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da History Channel 

L’EMANCIPAZIONE DEI SERVI DELLA GLEBA IN RUSSIA

    Il 3 marzo 1861 lo zar di Russia Alessandro II firma il più importante di una serie di decreti che aboliscono la servitù della gleba nell’Impero russo. Nel 1850 in Russia. più del 90% della popolazione era impegnata nell’agricoltura, e oltre 20 milioni di contadini erano soggetti alla servitù della gleba, erano cioè legati alla terra che coltivavano, dunque comprati e venduti assieme ad essa, ed erano inoltre subordinati personalmente ai proprietari, spesso parte di un’aristocrazia terriera assenteista, propensa a consumare le proprie rendite in spese di prestigio più che ad investirle in impieghi produttivi. Divenuto zar nel 1855, Alessandro II inaugura una politica riformistica, con lo scopo di introdurre elementi di modernizzazione nella burocrazia, nella scuola, nel sistema giudiziario e nell’esercito. La riforma più importante è il decreto di abolizione della servitù della gleba, con il quale i contadini-servi acquistano la libertà personale e la parità giuridica con gli altri cittadini, e contemporaneamente la possibilità di riscattare le terre che coltivano e trasformarsi in piccoli proprietari.

L’800 ha cancellato legalmente  la pratica della schiavitù di cui la servitù della gleba era una forma. Erroneamente si è creduto che la libertà di movimento e di decisione per la propria vita fosse il punto di arrivo della civiltà. In realtà era l’inizio di una necessaria liberazione interiore, affinché “catene”  manifeste  non si trasformassero in catene interiori, più difficili da rompere proprio per l’invisibilità.  

La libertà, pur  tanto desiderata, ispira un segreto timore sul quale prosperano altri “padroni”:  mode, movimenti culturali artistici politici, dilaganti campagne pro/contro, appelli alla mobilitazione. Anche quando gli slogan sono improntati a una qualche “libertà con una parola che la qualifica”   sono una forma di conformismo.
Il movente, ignorato o meno, è sconfiggere il senso di solitudine che accompagna la “libertà senza aggiunta di specificazioni” alla quale non si arriva sommando solo  libertà parziali dall’ obiettivo di volta in volta suggerito dall’esterno. Solamente la piena libertà interiore consente di scegliere da sé obiettivi concreti e specifici senza , o prima, 
che si muova l’onda collettiva. 

Occupy“Occupy WS” per liberarsi dello strapotere della finanza oppure votare per la libertà dalla casta politica sono un surrogato dell’autentico movente libertario, come pure le primavere arabe.
In tutte queste mobilitazioni di diversa natura c’è un dato in comune “Basta!”. Allora, perché non “prima”?  Perché prima si era intenti a qualche altra “urgenza” magari inventata?
In Italia, andando a ritroso, la priorità non era stata la vergogna (nazionale?) del bunga bunga , indietro ancora la liberazione dal fumo passivo. Improvvisamente i fumatori furono promossi a cinici avvelenatori sociali, via via cacciati dai treni, dagli uffici e , a Milano almeno, anche da determinati parchi pubblici. Ci si chieda come mai per decenni vi sia stato per il parassitismo dei politici solo un malcontento individuale, poi sia emerso oggi come l’unico Male. Liberiamocene e tutto andrà bene è la convinzione talmente ingenua da stupire.

“La memoria generale funziona come i bit: uno-zero, vuoto-pieno. Oggi ricordo quello che mi sublimi, domani lo dimentico. E il ciclo riprende.”  leggo nel blog di unlucano.

Queste improvvise euforie collettive innescate con il concorso dei media – indipendenti! – monopolizzano temporaneamente il dialogo delle società, ostacolando la consapevolezza dell’esistenza di nuove forme della servitù o perfino dello schiavismo. Non è forse  rinato  con il traffico di esseri umani? Donne, bambini non vengono  rapiti, violati, sfruttati per la “libertà sessuale” di altri? Non esiste il traffico d’organi dai paesi poveri a quelli ricchi conseguente alle “luminose” conquiste della scienza? La tecnologia che si è sviluppata, in Occidente, utilizzando materie prime da predare, in Africa, non ha favorito la brutalizzazione d’intere popolazioni, legando indissolubilmente la sorte dell’individuo a quella della terra in cui è nato?

Assurdità! Scrivo contro la schiavizzazione avendo in mente il  Congo, il Niger, il Mali. Lo faccio su un notebook, non su una innocua macchina da scrivere. Scrivo, cioè,  su uno strumento che esiste proprio grazie a quei materiali depredati agli africani e usufruisco, così, della “libertà di pubblicare in rete“.

Scienza e tecnologia non sono sviluppate da menti libere, al contrario:  fortemente condizionate dalla competitività imposta e dall’obiettivo dei futuri profitti. Sviluppano scoperte in questa direzione, alienate dal concetto di  libertà collettiva che nei fatti le loro invenzioni andranno a violare, trascinando gli utilizzatori finali nel condizionamento ad una identica cecità.
La servitù interiore, di persone che la nostra epoca celebra come geniali,  provoca l’effettiva servitù per intere popolazioni, creando e questo è veramente paradossale, le condizioni per cui queste stesse popolazioni ambiscano  alla “libertà di possedere”  quegli  strumenti creati con la rovina del loro paese e, per mezzo di essi, assaggiare uno spicchio della libertà illusoria. 

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