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Far West in Libia

11 dicembre 2011

mcc43

O la borsa o la vita

Il Presidente Jalil ha invitato alla riconciliazione nazionale indicendo, sembra, un’apposita conferenza da tenersi prima dello scadere dell’ultimatum alle bande,  “invitate” a consegnare i loro arsenali.
Ha chiamato a  suo sostegno, da convinto islamista,  il teologo Al-Qaradawi, egiziano, docente alla Oxford University per il  Centre for Islamic Studies: “We want people reconciling, we don’t want people full of hatred. Let somebody lead you.”

La risposta è stata una serie di scontri a fuoco intorno all’aeroporto di Tripoli.
Coinvolto anche il comandante militare Khalifa Haftar (Hiftar), di cui alcuni annunciano perfino la morte senza che vi sia – come sempre nei casi di violenza contro i politici CNT – una conferma ufficiale.  Al momento i voli sono ufficialmente sospesi e l’aeroporto chiuso.
Gli scontri sono avvenuti fra la tribù incaricata della “sicurezza” aeroportuale, la solita strapotente Zentan, e altri combattenti di Bengasi, ma a ben vedere sono in crescendo da qualche giorno.

Molte volte ho già raccontato delle gang in pickup muniti di armi pesanti e contraerei, che sparano all’impazzata, è capitato anche in una moschea, assaltano negozi, taglieggiano persone, istituiscono posti di blocco. Terrorizzano anche la nuova polizia, come si vede da questo arrabbiatissimo agente, scesa in piazza a manifestare insieme ai magistrati (spesso minacciati o aggrediti) e ai cittadini comuni.

Non tutti la pensano così. Nel sito feb17, sotto un articolo sul disarmo “Of course the militias must hold on to their guns – they are the ones that can be trusted – the people who want to disarm them – they are the ones not to be trusted.”

Le milizie meritano fiducia, non la gente che le vuole disarmare ! Sarà lunga arrivare alla riconciliazione.

In un articolo del Guardian si legge del disappunto del governo per il sovrappiù di violenza causato dagli agenti privati, bodyguard e sorveglianti, ingaggiati dai businessman locali, fra i giovani disoccupati in una città letteralmente infestata di armi, per proteggere se stessi e i loro negozi.

Chi può si attrezza in questo modo, indifferente alle esigenze generali, altri non possono far altro che subire. Riporto qui un commento  all’articolo A Tripoli per affari? Solo con un bodyguard locale… e non sempre basta  che  racconta un caso emblematico

.[—] non ha MAI partecipato a manifestazioni pro-gheddafi, ma non ha mai nascosto, ne’ tantomeno ostentato, la sua condizione di commerciante libico agiato, gli e’ capitato quanto segue durante la fantastica rivoluzione libica con regia NATO:

– tutti e 5 i negozi, vandalizzati e devastati, alcuni bruciati
– tutti i capi di abbigliamento e le calzature, stipate nei 3 magazzini, sono stati rubati
– ha avuto la casa danneggiata dai ribelli, colpi di cannone antiaereo
– gli e’ stato confiscato il suv con cui girava tutta la libia per vendere abbigliamento italiano economico a prezzi accessibili per tutti
– la figlia, chiarissima di carnagione, 22enne, quasi stuprata e salvata da 200 persone che cercavano cibo nel centro di tripoli.
– alla sua semplice richiesta e domanda “perche’ tutto cio’??” ha ricevuto delle sprangate alle ginocchia. Non cammina piu’ bene.

Chi può cerca di scappare dal suo paese, di cui fino a qualche tempo fa era fierissimo. Non era la fifa a impedire di criticare Gheddafi parlando con gli stranieri, perché riguardo ai figli, alla loro arroganza e ostentazione di ricchezza, i libici non avevano troppi peli sulla lingua.
Volevano di più, in definitiva: maggiore libertà nel fare affari perché la ricchezza ha un posto elevato nella loro scala di valori. Se non avessero visto sfoggio e spreco del clan al potere, non si sarebbe sviluppato lentamente il germe che ha consentito la rivolta: l’invidia, dall’invidia all’odio, dall’odio al consegnarsi all’Occidente, ignari di essere il piatto di  un lauto pasto per i forestieri.

