da | NENA NEWS | NEAR EAST NEWS AGENCY

 di EMMA MANCINI E MARTA FORTUNATO

 Centinaia i contadini palestinesi le cui terre sono rimaste intrappolate
dall’altra parte del Muro di Separazione.
La storia di Abu Hazzam nel piccolo villaggio di Falamya,
nel distretto di Qalqiliya.

Beit Sahour (Cisgiordania), 23 febbraio 2012, Nena News –
Alle 5 del mattino l’alba si fa ancora attendere, ma nel piccolo villaggio di Falamya c’è già movimento. In trattore, in bicicletta o a piedi, i contadini palestinesi arrivano alla spicciolata di fronte al checkpoint che li divide dalle loro terre al di là del Muro di Separazione.

La barriera costruita dalle autorità israeliane qui è una rete elettrificata che imprigiona le coltivazioni di mandarini, avocado, olive. Il gate è controllato da giovanissimi soldati israeliani che attendono al varco le famiglie di contadini: una piccola costruzione racchiude la stanza con il metal detector dove ogni mattina i lavoratori sono costretti a passare. Fuori, i trattori vengono ispezionati dai militari.

A Falamya, villaggio del distretto di Qalqilyia, il passaggio agricolo viene aperto ogni mattina alle 5 e viene chiuso alle 17 del pomeriggio. Un villaggio quasi fortunato. Il checkpoint di accesso ai campi nella vicina Jaius è accessibile solo tre volte al giorno: dalle 5.30 alle 6.30, dalle 12 alle 13 e dalle 15 alle 16. Ingressi e uscite sono permessi solo in questi orari. Se un contadino volesse andarsene prima, se si sentisse male, non potrebbe farlo: imprigionato nella sua terra senza alcuna libertà di movimento.

Verso le sei del mattino, quando la luce ancora fioca del sole inizia ad illuminare le terre al di là del Muro, Abu Hazzam arriva al checkpoint. Con un berretto nero in testa e i suoi quasi 60 anni sulle spalle, attraversa ogni mattina il posto di blocco che lo divide dalle sue terre. Vive a Jaius, ma in questi giorni il passaggio dal suo villaggio è impossibile: alcuni ragazzi palestinesi hanno dato fuoco al checkpoint e l’esercito israeliano lo ha chiuso fino a nuovo ordine.

“Sono ormai otto giorni che è inaccessibile – racconta – e così vengo a quello di Falamya”. L’ironia con cui racconta la sua storia, che è la storia di migliaia di contadini le cui terre sono state intrappolate al di là del Muro di Separazione, si scontra con l’arroganza e lo scarso acume dei soldati che lo attendono per il controllo.

“Certo che li trattiamo bene – spiega uno dei soldati al checkpoint, riferendosi ai contadini palestinesi che ogni giorno attraversano il gate – Siamo costretti a controllarli perché, se nel 99% dei casi non sono pericolosi, c’è sempre un 1% che potrebbe creare problemi. Una volta una donna mi ha accoltellato”.

“E in ogni caso, dovrebbero esserci grati – continua stupito dalle domande – Gli abbiamo concesso terra ebrea da lavorare, quella al di là del Muro è la terra di Israele e abbiamo deciso di fargliela lavorare. Un regalo”.

Probabilmente, il giovane soldato è davvero convinto che sia così. Non sa che quelle terre sono di proprietà palestinese e che ora sono ostaggio dell’occupazione. Un’occupazione che sta tagliando risorse e forza-lavoro all’agricoltura palestinese, tradizionalmente il settore economico più forte nei Territori.

La costruzione del Muro ha portato alla confisca di migliaia di dunum (1 dunum = 1 km²) di terra palestinese. In alcuni casi, come nei villaggi del distretto di Qalqilyia, i contadini hanno mantenuto la loro proprietà, ma per poter lavorare la propria terra devono sopportare ostacoli e restrizioni.

Oltre alla libertà di movimento, c’è il regime dei permessi: ogni palestinese che voglia attraversare i checkpoint agricoli per coltivare i propri appezzamenti deve ottenere una speciale autorizzazione da parte delle autorità israeliane. Un permesso che può durare un mese, tre mesi o sei e che può essere richiesto solo dopo il decimo anno di età. Per chi è stato arrestato dall’esercito o detenuto in una prigione israeliana, non c’è alcuna possibilità di ottenere l’autorizzazione necessaria.

Proprio per questo, a preoccupare sempre di più è l’elevatissimo numero di minori che ogni anno vengono arrestati dai militari di Tel Aviv: una media di 700 all’anno. La prossima generazione avrà dunque difficoltà ancora maggiori nel lavorare le terre dall’altra parte del Muro di Separazione, e la già indebolita agricoltura palestinese verrà ulteriormente danneggiata, favorendo la dipendenza alimentare dall’importazione israeliana. Nena News

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