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Tawakkul Karman, “Nobeldonna” in Yemen

16 dicembre 2011
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Tawakkul Karman

Tawakkul Karman ha ricevuto un premio Nobel. Questo non garantisce molto, pensando che l’hanno avuto anche Kissinger e Obama, ma a lei questo premio ha dato una notorietà che può riflettersi positivamente sul suo paese.

Dello Yemen, al di fuori delle bellezze turistiche, sappiamo tutti assai poco, forse appena un po’ di più di quanto sappiamo della Basilicata che è in Italia, ma di cui non parla nessuno, quasi fosse un territorio disabitato.

Questa intervista di Juan Cole, Università Michigan, titolare del sito Informed Comment dà l’occasione di sapere dalla viva voce (parla in arabo con traduzione simultanea in inglese) qual è la sua battaglia contro il regime di Ali Abdullah Saleh.

L’intervista precede l’accettazione da parte di Saleh del Piano GCC, Consiglio di cooperazione del Golfo, in forza del quale ha trasferito il potere al suo vice in previsione di elezioni da tenersi a febbraio. C’è un nuovo governo di unità nazionale, nel quale stanno tutti, supporter e opposizione, ma resta intatta l’immunità di Saleh sui crimini perpetrati.

Una formale abdicazione quindi è avvenuta, come richiedeva Tawakkul Karman dalla sua tenda in “Piazza del Cambiamento” a Sanaa, una protesta ampiamente sostenuta dalle donne ma Karman (più facile chiamarla con il cognome) chiede anche “il congelamento dei beni e un processo alla ICC, per le 25000 vittime della sua repressione”.

Di lei parla un articolo dal sito Araba Fenice e forse non tutto è esatto dal momento che parla di un rifiuto del “velo”, o forse intende il rifiuto di un velo integrale, ma è importante sapere che è figlia di  Abdul-Salam Karman, ex ministro degli Affari legali ed in un certo modo la sua rivolta nasce da “dentro” il regime.

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L’intervistatore la presenta come esempio di punta del femminismo arabo e lei tiene a sottolineare che non vi è nella cultura yemenita un atteggiamento antifemminista, ma una segregazione politica che costringe le donne all’apartheid sociale, pur non escludendole dagli studi e dalle attività.

Risponde alla provocazione di Cole, sul fatto che gli Usa non hanno mai fatto pressioni contro Saleh in quanto hanno forti interessi nel Golfo e temono che una destabilizzazione dell’area porti acqua al mulino di AlQaeda, accusando proprio il governo di Saleh di assecondare l’alqaedismo.

  • Questo dialogo sembra avvenire inconsapevole di ciò che da molto tempo è indubitabile: che AlQaeda è funzionale, se non sempre operativa, agli interessi americani.

  • Inoltre mi colpisce non favorevolmente, pur nell’ammirazione che Karman merita, la raffigurazione del suo paese, del regime e della lotta, una descrizione che potrebbe essere sottoscritta da qualunque opinion maker occidentale schierato con Obama. Appiattisce le varie  e a volte antitetiche situazioni delle rivolte nella definizione  politico-mediatica di “rivoluzioni arabe” richiedenti libertà e diritti; e chiede l’aiuto della comunità internazionale per riuscirvi, in particolare sollecita Obama.

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Forse ciò che si intende con libertà e diritti andrebbe spiegato caso per caso, dopo che “rivoluzioni” avvenute hanno dato luogo a  massacri di cristiani in Egitto e  avidi ricatti sul petrolio e rivalità regionali in Libia, per esempio. O nell’insieme , approfondire quanti furti e vendette private sono avvenute nei vari paesi sotto l’etichetta pseudo – rivoluzionaria di lotta perla libertà.

Una cosa è certa e Karman è dubbio che la ignori: l’aiuto dell’Occidente non è  gratis, pertanto la parola libertà come motivo delle rivolte ha puramente il valore di un’etichetta. Chiedere agli Usa di esautorare coloro che hanno tollerato o sostenuto per proprio interesse ha in sé l’inevitabile conseguenza di riottenere la stessa situazione  con altre facce, l’Egitto insegna, slogan diversi e formali consultazioni.

Non sfugge Karman all’affabulazione: un popolo unito, con le tribù che dialogano, pacifico ecc. come sempre si autorappresentano i ribelli di ogni paese. Perle di popoli, un po’ come l’Occidente rappresenta se stesso.

Questo non toglie valore a questa bella intervista,  che ha il merito di esser in un inglese americano privo di slang e chiaramente pronunciato. Karman è appassionata e composta. Attira simpatia alla sua causa e non è, a differenza di altre icone, né un caimano di regime riciclato né un malato di divismo mediatico.  La seguiremo, spero, in molti nel proseguire della sua lotta.

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  1. 17 ottobre 2012 10:11 am

    Thanks for a marvelous posting! I genuinely enjoyed reading it, you will be a great author.
    I will be sure to bookmark your blog and will often come back in the future.
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