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Bambini che si uccidono: cosa dobbiamo comprendere?

21 marzo 2012
cuore

mcc43

Non verrà evidenziato nelle cronache dei nostri giornali il suicidio di tre bambini algerini, nemmeno se non ci fossero a tenere banco l’articolo 18, l’attentato di Torino e l’eccidio di Tolosa.  Forse non se ne parlerebbe granché nemmeno se fossero italiani. Il disagio dei bambini è argomento per quando c’è penuria di altre notizie, ma non dovrebbe essere il più traumatizzante degli eventi?
E’ una tragedia che nasce nell’animo di esseri condizionati bio-psicologicamente a crescere, se così si può dire, tuttavia vogliono morire e mettono in pratica l’intenzione senza che l’ambiente percepisca segnali anticipatori.  Ambiente, certo, perché hanno cura di mascherarsi agli occhi di chi è più vicino. Ma si può soffrire a tal punto senza che insegnanti, compagni di scuola e di gioco, vicini di casa, parentela allargata abbiano sentore che qualcosa non va bene? Anzi, va malissimo per loro? Se fosse proprio questa loro invisibilità una ragione di disperazione?

Si chiamavano Sadek, Zidane e Muhammad.  Sono stati ritrovati impiccati, tra domenica 18 e lunedì, chi nella sua cameretta, chi in luoghi pubblici. Frequentavano la scuola elementare, quarta e quinta classe; uno era in prima media. Vivevano in comuni non molto distanti  in Cabilia, una regione a nord dell’Algeria popolata prevalentemente da Berberi. Gente che parla il proprio dialetto e ha una storia di ribellioni genuine contro l’immobilismo e la repressione del regime; nel 2001 chiedevano misure contro le discriminazioni, la corruzione, il degrado della qualità della vita, la restaurazione delle libertà individuali e collettive. Ma...

[Karim Metref  Nemmeno la classe politica convenzionale, la stampa e gli intellettuali accolgono molto bene questo movimento. È visto con diffidenza, accusato di arcaismo, gli intellettuali vedono di cattivo occhio che i contadini si mettano a dirigere la politica, i partiti si sentono minacciati e derubati del loro vivaio di consensi… A livello internazionale nessuno ne sente parlare. L’Algeria è riserva di caccia della stampa francese e questa fa assolutamente finta di non vedere niente. Circa centomila manifestanti si radunano nel cuore di Parigi, ben due volte, ma nessuna tv ci spende un mezzo minuto, i giornali respingono la notizia in fondo, in mezzo agli “chiens écrasés”, come si chiamano in francese gli argomenti di cronaca.di minore interesse. Le multinazionali dell’esagono volevano la loro parte di petrolio algerino e non potevano lasciare che un pugno di montanari testardi rovini loro la partita così facilmente.

Non ricordano, questi Cabili, un po’ i nostri Valsusini? Ignorati, tranne quando agiscono in un modo che possa esserci riferito con biasimo.

E’ da un articolo di EL Watan [ndr. il link non funziona più]che ho appreso i particolari della notizia: lo strazio delle famiglie, la costernazione  tra i concittadini,  l’angoscia dell’inspiegabilità del gesto accentuata dalla contemporaneità. La descrizione di ragazzi come tanti, tuttavia, per me che non conosco nulla del luogo, rivestono estremo interesse i commenti in calce all’articolo. Due in particolare, molto diversi perché diverso è il vissuto degli scriventi, un berbero e una francese.

tamazight   le 21.03.12 | 11h0
c’est l’école qu’il faut revoir!
Dopo l’indipendenza si è fatta la scelta ideologica di insegnare una lingua araba prefabbricata, un mostro senza substrato culturale, che non offre alcuna prospettiva per esercitare una professione.  I bambini sono stretti nella tenaglia di questa scuola e il desiderio dei genitori di un  loro successo scolastico.  Posso testimoniare, ho sei figli, i primi nati quando ancora non c’era l’ondipendenza  sono riusciti bene sia a scuola che nella professione. Il quinto, vittima delle riforme scolastiche si è fermato al diploma e l’ultimo, sebbene intelligente, non si è mai famigliarizzato con l’arabizzazione totale della scuola primaria e ha subito uno scacco totale. Sono fortunati quelli che possono mandare i figli all’estero o a una scuola privata; possiamo ben vedere che i figli degli emigranti  in Francia, pur restando legati alla cultura di origine, se la cavano bene con gli studi e non conoscono il fenomeno dei suicidi.

