pagare le bollette dei servizi. Che la cacciata  dei lavoratori neri lascerà scoperte le mansioni più semplici e faticose? Che l’afflusso di tecnici, consulenti, funzionari di società straniere farà lievitare i prezzi, a partire proprio dalle abitazioni?

Mille sono le domande  che non hanno posto nel mondo del Kitsch e ogni totalitarismo politico o culturale ha il suo lessico emozionante. Ci fu soviet e poi perestroica. Ci fu “mani pulite” e “seconda repubblica” . Ci fu New Age,  “non ci fanno cambiare il nostro stile di vita”,  “we can” e ora  “tea party”. Ma non ce n’è una più transnazionale e numinosa di “mercati

A furia di usare la parola, però, si è cancellato il suo significato metafisico originario: il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.

 Ora in Libia e nei media non è accettabile affiancare alla riuscita ribellione  il genocidio dei neri, l’inganno internazionale, i legami di AlQaeda e della diplomazia segreta americana, la sostituzione di un populista con i mandatari della lobby petrolifera.  Non se ne parla e a tutto tondo si promette tecno-democrazia.

La rivoluzione autentica è quella delle  domande e della critica.

Nel momento in cui il Kitsch è riconosciuto per la menzogna che è, viene a trovarsi nel contesto del non-Kitsch. Perde in tal modo il suo potere autorizzato ed è commovente come qualsiasi altra debolezza umana. Perché nessuno di noi è un superuomo capace di sfuggire interamente al Kitsch. Per quanto forte sia il nostro disprezzo, il Kitsch fa parte della condizione umana

 

 

 

 

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