Prove tecniche di liberismo economico.

La nuova linea affaristica la stanno scoprendo proprio i petrolieri, come riporta il sito lobbista nel quale trovo, da fonte certo favorevole al CNT, conferma di molte notizie dei lealisti che, altrimenti, potrebbero essere scambiate per propaganda.

“I nuovi dirigenti del settore petrolifero della Libia hanno ritardato scadenze della gara ufficiale per negoziare condizioni migliori, dicono i trader, frustrando così alcuni dei loro partner petroliferi ansiosi di definire i contratti per il 2012. Gli acquirenti hanno molto interesse per il greggio libico che è facile da raffinare e produce ottimo carburante, ma mentre i recenti colloqui di Istanbul sono andati bene, essi si dicono frustrati dalle nuove esigenze messe in campo, a fronte delle prassi consolidate nell’era Gheddafi. L’agenzia Reuters ha dato notizia di una circolare email del NOC, (National Oil Corporation) che chiede agli acquirenti di “migliorare le vostre offerte in quanto vi è grande concorrenza” e poi ha annunciato il ritardo della chiusura della gara. Secondo la loro legislazione la rinegoziazione di una gara d’appalto è consentita, ma alcuni acquirenti protestano temendo negoziazioni sotto banco, dietro questa pratica di rinnegare accordi precedenti”

Se loro vogliono vendere a migliori condizioni il loro petrolio, noi possiamo aspettarci un aumento dei prezzi, mentre in Libia, sempre secondo questo sito lobbista, già si aspettano scarsità di benzina. Il timore sempre più diffuso, visibile nelle lunghe code ai distributori, deriva dagli attentati avvenuti in impianti petroliferi e dallo stop dei camionisti,  conduttori dei gas-tanker ,  che scioperano per lo stipendio arretrato non corrisposto.

Scongelamento fondi libici: sì, ma…..

Una delle sacrosante preoccupazioni del governo è sminare il territorio e fare informazione capillare sui pericoli. Da quando è iniziato il programma sono state fatte brillare, informa sempre lo stesso sito riprendendo affermazioni del CNT, quasi 78.000 mine, ma si è lontani dalla bonifica completa. E occorrono fondi.

Nei giorni scorsi si era diffusa in Libia la voce che la Nato avrebbe chiesto restituzione dei costi della missione, ma ciò è stato smentito  proprio da fonte Nato.

“The money came from Nato member state tax payers and each of the countries that participated in the mission funded its own contribution
Ovvero:  li abbiamo “liberati” a spese nostre, noi contribuenti.
In cambio “ The ministers hope to “deepen cooperation” with Arab countries and to build on the new partnership achieved during the operations in Libya.”  i politici si aspettano più business.

Se le autorità libiche hanno bisogno di denaro per far funzionare quello che c’è e creare nuove strutture, perché non corrispondergli i fondi libici all’estero – congelati e poi a più riprese verbalmente scongelati? Traggo la risposta  da Bloomberg Businessweek

La Gran Bretagna rilascerà i beni libici congelati nel Regno Unito una volta che le autorità del paese nordafricano dimostreranno che possono gestirli in modo efficace, ha detto il ministro del Ministero degli esteri per il Medio Oriente e Nord Africa, Alastair Burt, in un’intervista ieri mentre era in visita a Tripoli.

Strozzinaggio internazionale.
In pratica: vi 
daremo i fondi con il contagocce,
a misura dei provvedimenti che prenderete che saranno vantaggiosi per  noi.

Le necessità della gente, sicurezza e lavoro, dignità della nazione?
Non contano più nulla. E sono solo all’inizio.

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