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“Il Figlio dell’altra” che è anche mio figlio…

23 marzo 2013

mcc43

Nel 1991, un missile Scud iracheno colpisce l’ospedale di Haifa, dove due donne – un’ israeliana ebrea  e una palestinese musulmana arrivata dai territori occupati- hanno Il momento della veritàappena partorito. Da lì prende l’avvio la storia  “Il figlio dell’altra”, un film al quale la regista Lorraine Levy non intendeva dare un carattere politico, ma che suo malgrado, dice, lo è diventato. Inevitabile, quando si parla di israeliani e di palestinesi.

Diciannove anni dopo,  il figlio della coppia ebrea si sottopone agli esami clinici di routine per il servizio militare nell’IDF.  Una formalità, ma diventa lo snodo del destino quando il gruppo sanguigno rivela che non può essere il figlio naturale dei suoi genitori. Nel panico dell’evacuazione, spiega il direttore dell’ospedale alle due coppie, i neonati sono stati scambiati.

La vita che ciascuno dei due ha vissuto era destinata all’altro. Il piccolo palestinese è stato allevato con amore in buona famiglia di ebrei osservanti, che lo hanno chiamato Yusef.  Il bimbo ebreo è cresciuto nell’amore di una buona famiglia di arabi  musulmani, che lo hanno chiamato Yasin. Il trauma dei genitori,  lacerante per i padri, diventa smarrimento di sé per Yusef  e  Yasin.

Io. Io so, io penso, amo odio temo,  Io comprendo il mondo perché sono Io. Io mi conosco. Questa nostra usuale certezza si perde nei personaggi della storia;  nello smarrimento di sé ciascuno lascia emergere dapprima gli stereotipi che hanno modellato quel senso d’identità  che sta andando in pezzi.
Immensa potrebbe essere la devastazione, se fosse lasciato campo libero all’odio che s’intravede già esplodere fra i padri, che sono  figure speculari . Uno è ufficiale dell’IDF, pertanto simbolo vivente dell’occupazione e dell’oppressione, l’altro è un operaio dei territori occupati   costretto ad appendere al chiodo la sua laurea in ingegneria che le leggi  israeliane gli impediscono far valere.
Tacitamente, si intuisce,  ciascun membro delle famiglie cerca di dominare la pulsione d’odio e sarà questo a permettere  loro di “aprire il cuore” e lasciare che emerga il  loro nuovo Io.

Ci sono frasi pronunciate dai vari personaggi nel corso della storia che sono  espressione degli  stereotipi culturali che, progressivamente, si sgretolano per diventare, poi,   accettazione dell’alterità  e introiezione pacificatrice del vero.

L’altro non m’appartiene

La sorellina scopre  che Yusef  non è il suo “vero” fratello:Lo dobbiamo restituire?

L’altro è inconcepibile

Nabil, il figlio maggiore della coppia palestinese, ascoltando una lite fra i genitori scopre che essi nascondono un segreto riguardante  Yasin  Lo volete far sposare?”

Sono Io, ma  voi non mi riconoscete più

Yusef cerca conforto dal suo rabbino, ma scopre che l’esser ebrei è uno “stato” che si acquisisce  per via materna e poiché la sua madre naturale non lo è … Ma io voglio essere ebreo!”  “ Allora ti devi convertire…”

L’altro:  il nemico

Yusef  non si rassegna a lasciare andare l’abituale concezione di sé come ebreo Dovrei scambiare la mia  kippah con una cintura esplosiva?

Il nemico in me

Yasin trattiene fortemente l’identità palestinese da sempre considerata la sua naturale,  ma sente nascere in sé la consapevolezza di essere anche altro: un altro che è  il  nemico  occupante della sua terra  Sono il peggior nemico di me stesso, eppure mi devo amare”

Io e l’altro, a fianco

Yusuf e Yasin si volgono allo specchio che li riflette entrambi.  Guarda:  siamo Isacco e Ismaele, i due figli di Abramo”

Io e l’altro: noi

Yusuf, Yasin e Nabil, ormai sul punto di riconoscersi reciprocamente come persone al di là della definizione etnica e politica, una notte  vengono assaliti da una gang. Spunta un coltello, Yusuf  è gravemente ferito. Yasin, aspirante medico, riesce a trattenerlo  in  vita e  più tardi al suo capezzale  gli annuncia l’arrivo della sua famiglia.   Yusuf  lo guarda e sorride  “Quale?”

