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In una società innamorata del Successo, che fa di  “perdente” una squalifica totale della persona anziché la constatazione di un risultato, è rara la riflessione sul Fallimento. La società tecnologica dell’illusione promette varie vie di fuga, ma c’è un prezzo psicologico: una crescente diffusa infelicità. Sottraendosi all’elaborazione cosciente, il Fallimento diventa un perturbante estraneo nella coscienza, anziché una prospettiva che di liberare dall’infantile unilateralità delle aspettative.

Quanto ti devo!/Mi hai elevato a un rango nuovo, lavandomi con una spugna ruvida,/gettandomi nel mio vero campo di battaglia,/dandomi le armi che il trionfo abbandona./Mi hai condotto per mano all’unica acqua che mi riflette./ Grazie a te non conosco l’angoscia di recitare una parte,/
di conservare una posizione con la forza,/ di arrampicarsi con le proprie forze,/ di lottare per un grado più elevato,/di gonfiarsi fino a scoppiare./ Mi hai fatto umile, silenzioso e ribelle./ Non ti canto per quello che sei, ma per quello che mi hai impedito/ di diventare. Per non avermi dato una diversa vita. /Per avermi dato dei limiti./ Mi hai offerto solo nudità./ Certo, mi hai insegnato con durezza, e tu stesso mi hai dato il cauterio./ E tuttavia, mi hai dato anche la gioia di non temerti./ Grazie per avermi tolto spessore, in cambio di una scrittura densa./Grazie di avermi privato delle vanità./ Grazie per la ricchezza cui mi hai costretto./ Grazie per aver costruito la mia casa col fango./Grazie
per avermi tenuto in disparte./ Grazie.
Tratto da “Fallimento“, di Raphael Cadenas, De Falsas maniobras 1966

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Dalle statistiche di questo blog risulta che l’articolo  Perché le persone intelligenti tendono ad essere infelici  è quello che attrae maggior traffico dai motori di ricerca.
Partendo dalle osservazioni del sociologo canadese Bill Allin sull’inadeguatezza delle strutture nel coltivare l’intelligenza infantile, mi soffermavo sull’evasività del concetto stesso di intelligenza.  Si dovrebbe parlare, anziché di “quoziente intellettivo” misurabile con le stesse tecniche per ogni soggetto, di esplorazione delle modalità con cui l’intelligenza si applica, elabora, si esprime. Questo per l’ovvia constatazione ché i test del QI risentono delle caratteristiche ed esigenze della società contemporanea. Finiscono, pertanto, per  individuare la forma d’intelligenza più atta a meglio soddisfare tali esigenze: supervalutano astrazione e velocità di elaborazione, sottovalutando ingegno pratico e l’immaginazione. 

Pur da tempo criticato dai filosofi, il metodo cartesiano ha ancora la sua influenza, banalizzata nella convinzione che emozioni, sentimenti, sensorialità siano d’intralcio alla luminosità dell’intelletto. In realtà è ormai provato il contrario.
In tal senso vanno le ricerche del neurobiologo Antonio Damasio, diventate note a partire dal saggio  L’errore di Cartesio del 1995,  nel quale analizza il caso estremo di un uomo che, in  seguito ad un incidente. aveva subito la distruzione di parti del cervello di una tale gravità da renderne stupefacente la sopravvivenza. Damasio ha dedotto dai successivi incrementi delle facoltà cognitive razionali  e dalla contemporanea perdita della capacità di deliberare e valutare le conseguenze, che il sentimento riveste importanza determinante nei processi intellettivi. 

Perchè il Successo non sopprime  l’Infelicità

In una società in cui l’analfabetismo è sconfitto, l’istruzione diffusa e i mezzi per pervenire alla cultura una possibilità largamente disponibile, non mancano i mezzi per avvicinarsi, almeno, alla felicità, se prendiamo per buona la definizione para-cartesiana d’intelligenza.
Come spiegare, dunque, la diffusa sensazione d’infelicità e il sospetto che essa derivi dall’intelligenza?
Tenendo presente sia questa definizione sia gli studi di Damasio, si può ipotizzare si sia verificato un diffuso vulnus emotivo. Può dipendere, questa ferita che fa soffrire, dall’aver modellato il valore intellettuale personale sul Successo?
Si teme il fallimento agli occhi degli altri, anche quando ad essi non è visibile. Sono innumerevoli le persone importanti, famose, applaudite o detentrici di un grande potere che crediamo felici, esse stesse si aspettano che sia naturale ricavarne felicità, tuttavia interiormente  avvertono la sensazione opposta. Occasionalmente le cronache raccontano l’esito tragico di una ben nascosta disperazione.
Il Successo, infatti, può essere tanto una sofferta amputazione di possibilità che una rincorsa verso altri traguardi, quasi che “quel” successo capace di rendere felici sia conseguibile domani. Attori inchiodati all’infinito a un personaggio interpretato magistralmente o scrittori stremati nel tentativo di doppiare il successo del primo best-seller  ve ne sono in quantità, ma anche nell’anonimato conosciamo vite vissute nel rimpianto di un attimo trionfante che non si è più ripetuto. 