Sembra di capire, quindi, che in Cabilia si parla il dialetto in famiglia o nella propria città, si è abituati alla lingua francese per gli eventi culturali, e l’arabo è a tutti gli effetti la lingua “straniera”, soprattutto se, come sembra di capire, in una forma standardizzata che cancella le specificità che essa assume in ogni paese arabo. Plausibile che nei piccoli che iniziano la scuola questo costituisca una doppia sfida da fronteggiare.

laurabrett   le 21.03.12 | 10h56
 le jeu du foulard
Non sarà piuttosto il gioco del foulard, come da noi in Francia ?
Il gioco del foulard è uno strangolamento volontario il cui obiettivo è vivere un’esperienza, conoscere sensazioni nuove. Questo gioco all’apparenza anodino (indefinito o calmante del dolore) può avere conseguenze molto gravi fino alla morte in una deriva solitaria. Dopo averlo sperimentato in gruppo, magari durante la ricreazione scolastica, il ragazzo può essere tentato di rifare l’esperienza usando un qualsiasi mezzo di costrizione. Il rischio allora diventa maggiore perché la perdita di conoscenza nel caso di uno strangolamento prolungato impedisce di chiedere aiuto. E’ un fenomeno che riguarda soprattutto bambini e adolescenti dai 4 ai 20 anni. La forma primaria di questo gioco è “la tomate”  nella quale i bambini giocano a trattenere il respiro più a lungo possibile, il che può egualmente provocare una sincope. Certuni diventano perfino dipendenti da questi giochi.

Qui la lingua francese, e ciò che essa permette di condividere, risulta un  veicolo di imitazione di mode. Condividono, quindi, i bambini di  realtà tanto diverse, il bisogno di esperienze straordinarie, quasi che ciò che dà quotidianamente la vita fosse già insignificante?

Non ero al corrente di questo fenomeno e non avrei mai supposto una tale diffusione. Esiste in Francia un’organizzazione di genitori, Apeas,  e nel suo sito web – questo è il link all’italiano  http://www.jeudufoulard.com/html-it/fram_it.html –  aiuta a capire  questo gioco pericoloso, a intuirne i segnali, a conoscere i gravi  postumi di questa pratica, anche quando non abbia esito mortale.

aggiornamento novembre 2012
L’associazione franco-algerina di psichiaria  propone l’istituzione di un osservatorio contro il suicidio 
http://www.aps.dz/La-necessite-de-la-mise-en-place-d.html

§§§

Nel mondo cresce il numero di bambini che rifiutano di vivere.

L’OMS, World Health Organization , nell’ambito dello studio sulla prevenzione del suicidio espone dati agghiaccianti. Ogni anno quasi un milione di casi, un tasso di mortalità “globale” di 16 su 100.000,  una morte ogni 40 secondi, più che raddoppiato negli ultimi 45 anni.
E’ la seconda principale causa di morte nella fascia di età 10-24 anni e, mentre i più a rischio erano sempre stati gli anziani di sesso maschile, ora  la percentuale tra i giovani è aumentata a tal punto da farne il gruppo a più alto rischio in un terzo dei paesi sia sviluppati sia nei in via di sviluppo.

Poichè non è un argomento messo in evidenza dai media, non c’è una generale consapevolezza di quanto è grave il problema tra i bambini. Ma i dati rendono facile rispondere alla domanda: un ragazzo oggi corre maggior rischio di morte per propria mano o per una di quelle malattie che sorgono e svaniscono dai titoli in poche settimane,  di volta in volta accusando  polli,  maiali, o broccoli,  e che mettono in agitazione le mamme?

