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segue da REBUS LIBIA- 1) esili verità, robuste minacce, voglia di secessione

Ottenere una corretta informazione sugli eventi è fondamentale, ma non sufficiente. Occorre percepire il contesto dell’evento, entrare, si potrebbe dire, nell’universo simbolico del paese per comprenderne il vero significato e le successive implicazioni.
Alla parola d’ordine della ribellione, democrazia, abbiamo dato un significato positivo a modo nostro. Lo stesso quando la folla inveisce contro Governo e CNT perché non “eletti”.
Nel nostro immaginario elezione e democrazia sono sinonimi, non necessariamente lo stesso per i libici che, lo vediamo, non si ribellano in massa contro lo strapotere esercitato dalle bande. Un potere forte non è visto negativamente, per principio, quanto un potere che si mostra debole e non ottiene obbedienza.
Non fu ribellione contro gheddafi-tiranno ma contro la sua politica panafricana, la sua protezione degli immigrati di pelle nera, il suo riformismo religioso e la repressione degli islamisti, il tutto aggiunto all’arroganza e sfoggio di ricchezza dei suoi famigliari.
Realizzare elezioni, in senso occidentale, in quel paese non sarà facile, come si leggerà più avanti in questo post, e dovrebbe indurci a riflettere che il diritto di esercitare il voto non è definito in modo assoluto, una volta per tutte, nemmeno nel nostro paese. Lo vediamo dal languente, perché si è timorosi, dibattito sul voto agli immigrati, che pure qui vivono, lavorano, pagano le imposte e come noi sono soggetti e protetti dalle leggi italiane.

OCCHI CHE SANNO VEDERE

A Tripoli è andato Amedeo Ricucci, un giornalista che sa vedere, e ha incontrato una vecchia conoscenza: la primula rossa BelHadj, proprio mentre i blog verdi lo dicevano in Siria. In realtà è ben insediato come capo militare della Brigata Tripoli e, da aspirante ministro, è  già assediato da questuanti. Dichiara a Ricucci di essersi votato a mantenere la sicurezza dei cittadini della capitale, il che detto da un terrorista fa un certo effetto.L’articolo, che spazia su una quantità di problemi, è intitolato ironicamente King of Tripoli.

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Ritroviamo Bel Hadj nuovamente in un’altra corrispondenza da Tripoli e la possiamo considerare eccezionale.
E’ di Naoufel Brahimi El Mili , politologo, docente di scienze economiche del mondo arabo presso l’Istituto di Studi politici di Parigi, originario dell’Algeria. Ha, quindi, tutti gli strumenti per vedere in trasparenza gli eventi, ha cognizione della situazione  economica del paese, è immune dalla controinformazione occidentale ed incline all’ironia.

Il quotidiano algerino EL Watan ha pubblicato il suo articolo intitolato: Tripoli, le jour d’aprés  che riporto qui integralmente, nella  traduzione realizzata da me e con aggiunta di titoli ai paragrafi.

All’indomani del primo anniversario della rivoluzione libica arrivo all’aeroporto internazionale di Tripoli. Al controllo di polizia non esigono la carta di sbarco compilata, la postazione è senza computer e affidata a dei ragazzi con in mano un tampone che appongono velocemente il timbro del visto. Sotto questo aspetto la Libia è proprio cambiata.
Nel percorso verso l’hotel incontriamo sbarramenti improvvisati, controllati da giovani “rivoluzionari” armati, di età tra i 17 e i 20 anni. Nervosi. E’ per via delle minacce di Saadi Gheddafi che dal Niger promette il suo prossimo ritorno in Libia. Sembra che vengano prese molto sul serio. Almeno dalla stampa che è formata da giornalisti il cui sottofondo culturale sono stati il Libro Verde e le altre opere della Guida.

Jalil, il nuovo inquilino del palazzo
Una nuova testata, Al Jazeera Al Libia, dal nome della tv  satellitare più seguita nel paese, annuncia l’arrivo in Libia di 16000 giovani, ragazzi e ragazze, «malati di HIV» con lo scopo di diffondere il virus tra la popolazione.
Le infermiere bulgare che un tempo Mustafa Abdeljalil, allora procuratore, aveva condannato a morte sono state dimenticate, ma non la minaccia stantia di cospirazioni dall’estero.
Quello stesso Abdel Jalil, ora Presidente, ha scelto come sede e luogo di lavoro (intermittente) il palazzo nel quale Gheddafi alloggiava gli ospiti di passaggio a Tripoli, nei pressi di Bab Al Azizia. Un simbolo. Ma per la maggior parte del tempo rimane a Bengasi.