Rimozione del Fallimento: inibizione della riflessione

Si dimentica che la possibilità di fallire è in ogni circostanza più elevata della possibilità che tutto – capacità mezzi casualità – armonizzi per creare il Successo. All’esistenza incombente del Fallimento si evita di pensare: porta male! Invece quello che sicuramente “porta male” è il non avere una visione complessiva dell’uno e dell’altro.
Un Fallimento, per quanto doloroso e totale nel momento, lascia la possibilità di cambiarsi e cambiare, provare diverse espressioni delle proprie capacità. Forse abbatte i sogni, ma semina saggezza. Possedere la visione complessiva di entrambi, Successo e Fallimento, non solamente come teorica ovvietà ma come un intimo sentire, equivale alla sana rappresentazione della realtà, esterna e interiore. In mancanza di questa visione realistica,  si scivola nell’ automatismo  del comportamento, degli obiettivi, delle aspettative oppure della visione di se stessi. In quest’ultimo caso, sotto l’influenza della rappresentazione mediatico-commerciale della vita, si cade nell’illusione collettiva trionfalistica. Si ritiene di “meritare il successo” perché lo si vuole.

Una rigidità che è già, piccola o grande, personale o sociale, una nevrosi, un trattenere nell’età adulta le fantasie di onnipotenza infantile. Non mancano esempi nei quali questa forma nevrotica diventa psicotica portando la persona ad emergere ed aggrapparsi all’ acquisito successo senza percezione delle conseguenze sugli altri e su di sé. Che cosa sono i dittatori e gli autocrati se non individui incapaci di concepire per se stessi la possibilità di fallire? 

L’infelicità nasce, molto probabilmente, non dalle insoddisfazioni nel corso dell’esistenza, ma dalla menomazione delle facoltà riflessive perché esse richiedono Tempo. Quel tempo che una società fondata sull’accelerazione non vuole consentire e che occorre conquistare con uno scatto individuale e volontario.

Ambiguità ed esagerazioni: è l’Isteria

Il più efficace mezzo per l’inibizione della riflessione è l’ Isteria. Inalberare un’opinione e aggrapparvisi come a un naufrago allo scoglio, scambiare la non comparazione di questa con il mutare degli eventi esterni e dello scorrere della propria vita può perfino venire magnificato come coerenza. Da cosa nascono le sanguinose faide secolari se non da un innesto isterico,se così si può dire,  in persone per altri versi razionali, comprensive e perfino buone con i loro “simili”?  

Tra le molte facce dell’Isteria vi è l’ambiguità nelle buone intenzioni. La “colpa e il perdono che tutto cancella” ne è un esempio.
Nel 1821 il Presidente James Monroe creò in Africa Liberia “per sanare l’ingiustizia dello schiavismo americano contro gli africani”, ciò mentre negli Stati Uniti la segregazione persisteva come prassi normale (e lo scopo meno strombazzato di Liberia fosse creare un nuovo mercato per i prodotti made in Usa).
Esempi più vicini a noi dell’irriflessiva ambiguità isterica che sfugge a un reale confronto con il Fallimento sono gli sconti di pena ai “pentiti” mafiosi e terroristi, i pubblici mea culpa della Chiesa per delle ingiustizie commesse nel Medio Evo, il cambiamento del nome di un partito, caduto il referente internazionale, per salvaguardare la carriera politica dei funzionari. Il rilievo mediatico del processo ai finanzieri del grande crack borsistico mondiale non è forse servito per ricominciare a inondare il mercato di titoli spazzatura? Fin troppo facile, poi, constatare nei quotidiani rapporti interpersonali la falsificazione sulle responsabilità: l’imputare ad altri le proprie sconfitte per sfuggire alla consapevolezza dei  propri  errori o dell’irrealtà delle aspettative. 

La “preferenza” per l’Iper-realtà 

Esagerazione isterica e ambiguità sono la caratteristica della comunicazione mediatica, anche nel descrivere, e spesso modellare, la vita politica. Suggestioni che promuovono l’irriflessività personale. Il risultato, nel collettivo e spesso nell’individuale condizione psicologica, è un continuo girotondo verbale che nulla trasforma nella sostanza e perpetua i problemi sullo sfondo di una scena planetaria sempre più preoccupante. 

Troppo presto dimenticato un saggio sulla Iper-realtà scritto negli anni ’70 da Umberto Eco, dopo aver visitato Las Vegas,  Disneyland e le ghost towns. Luoghi dell’Assolutamente Falso che coinvolge il visitatore inducendo la convinzione che il copiato sia la real thing: la cosa più vera del vero, quella più “reale”.   Si desidera –  scrive Eco – che il pubblico ammiri la perfezione del falso. “Disneyland ci dice che la natura falsificata risponde molto più alle nostre esigenze di sogno ad occhi aperti e quando si fa un viaggio nella natura vera, dove il capitano del battello avverte che è possibile sulle rive del fiume vedere i coccodrilli,  che poi non si vedono, si rischia di rimpiangere Disneyland dove gli animali selvaggi non si fanno pregare”.

Il Fallimento e … la decrescita dell’Infelicità

Certamente suona eccentrico affermare che recuperare l’effettiva coscienza del Fallimento sarebbe un evento psicologico salvifico. Se ciò è improbabile che si verifichi  a livello  collettivo dove i cambiamenti avvengono solitamente sotto la morsa di una costrizione imposta dalla necessità, è possibile a livello individuale alleviare la propria infelicità curando la menomazione della capacità autoriflessiva, per intravedere nelle occasioni definite fallimentari le possibilità che esse offrono per la conoscenza di sé, la  maturazione personale e i nuovi obiettivi, siano essi affettivi o pratici.

Rafael Cadenas
Rafael Cadenas

I versi in apertura sono tratti dalla poesia Fracaso che il poeta e saggista venezuelano, ormai ottuagenario, Raphael Cadenas ha dedicato proprio al Fallimento e alla crisi interiore che lo accompagna, quando si è capaci di percepirla. Può essere vissuta come disperata notte della psiche. O con la stessa gratitudine che si riserva a un Maestro, come l’anima dell’artista sa rendere intellegibile a tutti noi .

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