Non aprendo gli occhi, il fenomeno è destinato a persistere, non solo per la mancanza di prevenzione, comprensione e misure di sostegno, ma perché sarà, esso stesso, la spia di una generale condizione di sofferenza umana. 
Viviamo un’illusoria possibilità di scegliere, indotta dalla moltitudine di oggetti, stili, mode a disposizione, che ha atrofizzato la capacità di autodeterminarsi, scegliere realmente ciò che corrisponde ai propri bisogni e capacità. Adulti che vivono una vita di illusione, con le conseguenti cadute nella delusione e insoddisfazione, hanno maggiore difficoltà a comprendere i bisogni dei bambini.

E’ solo una proiezione dell’adulto, ormai prima di tutto autoidentificatosi come consumatore, ritenere che essi abbiano bisogno di oggetti anziché di materiali per creare, di scuole costose anziché di insegnanti  consapevoli della propria influenza e animati, ancora essi stessi, dalla passione di imparare,  o volare in un villaggio turistico dall’altra parte del mondo invece di aver ogni giorno la libertà di giocare in cortile.
Un cortile che non c’è più. Gli urbanisti preferiscono le foreste di grattacieli. Allora al libero gioco  si sostituisce la preparazione a uno sport, ma temo sia una leggerezza pensare privo di conseguenze emotive sostituire l’aspetto ludico con quello agonistico.
Per fortuna, nella generalità dei casi, non è in gioco la vita, ma la qualità delle relazioni e la felicità del loro vissuto da adulti?

8 commenti leave one →
  1. Erica permalink
    22 marzo 2012 10:04 am

    Carissima mcc, l’educazione si fa con l’esempio. Bisogna allevare se stessi, continuare o correggere quello che è stato fatto su di noi, altrimenti sui figli ricascano tutte le nostre complicazioni, i complessi, le paure, anche se di fronte al mondo sembriamo dei vincenti. Tu citi spesso uno dei miei scrittori preferiti che è anche un grande conoscitore dell’animo infantile. Grossman ha scritto un libro terribile su un bambino che giunge al suicidio. Il titolo è La grammatica interiore, e penso che lo conosci perchè parli di “invisibilità” del bambino come scatenamento della sua disperazione. Non ho il libro sottomano, non ricordo il nome del bambino, ma la sua fine dentro un frigorifero è straziante, simbolica del gelo affettivo che a volte c’è, nonostante esteriormente il comportamento dell’adulto sia ineccepibile o perfino lodevole.
    (anche io oggi, mando un pensiero a Rossella, lontana da tutti, con la sua paura…)

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    • 22 marzo 2012 9:52 pm

      Grazie Erica, hai perfettamente ragione: avevo in mente la storia di Ahron. Poichè penso che, avendo letto un romanzo tanto impegnativo per le emozioni, hai letto anche il capolavoro, secondo me, di Grossman. Vedi alla voce amore. ricorderai la prima parte, direi il primo libro di cui si compone il romanzo, ha essa pure un protagonista bambino, ma è motivato a partecipare alla vita dei grandi dal loro dolore misterioso. Rimuovere la sofferenza, vestirsi di ottimismo, di voglia di emergere o almeno di non stare indietro rispetto alla più recente delle mode, come è stato imperativo negli ultimi tempi lascia alcuni decisamente alieni, figuriamoci se ciò accade a un bambino sensibile. Ti saluto con molta simpatia.

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  2. 25 marzo 2012 2:16 am

    Bell’articolo! Hai messo il dito nella piaga di una società odierna che tenta in tutti i modi vergognosamente di nascondere. I suicidi dei giovani specie in quelli della fascia d’età tra i 14/25 anni lasciano basiti anche i più scaltri psicologi, credo e le ragioni, a mio modo di vedere, stanno nello sfascio dell’attuale cultura e nell’assunzone di modelli di vita e di credenze imperniate in tutto quello che è estetica, conformismo, tecnicismo, edonismo e sopratutto egoismo. La corruzzione dilagante e l’impunità, sopratutto di quelli che dovrebbero essere d’esempio, sono la chiave di volta di una amalgama sociale putrfacente.

