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Lo so, non siamo nel Rinascimento, quando il sapere non conosceva barriere specialistiche e la politica non guardava in cagnesco le lettere, l’arte, la speculazione filosofica. Oggi il mecenatismo Bildenberg  vezzeggia quelli che meno sanno dell’insieme, gli specialisti del  frammento: i tecnocrati. Ma quanto vale nel corso del tempo il sapere di un tecnocrate?

Tecnocrati

Un esempio …. casuale: Mario Monti nel 2003 Repubblica, 29 novembre:

Per il capo dell’ antitrust Ue, «sarebbe molto pericoloso se si tornasse a un’ Europa non del ventesimo ma del diciannovesimo secolo, basata su zone d’ influenza, nella quale i Grandi controllano una parte del Continente e i piccoli hanno una scelta tra insistere sul rispetto delle regole o comportarsi secondo la convenienza del momento per ottenere contropartite». Con queste parole, Monti ha descritto esattamente quello che è accaduto nella riunione dell’ Ecofin, dove la Francia e la Germania hanno potuto bloccare l’ applicazione delle regole del patto di stabilità, con la collaborazione della presidenza di turno italiana e l’ acquiescenza di qualche alleato occasionale. 

Ora ha cambiato idea. Tra dieci anni professoreggerà in altro modo perchè un tecnocrate è come i campagnoli  della  storiella dell’elefante e del buio. Toccavano una gamba e sentenziavano ” pilastro”, la proboscide “serpente”  e così via  perchè un elefante intero non l’avevano mai visto.

Artisti

Sono gli artisti quelli che intravedono l’intero sotto gli eventi del momento e la loro visione nel tempo continua a fare luce. Nei dettagli della cronaca  cambiano nomi dei luoghi e attori, ma il significato persiste perché attinente alle forze della regia.
E poi… l’artista non annoia e le sue parole non si dimenticano. Invece la monotonia tecnocratica sì e ciò impedisce che si chieda conto  delle incongruenze e delle cantonate; nemmeno, in generale,  si sospetta il raggiro, la manipolazione, l’intrallazzo. 
Il tempo, invece giova alle idee dell’artista: è evoluzione, maturazione, approfondimento che non sconfessa l’origine.   

Un esempio non casuale:  da “il manifesto” del 18.10.2003

EDUARDO GALEANO

Aiuto, al lupo!
Ma a gridare è stato il lupo


Il potere è paura, crea demoni che gli forniscono giustificazione, impunità e fortuna. Bin Laden, Saddam o i prossimi sono le sue galline dalle uova d’oro. Attraverso loro, il potere si guarda allo specchio e ci spaventa raccontando ciò che ha visto

Il potere come paura. Senza i demoni che crea perderebbe le sue fonti di giustificazione, impunità e fortuna. I suoi diavoli – Bin Laden, Saddam Hussein o i prossimi che appariranno – lavorano, in realtà, come galline dalle uova d’oro: mettono paura. Che cosa conviene mandargli? Carnefici che li facciano fuori o medici che li curino? La paura distrae e svia l’attenzione. Se non fosse per i servizi resi, l’evidenza verrebbe messa in evidenza: in realtà il potere si guarda allo specchio e ci spaventa raccontando quello che ha visto. Al lupo!, Al lupo!, grida il lupo.

Il patriottismo è un privilegio di coloro che comandano. Quando lo esercitano gli esecutori, si riduce a mero terrorismo? Sono solo e unicamente terroristi, mettiamo il caso, gli atti di disperazione suicida dei palestinesi cacciati via dal loro paese e gli attacchi di resistenza nazionalista contro le forze straniere che occupano l’Iraq?

Il mondo alla rovescia nomina al contrario. Il potere, mascherato, nega il buon senso. Se così non fosse, potrebbe esserci qualche ombra di dubbio sul fatto che l’attuale governo di Israele pratichi il terrorismo, il terrorismo di stato e diffonda la follia? Quanto più questo governo divora nuove terre e infligge maggiori umiliazioni al popolo palestinese, tanto più genera risposte criminali. E quegli attentati, che uccidono innocenti, gli servono come pretesto per uccidere molti altri innocenti e per commettere tutte le atrocità che gli girano. Se nel mondo ci fosse ancora qualche briciola di buon senso, risulterebbe incredibile che Ariel Sharon possa fare quello che sta facendo con assoluta impunità, come se fosse la cosa più normale: invade e spara su territori altrui; costruisce un muro che fa impallidire quello di Berlino, di triste memoria, per blindare ciò che usurpa; annuncia pubblicamente che assassinerà Yasser Arafat, un capo di stato democraticamente eletto dal suo popolo; e bombarda la Siria, forte del fatto che gli Stati uniti impediranno, come sempre, qualsiasi condanna da parte del consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.

Capita che in questo mondo i paesi e le persone vengano quotati in borsa, e che il loro valore dipenda dalla geografia del potere.

Quanti innocenti sono stati fatti saltare in aria, con nonchalance, nell’ultima guerra in Iraq? I vincitori non hanno avuto tempo di contare le loro vittime, civili che esistevano e non ci sono più, perché sono stati occupati a cercare le armi di distruzione di massa che non esistevano, né esistono.

