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Libia, ogni giorno un conflitto

1 aprile 2012
Sebha

mcc43

La situazione libica è in stallo. Ben poco in concreto riescono  a condurre in porto  il Governo provvisorio e il CNT per far ripartire le attività e per ristabilire un clima sociale adatto alle elezioni che già soffrono in partenza della mancanza del suffragio universale. Esclusi dal voto i militari – perché ritenuti di fede gheddafiana –  e i detenuti – senza che vi siano stati a loro carico una formale accusa e una condanna.

Il non fatto

Altre attività, oltre alla stesura della legge elettorale,  sulle quali si è concentrato il Governo  sono state la creazione del servizio di Intelligence,  a capo del quale è stato nominato un ex oppositore del regime, Salem Al-Hassi,   il recupero dei fondi libici congelati e la gestione del settore petrolifero. In questo ambito è stata istituita una speciale commissione d’indagine sulla  asserita corruzione sotto il regime; il che, insieme alla più volte ribadita affermazione di voler rivedere i contratti in modo più conveniente per la Libia, induce  a Reuters titolare:
“”L’incertezza sui contratti del petrolio e del gas con la Libia, presto esaminati e rivisti, potenzialmente, persisterà fin dopo Giugno, quando entrerà in carica la nuova dirigenza, ritardando il ritorno del settore alla normalità nell’era  post-Gheddafi.””

Non procede la messa in sicurezza delle città. Le bande sopravvivono e impazzano; del tutto sprovviste di una concezione nazionale,   gestiscono i propri affari politico-economici come avversari del governo.
La tribù Zentan ( a cui viene incredibilmente concesso, con la connivenza dei paesi della coalizione, di detenere Saif al Islam),  pur avendolo varie volte  annunciato, non ha dato corso al ritiro dall’aeroporto per far subentrare le forze militari regolari.   Motivazione ufficiale: le strutture dello stato si sono dimostrate incapaci finora di farsene carico.

Scacco matto anche sul fronte delle estradizioni.
Mahmoud Jalil non riesce a riportare in Libia ufficiali e ex-funzionari  rifugiati  in vari paesi arabi.

Bruciante il rifiuto della Tunisia di consegnare l’ex primo ministro di Gheddafi Baghdadi Mahmoudi. Similmente la Mauritania  che detiene  Abdul Al Senussi, ex capo dell’Intelligence, e sembra avviata a consegnarlo alla Francia. Molti ex ufficiali sono in Egitto e numerose sono state le trattative senza che  finora siano avvenute le estradizioni. Quasi impossibile, poi, pensare che la residua famiglia Gheddafi venga dall’Algeria inviata alla Libia.

Suscita – in me – notevole perplessità il silenzio su Moussa Koussa, una delle principali figure del regime, dileguatosi in marzo per ricomparire alla conferenza di Doha nella speranza, condivisa dalla coalizione, di entrare a far parte del CNT. il risultato fu  una porta in faccia.
Nelle settimane scorse si era detto del suo suicido (ved. Post) essendo personaggio ormai scomodo per il paese ospite e ignorato da GB e USA che lo avevano coperto di benefit (nessuna incriminazione e scongelamento dei fondi) quando  aveva abbandonato la Libia al suo destino. Anche organizzazioni che giustificano la loro esistenza scavando alla ricerca di trame e segreti, in questo caso restano indifferenti.

Un governo  non in grado di governare messo sulla graticola da continui episodi di guerriglia che scoppiano in tutto il paese:  sulla base di rivalità  di carattere etnico.

I Tebu
Sta accadendo con l’etnia dei Tebu, 15000 persone dalla pelle nera sparse in tutto il sud; già nel 2008 insorsero  nella zona di Cufra, furono repressi, a molti venne tolta la cittadinanza libica e le case distrutte. Con queste premesse, i Tebu sono stati immediatamente al fianco del CNT.
Gli scontri, prima  a Cufra e in questi giorni a  Sebha,  non sono, come  i blog propagandistici pseudo-verdi  proclamano per ostinata negazione della realtà: resistenza verde. Al contrario,  sono espressione della paura suscitata dalle milizie che il CNT non riesce a disarmare, che anche a sud controllano il territorio accompagnate dalla fama di prevaricazioni violente e pulizia etnica.