La tribù “blindata”: gli Zentan
La situazione libica è molto confusa. Tre città sono in lizza per il potere: Zentan, Misurata e Bengasi, pur restando Tripoli la capitale.

La prima, Zentan, ha avuto il Ministero della Difesa, soffiandolo al beniamino del Qatar Abdel Hakim Belhadj, ex-jihadista. Questa città è prima di tutto il luogo di detenzione di Saïf Al Islam che rappresenta un vero e proprio attivo (in senso finanziario) per gli Zentan. Egli è, infatti, uno dei pochi sopravvissuti del precedente regime che conosca luogo e importi dei fondi segreti depositati all’estero.
Sia una collaborazione volontaria o meno, egli permette di accedere al tesoro e considerarlo bottino di guerra, mettendo la città in posizione di potere indipendentemente dall’andamento delle elezioni.
Si prevede che Seïf Al Islam sarà giudicato a Tripoli e presumibilmente condannato alla pena capitale.  Ciò è necessario per bilanciare, almeno in parte, l’immagine sinistra dell’esecuzione extragiudiziale di suo padre.
Stimata in 100 000 abitanti, la popolazione di Zentan ha una lunga tradizione guerresca. Ben poco sottomessa ai capricci della guida, che li rispettava, temeva forse, ma sempre a remota distanza.
Nessuno che sia originario della città ricopriva una posizione chiave nel sistema Gheddafi. Il loro senso dell’onore (nif) non poteva sottomettersi all’inevitabile servitù richiesta dal colonnello. Dopo il fallimento della fusione con la Tunisia, nei momenti di frizione tra Bourguiba e Gheddafi, quest’ultimo ha minacciato di spedire i soldati Zentan a invadere la Tunisia.
Al di  là dell’aneddoto, l’intrattabilità di questa popolazione è all’origine della loro relativa marginalizzazione. Il popolo di Zentan prima della rivoluzione (e perché non dopo?) controllava il traffico di droga, grazie all’ottima conoscenza delle piste desertiche. I più onesti lavoravano come guide turistiche, per la stessa ragione. Non è un caso che siano stati loro a porre fine alla fuga di Saif Al Islam nel profondo sud della Libia.
Alleandosi con i berberi (5% della popolazione) di Jabal Nafusah, luogo dove venivano paracadutate sofisticate armi francesi, gli Zentan dispongono ora di oltre 1200 mezzi blindati, ben più del numero di seggi elettorali la cui apertura è prevista per il prossimo giugno.

Misurata, la città dei trafficanti
E’ gente di Misurata che ha catturato Gheddafi, lo ha linciato e ha esposto il suo corpo, conservato in un frigorifero del mercato della città. Azione isolata, perpetrata da vendicatori isterici? Certamente no.
La città di Misurata era la capitale industriale del paese, i suoi abitanti sono stati tra i primi beneficiari di una rendita di posizione e stavano dunque piuttosto bene, soprattutto perché nel porto arrivavano prodotti d’importazione, spesso sovvenzionati dallo stato e quindi rivendibili senza alcun controllo con un margine di profitto. Girato il vento, perché non riscattare la mala condotta accanendosi sul cadavere della Guida? Questa città ha oggi il più grande museo dei martiri del paese, e sull’edificio garriscono al vento la bandiera della nuova Libia e quella del Qatar.
Un importante Ministero è stato assegnato Faouzi Abdelali, capo della brigata che ha catturato Gheddafi dopo che questi era stato individuato da un commando NATO con l’intercettazione di una conversazione al telefono satellitare tra la guida e un contatto in Siria. (+++). Faouzi Abdelali diventato, così, Ministro degli Interni cerca di integrare nelle sue truppe una parte dei rivoluzionari, ed esattamente lo stesso fa il Ministro della Difesa. Alla caduta di Tripoli nella brigata erano 15.000. Il numero è salito a ben 300.000 appena quattro mesi più tardi.

