Hilary e il Presidente

mcc43

Affrontare i problemi mettendo in campo il genere è cosa da fare raramente,  mi sembra antiquata ora che è sfumata la rigidità dei ruoli sociali. L’emergere di persone di sesso femminile nei ruoli di grande responsabilità  non ha portato al fiorire di modi nuovi di comprendere e affrontare i problemi.  Ho  il sospetto che, a grandi linee,  dall’opposizione al mondo maschile del femminismo storico ci sia stato  uno slittamento all’identificazione: negli atteggiamenti, nelle priorità, nella gestione delle responsabilità.
Salendo la scala delle gerarchie aziendali e politiche s’incontrano barriere che impongono di pensare e agire in modo conforme ai voleri dell’autorità superiore, che al suo massimo livello perde connotati umani e diventa astratta.
Metto in dubbio che ciò si colleghi alla residua cultura maschilista. Ritengo che gli schemi costrittivi appartengano alla natura stessa del potere – che occorre distinguere dalla “forza”.
I progressi conseguiti dalla condizione femminile non sono stati ottenuti, come si ritiene, misurandosi con il potere, ma con la forza che lo rappresentava: gli uomini nella famiglia, nella società, nel lavoro, ma si trattava di un finto avversario,  altrettanto in balia del potere, che nella sua essenza altro non è se non la volontà di decidere della vita degli altri.
Diventa difficile riconoscerlo quando agisce senza mostrare la forza, quando attrae, coinvolge, concede, anziché ordinare, minacciare, imporre.

Questa metamorfosi esteriore fa apparire ampia la libertà individuale, ma instilla interiormente barriere, freni, limiti sugli individui di entrambi i generi. Non fa differenza se il decidere della vita degli altri avviene attraverso l’agire di una persona di genere femminile o maschile,  la civiltà di un paese non si misura sul premier  in quanto uomo o donna,  (lo stesso ragionamento vale per l’etnia, come si è visto negli Stati Uniti).
Donne e uomini non staranno meglio nel quotidiano, le nazioni non progrediranno più in fretta, le relazioni internazionali non saranno più agevoli se non è modificato il modo di concepire il potere, se il “decidere della vita degli altri”, singolo o nazione, non si trasforma in “organizzare perché altri possano decidere della loro vita”.

§§§

Nel 2011 il potere di decidere per gli altri ha assunto una travolgente velocità nel raggiungere e nell’afferrare.  Non voglio qui entrare nel merito delle rivolte arabe e del dilagante movimento degli indignados, se il loro sorgere sia stato spontaneo o etero diretto, perché quello che colpisce prima di tutto è la subitaneità con la quale la decisione sulla vita degli altri si è realizzata travolgendo governi, creando condizioni di sopraffazione e violenza – anche contro gli indignados ve ne sono state e molto gravi – rinfocolato odi religiosi e razzismo, consentito i genocidi.

Di fronte a tutto questo nell’opinione pubblica la spina del potere si è conficcata allo stesso modo nelle donne come negli uomini come piacere di condannare.
Indicato il “reo”, aizzata la massa, ciascuno a modo suo ha partecipato alla caccia, ciascuno ha affondato lo stiletto del proprio giudizio e si è sentito parte del potere di decidere della vita altrui.

Nella stragrande maggioranza dei casi,  i “cacciatori” del target da colpire non conoscevano che il nome e la giustapposizione sotto dettatura di attributi atti a suscitare lo sdegno e giustificarne la caccia. Tragico ed esilarante, il caso della tv americana che in un servizio su Gheddafi e Tripoli ha proiettato la mappa del Libano, evidenziando l’omonima città a nord di Beirut, o della folla giubilante nella “piazza Verde” sventolante bandiere dell’India.

E le donne? In questa travolgente corsa a decidere della vita degli altri si sono rammentate delle loro battaglie contro la “forza” del maschilismo che le opprimeva un tempo?
Non c’è stato, no, un rifiuto del genere femminile per la guerra in Libia, non c’è stato un pensiero analitico capace di distinguere tra guerra e politica, innanzitutto, e applicare nel giudizio la competenza femminile sulla realtà della persona , contro lo strapotere dei concetti astratti e della manipolazione delle informazioni.
E’ mancato, e manca tuttora che una seconda, forse una terza,  invasione e conseguente guerra civile è paurosamente all’orizzonte, il ricorso alle emozioni e al sentimento “personali” come strumenti per conoscere ciò di cui si dibatte e per percepire l’umanità nelle silhouette che si agitano sugli schermi.

A parole nessuno ama la guerra, in pratica la maggioranza accetta il concetto e non serve a nulla aggiungere “quando è necessario” perché il potere che la decide la farà sempre apparire necessaria.

C’è l’illusione della libertà ora che la donna non obbedisce più ciecamente come un tempo al proprio padre o compagno, ma obbedisce ancora più di un tempo ad altre autorità, rinunciando a delle competenze che le erano proprie anche per tradizione, come nell’aver cura della propria salute per esempio. La “benevolenza” con cui la coinvolge il potere, anche accogliendola negli eserciti, la distoglie dall’esperienza della sua individualità, sostituendo all’immagine di sé quella di un modello suggerito dall’esterno.

Se la democrazia è il sistema che vogliamo, occorre dare un contenuto al potere che essa conferisce nelle decisioni che riguardano la collettività e il ruolo che il paese riveste in dimensione internazionale. Deve avvenire la presa di coscienza della responsabilità morale in quanto cittadini, in caso contrario il sistema è una delega in bianco che lo rende una dittatura di “eletti”.  Partecipare o meno alle missioni della Nato che comportano l’uccisione di altri esseri umani è una delle più grandi responsabilità, come può l’assenso o il rifiuto essere reale se viene  formato frettolosamente su qualche articolo dei quotidiani o servizi dei telegiornali? Questa è solo illusione di sapere.
Le teoriche del “pensiero femminile” hanno scritto testi interessanti a proposito delle guerre, della pace, della democrazia ma anche questo resta nei libri, e malauguratamente non vanno a ruba.
Lo specifico dell’elaborazione autenticamente femminile precede il momento teorico: è partire da sé, dall’esperienza di sé, col rifiuto a priori di tutto ciò che si configura come possibilità “unica”, come un dato intellettuale obbligante o una prassi ineludibile, mantenendo viva la percezione che quanto più sono complesse le situazioni, tanto più varie sono le alternative nascoste da indagare.
Ridurre ogni questione al pro o contro è a parer mio umiliante per la donna oggi,  credo anche sia stato un errore ai tempi del movimento femminista. Si potrebbe dire che  la più sottile e basilare fregatura che dà il potere è  consentire la contestazione, perdente, di un’unica opzione; ho la convinzione che sia migliore premessa il Plurale, affinché sia non violento.

Annunci