    Che modellin di vita credi che abbiano questi ragazzi? A quali aspirazioni pensi desiderino arrivare? Come fanno sentirsi protetti da una famiglia sfasciata, da una cultura svuotata e sostituita da simulacri privi di qualsiasi radice storica, ma solamente incentrata su un benessere effimero, che purtroppo il giovane difficilmente riesce a capire subito. Dove stanno i grandi progetti sociali di sviluppo dove l’intera comunità si muove per il miglioramento e il benessere interiore?

    Bisogna forse sperare in qualche evento che riazzeri le attuali posizioni come una guerra, una carestia, una pestilenza? E poi che razza di famiglie hanno questi gioivani, chi sono questi padri e queste madri costretti a dissanguarsi per un figlio e a lavorare in loculi di 80mq senza una po’ di verde e senza il necessario sfogo naturale di una corsa nell’erba, nel fango, nelle pozzanghere…che tristezza, porca miseria ladra! Che sfacelo immane, e che dolore il leggere di questi fanciulli, inumati nel silenzio sociale, già! Perché far sapere certe cose vorrebbe dire che l’intera società ha fallito.

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  3. david permalink
    23 giugno 2012 4:42 pm

    xk odiavano sua madre era una rompi palle

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    • 24 giugno 2012 1:29 pm

      il tuo commento può essere umorismo nero, ma in qualche caso potrebbe sfiorare la verità. Il rapporto genitori figli si inserisce in quello più generico fra le generazioni. Perfino la mitologia greca narra di uccisioni del padre o del figlio, secondo chi deteneva maggior potere.
      Non compare invece il suicidio come solizione dei conflitto con il padre o la madre, che è segno di una totale impotenza ad affrontare la situazione.
      Appena è possibile si danno molte cose ai figli, magari li si lascia scegliere fra oggetti e marchi, ma il bisogno fondamentale dei bambini e dergli adolescenti è avere FIDUCIA nella “fonte” da cui sono sgorgati. E’ necessario che siano i genitori a maturare.

      — 26 giugno . Questo articolo è pertinente, e conferma che il problema è una piaga mondiale.
      http://www.atlasweb.it/2012/06/25/india-ondata-di-suicidi-tra-i-giovani-e-la-seconda-causa-di-morte-579.html

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    • 5 luglio 2013 10:55 pm

      Rileggo questo articolo, ma vorrei dire una cosa. Quanti di noi hanno augurato ai propri genitori di morire? credo un’altissima percentuale, ma tra questo alla reale morte del genitore ne passa. E’ un dei processi di elaborazione del conflitto tra geniotre e figlio, processo necessario che spinge il confine tra ciò che è lecito e quello che non lo è, nel senso psicologico e non fisico, s’intende.
      Il genitore odierno non ha capito nulla, credo, di queste tecniche educative che i nostri vecchi, odiati, ci imponevano. La famiglia è una piccolo assembramento tribale all’interno del quale i diversi componenti si guerreggiano per il domino dell’uno sull’altro, ma l’autorevolezza della famiglia, e non l’autorità, fa scegliere la via migliore, quella che media e stempera portando il giovane a scelte per lui più consone alla vita.

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      • 5 luglio 2013 11:26 pm

        Si inquadra nella lotta generazionale, che noi crediamo dovuta alle differenze causate dal modificarsi di mezzi e costumi. Invece la credo archetipica, per lo meno è mitica se pensi a Urano che bloccava nella terra Gea i figli. E non è finita, Gea riesce a far nascere Saturno e lo incita contro il padre, il finale è l’evirazione di Urano. Ben prima di Freud, si sapeva del complesso materno, dell’odio tra padri e figli…
        Mi diverte sempre constatare quanto siamo scioccamente presuntuosi, rideremmo di chi ci proponesse di bollire un pezzo di corteccia di salice per far passare la febbre, perchè noi abbiamo l’Aspirina. Solo che il principio attivo è lo stesso “salicilico”. Potrei fare cento esempi.

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        • 9 luglio 2013 5:11 pm

          Complimenti per la bella risposta!

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