mcc43

di Pietro Acquati
Medico, coordinatore di progetti umanitari autofinanziati in Burkina Faso

Burkina Faso, in viaggio verso nord al confine con il Mali

I discorsi di Thomas Sankara le sue denunce e le sue visioni di un futuro migliore, risuonavano senza sosta durante il mio ultimo viaggio nel nord del Burkina Faso, nel marzo del 2012. Si erano intensificati gli scontri nel vicino Mali e il “Paese degli uomini integri” diveniva scenario di accoglienza forzata di tutti i maliani costretti a fuggire dai loro territori, ormai sventrati dalla guerra incalzante.

Il viaggio verso il nord del Paese, destinazione Dorì – Gorom Gorom – Gandefabou,  tocca diversi villaggi che si intravedono dall’unica arteria stradale solo a tratti asfaltata. Dal finestrino del fuori strada osservavo con stupore il contrasto tra il rosso mattone della pista e il blu intenso del cielo povero di nuvole. L’orizzonte fondeva in una macchia informe come di brace ardente,  il cielo terso e la terra arida.

I giorni di trasferimento sono trascorsi nel vano tentativo di rimuovere le sofferenze che le mie mani hanno toccato ripetutamente…non serve lavarle, il contatto con l’ultimo tra gli ultimi lascia un segno, una ferita che sanguina, una piaga che urla e fa male. Occhi di chi desidera leggere che forse non vedranno più, volti sfigurati che trattengono il dialogo, gambe informi che gridano con forza la voglia di correre. Mi domando perché sono tornato qui, fra questa gente, cosa mi ha nuovamente condotto in questa Africa. Per oggi mi basta il dono dello stupore e della compassione nel senso cristiano del termine. Sto imparando che il povero non si ferma mai, riparte ogni volta, non si stanca e sempre restituisce un grazie nel sorriso trattenuto di chi è cresciuto troppo velocemente.

Non è stato semplice raggiungere il villaggio di Gandefabou, ultimo avamposto di confine del Burkina Faso con il Mali. I controlli della gendarmerie locale erano frequenti, le continue domande sul motivo del viaggio, i discorsi interrotti a metà sui rischi, che in realtà non riconoscevano un nome preciso.

L’incontro con i Tuareg e Ramzi, voce dei profughi di  Gandefabou

Un volta giunti a destinazione, siamo stati accolti dal popolo Tuareg del Sahel, gente silenziosa, asciutta, per certi versi diffidente. Da subito colpisce la mancanza d’acqua, la scarsità dei terreni destinati al raccolto, la mancanza di vegetazione, solo terra bruciata senza il respiro regalato dai Baobab e dai Manghi così frequenti alla vista nel sud del Paese.


La seconda notte si è annunciata con l’arrivo di tre dromedari che in lontananza apparivano come sagome informi di un presepe surreale. In compagnia dei nostri ansimanti “mezzi di trasporto” abbiamo atteso l’alba del giorno dopo.
A brace ormai consumata siamo partiti per il campo profughi alla periferia del villaggio. La breve sosta alla farmacia del dispensario è stato motivo di incontro con Ramzi, un giovane maliano poliglotta con cui abbiamo scambiato poche parole, bastate perché ci facesse da guida nel campo.

La storia di Ramzi è iniziata nel sud del Mali 32 anni prima. Nato e cresciuto in una famiglia islamica numerosa, si è laureato in giurisprudenza ottenendo la possibilità di frequentare master all’estero. Negli  ultimi anni ha lavorato come avvocato per uno studio legale in una piccola città maliana, ha preso in moglie la giovane Aidha, da pochi mesi in attesa del primogenito. Non serve spiegare come la guerra abbia cancellato aspettative e trasformato radicalmente il futuro di una tra le tante famiglie di un paese in guerra. Con la giovane moglie incinta e le famiglie di entrambi hanno lasciato il  Mali dopo poche settimane dallo scoppio dei conflitti, troppo grande il pericolo se fossero restati.

Campo profughi Tuareg in NigerCon rispetto e una strana sensazione di disagio, ci siamo addentrati nel campo profughi di Gandefabou.
In un’area che copre poco meno di due chilometri quadrati, sono state accolte 800 famiglie di rifugiati. Gli ultimi arrivati vivevano in tende di fortuna con paletti in legno conficcati nella sabbia che abbozzavano quello che sarebbe diventato l’accampamento definitivo. La famiglia di Ramzi si è dimostrata molto ospitale da subito: il lento e affascinante rituale tuareg del tè verde alla menta ha permesso la conoscenza, le strette di mano, l’ascolto della vita precedente ormai lasciata alle spalle con la speranza di poterla ritrovare al ritorno in patria.

In compagnia del padre di Ramzi, ex professore universitario di diritto, siamo entrati nella tenda del responsabile capo del campo, personaggio fiero, austero, di poche parole, ma essenziali per comprendere la situazione di centinaia di rifugiati e la preoccupazione per tutti quelli che a breve sarebbero arrivati. Nel  mese successivo si prevedeva l’accoglienza di circa mille persone.
Le scorte di cibo iniziavano a scarseggiare e nonostante l’aiuto reciproco tra clan, l’emergenza fame era reale. Per comprendere le difficoltà della coltivazione e del raccolto del miglio e del mais nel  Sahel, è necessario  soffermarsi sulle particolarità climatiche.

seguirà in Ricordi di viaggio  fra i Tuareg del Sahel – parte seconda

i post sul popolo Tuareg sono a questo link https://mcc43.wordpress.com/tag/tuareg/

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