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Ieri sera la Rai ha funzionato da  servizio pubblico. Superando chissà quali difficoltà il canale di Giovanni Minoli, La  Storia siamo noi, ha trasmesso il bellissimo reportage di Amedeo Ricucci  su Muhammar Gheddafi. Fuori da ogni propaganda, si è parlato di lui per ciò che è stato, controverso ma personaggio  chiave del dopoguerra,  che ha fatto emergere la Libia come “nazione” per la prima volta nella storia. Mi ha colpito, nell’efficace brevità, il  giudizio espresso dal giornalista libico Youcef Shakir sul sistema politico gheddafiano
La Jahamairiya era un sistema all’avanguardia applicato a un paese all’antica”.

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  6 milioni di libici e un governo evanescente

 

Non mi è chiaro come possano coesistere  due autorità: Consiglio di Transizione e nuovo Governo, tanto più che i loro membri non sembrano rispettare ruoli precisi  nè passano dalle dichiarazioni ai fatti.

Sul  TripoliPost  compare una dichiarazione sull’uccisione, avvenuta in luglio, del generale Abdel Fatah Younis. Un fatto di questa portata presuppone un’indagine, seguita da atti della Magistratura dai quali emerga il nome dell’accusato da inviare a processo. Invece, un non identificato membro del CNT si sostituisce agli organi competenti e indica in Ali Abdelaziz Saad Al-Essawi, che all’epoca era ministro, il colpevole.
Considerando lo stato attuale del paese, questo assume la caratteristica di un altro dei numerosi regolamenti di conti.

Saif al Islam, che tanto hanno desiderato di processare in casa propria? Nessun magistrato è andato ad interrogarlo, nessun provvedimento per trasportarlo in ospedale, mentre la cancrena procede e il pericolo è che si estenda al braccio.


Oggi una sola notizia con il suo nome: l’indagine sulla London School of Ecomomics per aver accettato donazioni dal suo studente! 
Tutto ciò è inqualificabile: si attende che muoia perchè non possa parlare più.

Permane irrisolta la situazione dell’ordine pubblico, al quale dovrebbe provvedere il Ministro degli Interni in collaborazione con quello della Difesa. Secondo USAToday

La capitale è disseminata di checkpoint di brigate di combattenti con camion equipaggiati di cannoni anti-aerei (!?) e nessuno riesce a convincerli a disarmarsi o entrare nel costituendo esercito. “ Molti hanno paura che la rivoluzione gli venga scippata e fino a che il Governo accetta che lavorano per il loro interesse, non deporranno le armi”.

Bisognerebbe metterli fuori legge? E chi osa?

Non si sa quanti uomini presero le armi, le stime vanno da 125 a 150.000, Il Ministero dell’interno ha in programma 20.000 posti nelle nuove forze di sicurezza, altri 20.000 per il pattugliamento dei confini, il che lascia molti altri senza lavoro. Molte delle milizie sono gruppi di civili che presero le armi localmente – denominando le brigate secondo la città di provenienza –  e il numero eccede di molto quello dei disertori . Per molti sciogliersi significherebbe perdere lo status ottenuto sul campo e consegnare il controllo ai politici: un Governo non eletto di tecnocrati.

Ma il premier AlQeeb vantava precisamente il contrario: farò un governo di tecnocrati!
Allora si va a cercar fortuna come mercenari, antico mestiere cirenaico.

Fonti libiche parlano di 600 combattenti già in Siria. La fonte ha aggiunto che Il leader ad interim Mustafa Abdul Jalil ha espresso la volontà del paese di dare aiuto ai ribelli siriani.

Qualcuno, invece, ha reazioni umanamente più comprensibili.

Non ci sono programmi per reintegrare i combattenti nella vita normale. “Essi sono ora in uno stato di shock, una volta che emergono, saranno molto difficile da accontentare,” .
In tutta la capitale, ci sono giovani combattenti in preda al disorientamento quando cercano di adattarsi alla vita normale dopo mesi in prima linea.
“Ho visto cose che mai posso cancellare dalla mia vita,” ha detto Mouad Beitru, 20, uno studente di architettura che si unì a una brigata all’inizio della rivoluzione. “Un giorno sei felice, un giorno sei triste, un giorno sei matto e il giorno dopo sei folle. Guardiamo i film adesso, ma li  abbiamo visti dal vivo”.

Alcuni, combattenti o meno,  trovano la soluzione: fare qualsiasi cosa abbia il sapore della trasgressione dopo l’austerità della Jamahiriya. Dal NYTimes:

Rivenditori di hashish adescano apertamente con la loro mercanzia nel centro della città, altri vendono liquori fatti in casa…. Venditori di frutta e verdura nelle strade e ai cavalcavia creano ingorghi.  Dice un infermiere: almeno 15 vittime al giorno, braccia o costole rotte, ferite alla testa o  tre volte il numero normale,  e ogni giorno un paio di persone  con ferite da arma da fuoco..

“La gente pensa la libertà come fare quello che si vuole, ma la libertà deve significare che ognuno rispetta anche i bisogni delle altre persone. Libertà significa non attraversare la linea” dice Sara, studentessa di giurisprudenza.


Ma un altro:  “Libia è diversa al 100 %”, dice mostrando le bottiglie di Scotch, vodka, vino rosso tunisino e sottili barre di hashish. “Tutto ciò che è buono. Siamo liberi.”

Nel lungo articolo non c’è una sola voce discorde,  nè uno che rimpianga l’era di Gheddafi o si rammarichi dei disastri e dei genocidi, forse li ignorano, che  nutra timore per il futuro.

Significa che non sono liberi di parlare. Un ribelle con il fucile potrebbe scegliere i dissidenti per le proprie scorrerie notturne.
Significa che  anche in America la libertà di parlare  non è completa: non arriverebbe in casa l’ FBI, ma basta l’autocensura. L’importante è rassicurare i lettori: abbiamo fatto la cosa giusta. 

Anche le dischiarazioni di quelli che non hanno combattuto rivelano uno stato di shock, ma abbastanza presto la realtà si rivelerà in tutta la sua crudezza, quando noi – diceva ieri uno degli ospiti del programma di Ricucci – parleremo ancora convenzionalmente della Libia, ma saranno tante Libia.
E’ arduo sperare che  nel frattempo
questi pezzi di Libia riescano a fare amicizia fra loro.

 

 

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