Bengasi, che ha tirato la pietra e nascosto la mano
A Bengasi, città simbolo della rivoluzione, i responsabili stanno cercando di fare politica perché , protetti dai bombardamenti NATO, i suoi abitanti si erano ben poco coinvolti nella guerra contro le forze lealiste. Per questo, nell’assegnazione dei portafogli nel governo ad interim, un solo bengasino è stato nominato ministro: della Gioventù e dello Sport, ministero classificato nel protocollo al penultimo posto, prima del ministero della Cultura e della Società civile.
A Bengasi si scrivono le regole dell’applicazione della legge elettorale e c’è da risolvere un dilemma. Liste su base nazionale, il che provocherebbe divisioni religiose soprattutto tra Salafiti e aderenti alle confraternite? Liste di collegi elettorali, che condurrebbero inevitabilmente a divisioni tribali?
In nessuna di queste tre città che si contendono il potere, tuttavia, ci si pone minimamente il problema di un’eventuale riconciliazione nazionale.

Il paese della caccia alle streghe
Più di 25.000 libici sono detenuti nelle carceri senza processo. Il potere costruisce una legittimità basata sulla caccia alle streghe. Allora, l’asse portante del discorso politico diventa la caccia agli infiltrati (i mutassalikine): quei pro-gheddafi che starebbero preparando la controrivoluzione.
Ma costruirsi un nemico non è fare un progetto di società. Le contraddizioni sono numerose come gli errori.
Bani Walid rimase fedele fino alla fine alla Guida, perché gli abitanti avevano beneficiato in gran parte della sua generosità. Oggi, come dei guastafeste, rappresentano la popolazione con alta percentuale di risorse umane qualificate nel settore bancario, proprio mentre la Libia sta affrontando una crisi di liquidità senza precedenti.

Senza soldi
La Banca Centrale è a secco di banconote. Con il ritiro dei biglietti da 50 dinari sono usciti dalla circolazione più di 2 miliardi di dinari. La decisione di ritirare anche i pezzi da 20 è stata presto abbandonata perché restano in circolazione solo mezzo miliardo, degli 8 miliardi di euro emessi al tempo di Gheddafi.
Ogni settimana, la Banca centrale vende 400 milioni di dollari per mantenere un minimo di scambio. Paese ricco ma sprovvisto di sufficiente liquidità. Si è deciso di emettere una nuova banconota per sbarazzarsi di quelle con l’effigie di Gheddafi.  Ma ci saranno sicuramente delle tensioni quando si arriverà a fissare modalità e condizioni del cambio, perché le succursali della Banca Centrale sono 7. Impossibile far fronte alla marea di richieste di conversione, nemmeno se le 400 agenzie bancarie fossero associate all’operazione. Come si potrebbe mai fronteggiare la collera di una popolazione armata che vedrebbe minacciati i suoi risparmi?

Il CNT sul letto di Procuste
Politicamente, il CNT è pressato fra la gratitudine all’Occidente e al Qatar e la necessità di creare una coesione nazionale. Nel suo discorso nella ricorrenza dell’anniversario della rivoluzione Mustafa Abdel Jalil ha trattato Abdelhakim Belhadj, come un peone del Qatar.
Quest’ultimo, trincerato con 150 uomini armati in due alberghi nel centro della città (Al Kabir e Al Mehari), spera ancora di giocare un ruolo: quello de “il Salafita” perché il futuro della Libia sarà in bianco e nero. Ha perfino tentato di rinominare Piazza Algeria, che si trova all’incirca a metà strada tra i suoi due hotel, piazza Qatar. Ma un sit-in (muatassimine) di Tripolitani si oppone e chiede al CNT trasparenza nelle decisioni.
Intrattenendomi con uno dei leader di questo sit-in, scopro che molti residenti della capitale desiderano il riconoscimento dei loro martiri. Mi ricordano che venerdì 18 febbraio 2011 dei giovani usciti dalla Moschea cantando slogan contro Gheddafi, arrivati in questa piazza, sono stati abbattuti dai cecchini.
“Il tuo paese ha avuto milioni martiri, i nostri primi sono caduti in questo posto, e questo posto conserverà il nome di Algeria fino anche saremo capaci di stare in piedi. Il comportamento del governo algerino non va confuso con la storia del suo popolo,” mi dice uno di loro ed io rispondo a mo’ di conclusione “Il vostro popolo, come il mio, sarà guidato da funzionari che ben poche persone avranno veramente votato.”
Qualche centinaia di metri più in là, l’imponente edificio che ospitava l’apparato della temuta Sicurezza Interna, diretta da uno dei figli di Gheddafi. E ora tranquillamente trasformato in sede  del Gran Muftì della nuova Libia. Il Torquemada dell’ordine morale. Tutto un programma.

Tutto un programma!

(+++) Le versioni sulla morte di Gheddafi sono molte. In preparazione un post che le riassume.

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