Epilogo

 Dalla corrispondenza fra Yasin a Parigi per studio e Yusuf a Tel Aviv:  “Tu che vivi la vita che mi era destinata, cerca di viverla bene”

Yusef e Yasin

*°*°*°*°*°

La regista  Lorraine Lévy:

Ai piedi del Muro che divide Israele e Palestina abbiamo girato la scena notturna con Pascal Elbé (l’interprete del padre di  Yusuf) che va a piedi alla ricerca del figlio. Erano le due del mattino e le luci e i rumori della troupe attiravano l’attenzione, al punto che abbiamo notato dei ragazzini palestinesi che erano riusciti a salire fino in cima al muro e, non so come, si tenevano in equilibrio per vedere cosa succedeva. Io ero impallidita: un muro ne richiama altri, inevitabilmente ,e mi venivano alla mente le immagini del muro di Berlino o, ancora più violente, quelle del Ghetto di Varsavia… Poi è arrivata la polizia israeliana e le riprese si sono di nuovo interrotte per i controlli…
A quel punto mi sono chiesta  dov’era il film: in quello che stavamo vivendo o in quello che stavamo raccontando? Sicuramente in entrambi. Yusef e Yasin incarnano la speranza delle nuove generazioni. I giovani che ho conosciuto da entrambe le parti non nutrono sentimenti di odio, ma aspirano alla vita normale degli uomini liberi. “

Amira Hass, la giornalista israeliana che ha scelto di vivere a Ramallah esprime l’identica considerazione, perché l’incontro individuale lascia più spazio alla libertà di “percepire” l’altro di quanto consenta la rigida immedesimazione in un ruolo.
Mi sono chiesta in altri post come Israele  istruisce i suoi soldati. Come riesce a  trasformare dei giovani che aspirano a una vita normale in macchine per angariare i Palestinesi ai check point o , al sicuro dentro un carro armato, lanciare razzi contro un coetaneo armato di pietre.  Mi chiedo anche come sia stato possibile che ragazzi  Palestinesi si siano trasformati in bombe umane per  morire portando con sé il maggior numero di Israeliani.
La disperazione è all’origine di tutto. Disperati i soldati, disperati i manifestanti nell’evidenza che nulla cambia se non in peggio.
La Terra Santa delle religioni monoteiste è malata di disperazione e di tristezza. Quanto ancora prima che inizi la guarigione? Prima che quell’ombelico del mondo non sia più campo di battaglia di stati più potenti? Potenti  in quanto a  ipocrisia, innanzitutto.

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8 commenti leave one →
  1. 23 marzo 2013 5:41 pm

    Su “Amira Hass”:
    http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/56609, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/56610, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/56611, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/56695, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/75152, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/76561, http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/92249.

    Joe Fallisi

    Mi piace

    • 23 marzo 2013 6:09 pm

      Joe, lo dico per quelli che forse non essendo iscritti in Yahoo potrebbero non leggere i tuoi link / Si tratta di considerazioni squalificanti del lavoro della giornalista Amira Hass espressi icon aggettivi offensivi, perché ognuno ha il suo proprio modo di affrontare problemi e discussioni.

      Mi piace

  2. 23 marzo 2013 5:41 pm

    Il film ancora non l’ho visto e non so se arriverà in programmazione da queste parti. Quello che scrivi è un superamento eccezionale dell’amletica contemporanea: essere se stessi o guerreggiare ideologicamente perchè così è? E tutto il sostrato di strutture – a partire dall’ebraismo per “infusione” materna – è un alternarsi di interscambi dualistici che poi conducono all’uno e molteplice dilemma, cioè la tua chiosa sull’eterna domanda del perchè in origine, ma ancor di più perchè la “Terra Santa delle religioni monoteiste [sia] malata di disperazione e di tristezza.” Desolatamente, perchè vi sono i “Potenti in quanto a ipocrisia, innanzitutto.” a garantire la perpetuazione di questo salmo della più cruda Waste Land in chiave eliottiana. Ripeto, il film non ho ancora potuto apprezzarlo, e me ne dispiaccio. Ma leggere ciò che ne hai scritto, ripercorrere i tuoi interventi nei post e attraversare l’esperienza disorientante dell’infra-cinematica di Lorraine Lèvy, mi dà conto di una tesi dalle caratteristiche inconfondibili: siamo certi di essere liberi, anche nelle scelte ideologiche? Siamo certi di poter dire di credere liberamente in qualcosa e in qualcuno, quando poi invece si scopre un inganno – forse ascrivibile alla tipicità scespiriana – ma che produce comunque un dramma esistenziale in cui la dualità si confonde nell’uno ed esplode nella molteplicità degli ingannatori? Casuale usurpazione identitaria e semplicità dell’atto di essere – coniugati agli spunti che hai dato e che citi – fanno di questo post un racconto magnifico e fondamentale della realtà di quella striscia di mondo da sempre foro politico dei signori della guerra…mentre le vite scorrono ne binari che ci consegnano e solo fortuitamente su quelli che riusciamo a intersecare. Che bello averti scoperta Maktub: i miei più profondi complimenti… per me questa è un’opera d’arte!

