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Israele & Palestina. Colloqui di pace arrivati al prevedibile stop

21 dicembre 2013

mcc43 

21 dicembre: la Lega Araba appoggia la richiesta di Mahmoud Abbas e respinge il piano di pace, proposto da John Kerry, che prevede il dispiegamento di truppe israeliane sul confine orientale del futuro stato di Palestina.  La Lega Araba, sottolinea che la proposta  degli Stati Uniti “soddisfa le esigenze espansionistiche di Israele garantendole, con il pretesto della sicurezza, il persistente controllo della valle del Giordano”

I negoziati di pace erano ripresi in luglio dopo tre anni durante i quali Israele aveva alacremente portato avanti l’espansione degli insediamenti. Mesi di tira e molla che già in novembre avevano indotto la rappresentanza palestinese ad abbandonare il tavolo delle trattative, in occasione dell’annuncio israeliano del piano per la costruzione di diverse migliaia di nuove case per i coloni nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est. In totale 24.000 abitazioni.
Successivamente Benjamin Netanyahu (gran sostenitore della costruzione i nuovi insediamenti ) era intervenuto imponendo una battuta d’arresto al progetto e  affermando di “non averne avuto alcuna conoscenza preliminare”. Una dichiarazione palesemente non credibile, una mossa volta ad innervosire l’avversario e rallentare il dialogo.

Nel corso dell’anno Kerry  ha fatto almeno nove volte la spola fra la Kerry e NetanyahuWest Bank e Israele, fra Abbas e Netanyahu. Un attivismo volto -evidentemente – a tenere gli Israeliani dentro una trattativa a loro sgradita, con la prospettiva di una pace leonina.

Queste idee porteranno Kerry in un vicolo cieco e al fallimento totale perché sta trattando i nostri problemi con un elevato grado di indifferenza“, aveva dichiarato all’inizio di dicembre Yasser Abed Rabbo, un alto funzionario dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) riferendosi  appunto alla proposta di un controllo militare israeliano sulla valle del Giordano.

Mahmud Abbas ha fatto sapere, rifiutando questo piano, che sarebbe disposto ad accettare, in sostituzione, la presenza dei militari americani. Anche questa una dichiarazione formale, niente di più. Israele non accetterebbe, né è presumibile che Obama intenda infilarsi in prima persona dentro un  tale ginepraio.

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Che riprendano o no, che si concludano con un trattato di “pace” o un niente di fatto, questi colloqui sono stati finora soltanto una mossa per isolare ulteriormente Gaza.

Come si può parlare di “pace” fra Israele e Palestinesi  se al tavolo non era presente una rappresentanza di Gaza e dei Profughi?
Come si può restringere il concetto di Palestina alla sola Cusgiordania? Come si può dimenticare, e lasciare che Israele faccia finta di nulla, che il Tribunale  dei crimini di guerra ha condannato lo stato di Israele per genocidio? (vedere KLWCT sentenzia: Israele e Yaron colpevoli)
Prima di portare i Palestinesi di fronte ai negoziatori israeliani sarebbe necessario indurli a raccogliersi intorno ad un piano comune. Fino a che prevarranno le divergenze fra le leadership, quella che firmerà un accordo con Israele diverrà contemporaneamente il nemico per una parte del popolo Palestinese. 

Qualcosa si sta muovendo? Hamas da Gaza, per bocca del leader Ismail Haniyeh, ha proposto all’ANP e a Abu Mazen un incontro per discutere la costituzione di un governo palestinese di “consenso nazionale”.
Lo riferisce l’ufficio  stampa di Hamas, ripreso da Ansa. Secondo Haniyeh i palestinesi devono unire le proprie forze per far fronte “ai complotti di Israele” ed in particolare “per salvare Gerusalemme”.  La proposta sarebbe di un governo di sei mesi allo scopo di indire e portare a termine le elezioni. Non si sa se, o che cosa, abbia risposto Abu Mazen. Haniyeh ed Abu Mazen, però, si sono sentiti per telefono dopo l’eccezionale ondata di maltempo a proposito dei soccorsi necessari alla popolazione della Striscia.

Questi giorni a Gaza:

Gaza allagataAmira Hass “sempre a pagare il prezzo più alto è stata la Striscia di Gaza, una regione dove i disastri si susseguono senza fine. Alla vigilia della tempesta le forniture elettriche sono state ridotte al minimo (otto ore al giorno invece delle solite dodici o quattordici). Ma quando la tempesta è arrivata, il sistema di drenaggio era fuori uso. I campi profughi, i villaggi e i quartieri densamente popolati sono stati sommersi da almeno due metri d’acqua, e le case sono state evacuate usando le barche.

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