Non ci sono dunque cifre ufficiali. I calcoli ufficiosi più seri hanno contato, tuttavia, non meno di settemilasettecento morti civili, molti di loro vecchi, donne e bambini. Quanto valgono quelle vite? In proporzione, la quantità di iracheni fatti fuori equivale a novantaquattromila statunitensi. Che cosa sarebbe successo se il paese invasore fosse stato il paese invaso? Le vittime nordamericane di una simile carneficina continuerebbero ad essere il tema perpetuo dei mezzi di comunicazione di massa. Invece le vittime irachene non meritano altro che il silenzio.

È arcinoto che il furto è stato l’unico movente di questa strage, commessa con premeditazione e in malafede, ma i serial killer continuano a dire di aver fatto quello che hanno fatto per autodifesa e non sono né prigionieri né pentiti. Il crimine paga: dai vertici del potere, loro minacciano il mondo con nuove imprese, immaginando falsi pericoli, inventando nemici, seminando il panico.

Il presidente Bush adora citare l’Apocalisse, ma sarebbe più logico citare i notiziari che sono più attuali e dicono più o meno le stesse cose. Quel testo biblico raccapricciante, una profezia raccontata al passato, era piuttosto esagerato e sbagliava le cifre, ma bisogna riconoscere che le notizie del mondo d’oggi gli assomigliano abbastanza. Diceva l’Apocalisse: «Vicino al grande fiume Eufrate… venne sterminato un terzo degli uomini dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo». E diceva anche: «Un terzo della terra bruciò, un terzo degli alberi bruciò, tutta l’erba verde bruciò… Morì un terzo delle creature che vivono nel mare… Molta gente morì per le acque dei fiumi, che erano diventate amare…»

L’autore, san Giovanni o chi per esso, attribuiva queste catastrofi all’ira divina. Lui non aveva mai sentito parlare di bombe intelligenti, e neppure del biossido di carbonio, delle piogge acide, dei pesticidi chimici, delle scorie radioattive. E non poteva immaginare che la società dei consumi e la tecnologia della distruzione sarebbero state più temibili della collera di Dio.

Bombe contro la gente, bombe contro la natura. E le bombe di denaro? Che ne sarebbe di questo modello di mondo nemico del mondo senza le sue guerre finanziarie? In più di mezzo secolo di esistenza, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno sterminato una quantità di gente infinitamente maggiore di tutte le organizzazioni terroristiche che ci sono o ci sono state nel mondo. Loro hanno contribuito pesantemente a rendere il mondo così com’è. Adesso questo mondo, che ribolle d’indignazione, spaventa i suoi autori.

«La Banca mondiale, apostolo della privatizzazione, è in crisi di coscienza», commenta il quotidiano The Wall Street Journal. In un recente rapporto, la Banca scopre che la privatizzazione dei servizi pubblici, che i suoi funzionari hanno imposto e continuano ad imporre ai paesi deboli, non è esattamente una manna dal cielo, soprattutto per i poveri abbandonati al loro destino. Allarmata dalle conseguenze dei suoi atti, la Banca adesso dice che bisognerebbe consultare i poveri e che i poveri «dovrebbero vigilare gli investimenti privati», sebbene non spieghi come potrebbero realizzare questo lavoretto da niente. I poveri preoccupano anche il Fondo monetario, che li ha sempre strozzati: «È necessario diminuire le disuguaglianze sociali», conclude il direttore del Fondo, Horst Koehler, dopo aver meditato sulla faccenda. I poveri non sanno davvero come ringraziare.

Questi organismi, che esercitano la dittatura finanziaria nel sistema democratico, non hanno nulla di democratico: nel Fondo decidono tutto cinque paesi; nella Banca, sette. Gli altri non hanno alcuna voce in capitolo.

Nemmeno la dittatura commerciale è democratica. Nell’Organizzazione mondiale del commercio non si vota mai, sebbene il voto sia previsto negli statuti. L’organizzazione coloniale del pianeta sarebbe in pericolo se i paesi poveri, che corrispondono alla schiacciante maggioranza, potessero votare. Loro sono invitati al banchetto per essere divorati.

La dignità nazionale è un’attività non redditizia, destinata a scomparire, come la proprietà pubblica, nel mondo sottosviluppato. Ma quando le dignità si uniscono, è tutta un’altra storia. È quanto accaduto a Cancun di recente, alla riunione della Omc: i paesi disprezzati, i buggerati, si sono uniti in un fronte comune, per la prima volta dopo molti anni di solitudine e di paura. E la riunione, convocata, come al solito, affinché la maggioranza esercitasse il suo diritto all’obbedienza, è naufragata.

Sta succedendo ovunque: sembra che il potere non sia così potente come dice di essere.

Lo sapeva bene Alice, quella del Paese delle Meraviglie: – Tagliatele la testa! – gridò la regina, con tutta la forza dei suoi polmoni, ma nessuno si mosse. – Chi mai le darebbe retta? – disse Alice. – Sono solo un mazzo di carte!


copyright Ipstrad. Marcella Trambaioli


Chi è Eduardo Galeano

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