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  3. 23 marzo 2013 6:39 pm

    Troppo generoso 🙂 ma ti ringrazio soprattutto per aver espresso nettamente la questione del film, almeno per come l’ho intesa io con grande emozione. “Siamo certi di essere liberi, anche nelle scelte ideologiche?” oh la la.. che botta!
    Ho il sospetto che quanto più siamo sicuri di esserlo, tanto meno lo siamo, liberi. Non si tratta di una banale valorizzazione del dubbio, ma dell’incertezza sul nostro stesso comprendere. Da dove deriva il modo in cui io percepisco, riconosco, accetto o rifluto le cose, indipendentemente dal fatto che si debba eventualmente accorgersi poi d’essere in errore?
    Stringo, col rischio di essere oscura e imprecisa, un concetto tratto da “Il Sè viene alla mente” del neurobiologo Antonio Damasio. In pratica, non è che il ns sè s’addormenta la sera e si risveglia al mattino bello tondo. Al contrario:si riforma in quell’attimo del ns risveglio partendo dalle più lontane radici filogenetiche. Fa sorridere, ma bisogna cominciare col ricordarsi che siamo esseri umani, non una cellula primordiale e via via riaggregare i ricordi, le nozioni, e quindi esperienze e preconcetti. In quel nanosecondo in cui sbadigliamo e ci stiracchiamo nel fondo della coscienza avviene questo collage.
    Meno accetteremo sfide nel corso del giorno, più stereotipate e lineari diverranno col tempo le ns percezioni. Non a caso Yusuf trova il nuovo, inclusivo, se stesso dopo aver rischiato di morire. Un trauma spezza catene, come si nota anche in quelle persone sopravvissute ad un infarto cardiaco quasi letale che mostrano una maggiore accettazione di ciò che è. Io dico che è il “vero” semplicemente perché col trauma avviene … peeling di tanti stereotipi appresi.

    Calando questo nella realtà israelo-palestinese non si tratta di mettere tutti sullo stesso piano (l’occupazione è un crimine, punto e basta) ma di accorgersi quando da dentro di sé qualcosa emerge in controtendenza all’appreso.
    Quando vedrai il film, troverai illuminante il non-dialogo fra i due padri. Si parlano e si beccano, ma non sono “individui” in quel momento: sono burattini nella situazione. Quando arriveranno a reagire davvero come individui si sentiranno più fragili, forse timorosi: vicini, silenziosi, non nemici. C’è percezione della comunanza nel problema.
    Non ho parlato delle madri, che la critica valorizza come le più pronte ad adeguarsi alla situazione, perché esse si muovono esclusivamente nel mondo dei sentimenti, come le loro bambine. Tutti gli altri personaggi si scontrano con la tragedia della Nakba e dell’occupazione. Il cammino più difficile, secondo me, è quello di Nabil: palestinese che resterà tale perchè lo è, ma non lo sarà più alla veccia maniera. Il carico di odio che ha dovuto eliminare per adeguarsi alla situazione ne fa in un certo modo una figura eroica. Il cambiamento di uno dentro una famiglia, si allarga e cambia tutti quanti.

    Un milione di grazie per il tuo stimolante commento che mi ha dato ancora la possibilità di parlare di questo film, per me un capolavoro anche nell’asciutta realizzazione.

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  4. 24 marzo 2013 9:47 pm

    Congratulationz u have been nominated 4 tha Dragon’z Loyalty awardgo to link to check it out http://moorbey.wordpress.com/2013/03/24/dragonz-loyalty-award/

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  5. 27 marzo 2013 12:55 am

    I’ve nominated your blog for an award. http://menantum.com/finding-my-way-or-the-personal-is-political/dragons-loyalty-award/

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  6. 27 marzo 2013 1:12 am

    Congratulations on being nominated twice! :-))

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    • 27 marzo 2013 1:16 am

      Thanks, Sister. I feel like I really know you 🙂

      Mi piace

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