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Nel 1991, un missile Scud iracheno colpisce l’ospedale di Haifa, dove due donne – un’ israeliana ebrea  e una palestinese musulmana arrivata dai territori occupati- hanno Il momento della veritàappena partorito. Da lì prende l’avvio la storia  “Il figlio dell’altra”, un film al quale la regista Lorraine Levy non intendeva dare un carattere politico, ma che suo malgrado, dice, lo è diventato. Inevitabile, quando si parla di israeliani e di palestinesi.

Diciannove anni dopo,  il figlio della coppia ebrea si sottopone agli esami clinici di routine per il servizio militare nell’IDF.  Una formalità, ma diventa lo snodo del destino quando il gruppo sanguigno rivela che non può essere il figlio naturale dei suoi genitori. Nel panico dell’evacuazione, spiega il direttore dell’ospedale alle due coppie, i neonati sono stati scambiati.

La vita che ciascuno dei due ha vissuto era destinata all’altro. Il piccolo palestinese è stato allevato con amore in buona famiglia di ebrei osservanti, che lo hanno chiamato Yusef.  Il bimbo ebreo è cresciuto nell’amore di una buona famiglia di arabi  musulmani, che lo hanno chiamato Yasin. Il trauma dei genitori,  lacerante per i padri, diventa smarrimento di sé per Yusef  e  Yasin.

Io. Io so, io penso, amo odio temo,  Io comprendo il mondo perché sono Io. Io mi conosco. Questa nostra usuale certezza si perde nei personaggi della storia;  nello smarrimento di sé ciascuno lascia emergere dapprima gli stereotipi che hanno modellato quel senso d’identità  che sta andando in pezzi.
Immensa potrebbe essere la devastazione, se fosse lasciato campo libero all’odio che s’intravede già esplodere fra i padri, che sono  figure speculari . Uno è ufficiale dell’IDF, pertanto simbolo vivente dell’occupazione e dell’oppressione, l’altro è un operaio dei territori occupati   costretto ad appendere al chiodo la sua laurea in ingegneria che le leggi  israeliane gli impediscono far valere.
Tacitamente, si intuisce,  ciascun membro delle famiglie cerca di dominare la pulsione d’odio e sarà questo a permettere  loro di “aprire il cuore” e lasciare che emerga il  loro nuovo Io.

Ci sono frasi pronunciate dai vari personaggi nel corso della storia che sono  espressione degli  stereotipi culturali che, progressivamente, si sgretolano per diventare, poi,   accettazione dell’alterità  e introiezione pacificatrice del vero.

L’altro non m’appartiene

La sorellina scopre  che Yusef  non è il suo “vero” fratello:Lo dobbiamo restituire?

L’altro è inconcepibile

Nabil, il figlio maggiore della coppia palestinese, ascoltando una lite fra i genitori scopre che essi nascondono un segreto riguardante  Yasin  Lo volete far sposare?”

Sono Io, ma  voi non mi riconoscete più

Yusef cerca conforto dal suo rabbino, ma scopre che l’esser ebrei è uno “stato” che si acquisisce  per via materna e poiché la sua madre naturale non lo è … Ma io voglio essere ebreo!”  “ Allora ti devi convertire…”

L’altro:  il nemico

Yusef  non si rassegna a lasciare andare l’abituale concezione di sé come ebreo Dovrei scambiare la mia  kippah con una cintura esplosiva?

Il nemico in me

Yasin trattiene fortemente l’identità palestinese da sempre considerata la sua naturale,  ma sente nascere in sé la consapevolezza di essere anche altro: un altro che è  il  nemico  occupante della sua terra  Sono il peggior nemico di me stesso, eppure mi devo amare”

Io e l’altro, a fianco

Yusuf e Yasin si volgono allo specchio che li riflette entrambi.  Guarda:  siamo Isacco e Ismaele, i due figli di Abramo”

Io e l’altro: noi

Yusuf, Yasin e Nabil, ormai sul punto di riconoscersi reciprocamente come persone al di là della definizione etnica e politica, una notte  vengono assaliti da una gang. Spunta un coltello, Yusuf  è gravemente ferito. Yasin, aspirante medico, riesce a trattenerlo  in  vita e  più tardi al suo capezzale  gli annuncia l’arrivo della sua famiglia.   Yusuf  lo guarda e sorride  “Quale?”

Epilogo

 Dalla corrispondenza fra Yasin a Parigi per studio e Yusuf a Tel Aviv:  “Tu che vivi la vita che mi era destinata, cerca di viverla bene”

Yusef e Yasin

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La regista  Lorraine Lévy:

Ai piedi del Muro che divide Israele e Palestina abbiamo girato la scena notturna con Pascal Elbé (l’interprete del padre di  Yusuf) che va a piedi alla ricerca del figlio. Erano le due del mattino e le luci e i rumori della troupe attiravano l’attenzione, al punto che abbiamo notato dei ragazzini palestinesi che erano riusciti a salire fino in cima al muro e, non so come, si tenevano in equilibrio per vedere cosa succedeva. Io ero impallidita: un muro ne richiama altri, inevitabilmente ,e mi venivano alla mente le immagini del muro di Berlino o, ancora più violente, quelle del Ghetto di Varsavia… Poi è arrivata la polizia israeliana e le riprese si sono di nuovo interrotte per i controlli…
A quel punto mi sono chiesta  dov’era il film: in quello che stavamo vivendo o in quello che stavamo raccontando? Sicuramente in entrambi. Yusef e Yasin incarnano la speranza delle nuove generazioni. I giovani che ho conosciuto da entrambe le parti non nutrono sentimenti di odio, ma aspirano alla vita normale degli uomini liberi. “

Amira Hass, la giornalista israeliana che ha scelto di vivere a Ramallah esprime l’identica considerazione, perché l’incontro individuale lascia più spazio alla libertà di “percepire” l’altro di quanto consenta la rigida immedesimazione in un ruolo.
Mi sono chiesta in altri post come Israele  istruisce i suoi soldati. Come riesce a  trasformare dei giovani che aspirano a una vita normale in macchine per angariare i Palestinesi ai check point o , al sicuro dentro un carro armato, lanciare razzi contro un coetaneo armato di pietre.  Mi chiedo anche come sia stato possibile che ragazzi  Palestinesi si siano trasformati in bombe umane per  morire portando con sé il maggior numero di Israeliani.
La disperazione è all’origine di tutto. Disperati i soldati, disperati i manifestanti nell’evidenza che nulla cambia se non in peggio.
La Terra Santa delle religioni monoteiste è malata di disperazione e di tristezza. Quanto ancora prima che inizi la guarigione? Prima che quell’ombelico del mondo non sia più campo di battaglia di stati più potenti? Potenti  in quanto a  ipocrisia, innanzitutto.

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