Per maggiore chiarezza, questa è la dichiarazione della  Prima Conferenza dei Tebu tenutasi a Tripoli il primo marzo, presenti  600 delegati.  “Vogliamo mostrare al resto della Libia e al mondo quello che i Tebu libici hanno fatto nel sud a supporto della rivoluzione” . Lo scopo della conferenza, infatti, era unificare enti  esistenti (cultura e diritti umani) per creare una singola organizzazione  e poter contare di più nella “nuova Libia”.

Gli scontri  che li hanno opposti alle tribù arabe di Sebha in questi giorni hanno provocato  circa 170 morti e 150 feriti,  oltre a danni alle infrastrutture perché sono state impiegate armi pesanti. Non saper fermare gli scontri ha attirato altre critiche  e il preoccupato invito della UE a raddoppiare gli sforzi; il CNT  ora afferma di aver provveduto ad inviare 1500 soldati.
L’autodifesa, piuttosto infantile per la verità, di Jalil era stata  in estrema sintesi “licenzierò i ministri incompetenti” ; ciò  aveva fatto circolare i nomi dei ministri degli Interni e della Difesa, Osama Juwaili and Fawzi Abdelal ,come probabili forzati alle dimissioni.
Basta ricordare che sono, rispettivamente, della banda  Zentan e della brigata  Misurata – le rivali che si dividono Tripoli – per comprendere che tali dimissioni non avevano alcuna possibilità di avverarsi.
Oggi i Tebu si sono rivolti all’Onu e alla Comunità europea “perché sia fatta cessare la pulizia etnica dei Tebu”, ma dal versante opposto arriva l’accusa di avere ingaggiato mercenari del Ciad.

L’autononia di Barqa

La dichiarazione d’indipendenza della regione  Barqa a est, ha avuto anch’essa lo strascico di conflitti e  vittime e ad arroventare la situazione era stato ancora una volta Jalil con l’ improvvida promessa di  usare la forza contro chiunque cercasse di dividere il paese, dichiarazione ribadita dal ministro degli interni  Abdelal.
Il resto della popolazione, ammesso che il neo formato Consiglio della regione Barqa abbia un reale appoggio locale, non vuole e non può accettare che la regione  ricca di giacimenti petroliferi si distacchi, nemmeno in forma federale. 

Il vuoto di potere è più che evidente, le frontiere non sono sicure né a nord con la Tunisia né a Sud con l’Algeria (nella zona dove agisce l’Aqmi,  ramo magrebino di AlQaeda) e Mohamed Eljarh, accademico libico in GB, sembra non aver dubbi “La violenza nel sud segnala che la Libia rischia di cadere a pezzi”
Un “cadere a pezzi” formale non è ancora in essere, potrebbe avvenire dopo il risultato delle elezioni se qualche componente, con milizie a disposizione, non riporterà il successo sperato, ma sembra più esatto chiedere “C’è stata una Libia dopo la caduta di Tripoli?

Se poteva nascere una nuova Libia, la martirizzazione in diretta di Muhammar Gheddafi avebbe segnato  il travaglio del parto.  Non è stato così, Jalil stesso lo sapeva quando chiese alla Nato di prolungare la missione.
La successiva domanda [
è altresì il rimprovero che avanza Mahmud Jibril (ved Post) ] “Perchè la Nato ha abbandonato la Libia?” . Al di là delle preoccupate dichiarazioni , la UE e gli USA che cosa vogliono che accada veramente?

One Comment leave one →
  1. 9 aprile 2012 12:53 am

    Ue e Nato vorrebbero tanto quell’olio, ma la guerra costa; al momento non ci sono a disposizione nazioni con bilanci solidi al punto da potersi lanciare in avventure coloniali in piena regola. Non nell’occidente almeno.

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