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Il sostegno a Israele è la “religione civile” dell’Occidente

21 marzo 2014

mcc43                                                                                                              Google+

Creano perplessità le quotidiane notizie delle tattiche vessatorie di Israele, stato che rivendica anche formalmente il suo essere ebraico, verso i Palestinesi, nei territori occupati, a Gaza, a Gerusalemme, anche sulla Spianata delle Moschee.

palestinese sotto i fucili Israele

Pregare Allah sotto i fucili israeliani

La sua politica è stata condannata  come genocidaria nel processo celebrato presso il Tribunale di coscienza di Kuala Lumpur. Non spiegano nulla  le squalifiche superficiali, come l’accusa di Sionismo, né le semplicistiche giustificazioni di autodifesa. Occorre comprendere l’origine culturale di un atteggiamento che, con l’andar del tempo, risulterà rovinoso per la stessa popolazione israeliana.

Il saggio dell’accademico e politologo Enzo Traverso intitolato “La fine della modernità ebraica” ha come sottotitolo “Dalla critica al potere”. Ciò lascia intuire che una profonda metamorfosi è avvenuta nel mondo culturale ebraico a partire dal 1791 quando la Costituente francese, votando il decreto che dichiarava “libero qualsiasi uomo vivente sul territorio francese, qualunque sia il suo colore”, poneva termine alla millenaria condizione di “popolo paria” per gli ebrei che, via via in ogni paese, ottennero la parità con gli altri cittadini.

La “modernità ebraica” si è realizzata come dialettica tra il popolo ebreo legalmente “emancipato” e il persistente antisemitismo nella società. Gli intellettuali ebrei svolsero una funzione critica e progressista che ha prodotto vette della cultura di tutti i tempi. Marx e Freud cambiarono radicalmente la visione dei rapporti dentro la società e l’immagine che l’uomo ha di se stesso, ma dagli anni ’30 del secolo scorso fino al termine della guerra mondiale gran parte di questa componente progressista e orientata a una visione cosmopolita si è trasferita dal cuore dell’Europa all’America. L’impoverimento europeo è stato l’arricchimento degli Stati Uniti, che iniziarono a prendere coscienza di sé come paese plurale, etnicamente e culturalmente. 

La “modernità ebraica”, scrive Traverso, è stata interrotta dalla Shoah. Dopo Auschwitz l’antisemitismo nelle società occidentali cessa di essere atteggiamento diffuso nel percepire l’alterità ebraica, ed è stata integrata nella coscienza storica europea provocando un effetto catartico. Ha eliminato l’antisemitismo dallo spazio pubblico, dalla vita politica, dalle amministrazioni statali, dalle istituzioni culturali ma – ed è l’aspetto cruciale – non ha prodotto il superamento delle tendenze all’esclusione d’intere comunità umane.

E’ scomparso, almeno nel dibattito colto, il concetto gerarchico delle etnie, ma è traslato alle specificità culturali e ,con perverso meccanismo sostitutivo, la scomparsa dell’antisemitismo classico ha individuato un nuovo popolo “paria”: gli arabi musulmani.
Banalmente presente dopo l’attacco alle Torri Gemelle, il meccanismo di esclusione l’Occidente l’aveva già esibito in Palestina con il riconoscimento dell’autoproclamato stato di Israele e il supporto nella prima guerra arabo-israeliana, pur nella contemporaneità delle uccisioni e forzate migrazioni del popolo autoctono di Palestina. Sarà solo con la Guerra fredda che l’Urss si schiererà in difesa della causa palestinese. La memoria della Shoah e il sostegno a Israele, scrive Traverso, sono diventati la nuova religione civile e dei diritti umani dell’Occidente e lo stato israeliano, il suo avamposto nel mondo arabo.

Due argomenti sono assenti dal comune discorrere.  

Si ignora l’evoluzione di Israele nei confronti della Shoah. Nei primi anni era volutamente rimossa dalla classe dirigente, perché estranea al “nuovo ebreo”, all’israeliano Muskeljude fiero e forte, un colono e un combattente. Verrà con il processo Eichmann il momento di riscatto e la Shoah diventerà in Israele ciò che già era per le classi dirigenti dell’Occidente. La motivazione alla base dell’esistenza dello stato come “risarcimento” dell’immensa tragedia subita. 

Infine si deve ricordare che coloro che presero possesso del territorio e vi crearono le strutture istituzionali, economiche, culturali e belliche erano degli europei, in gran parte tedeschi. In questi europei era connaturato l’atteggiamento colonialista,  ed era, per di più,  animato dalla rivalsa per il proprio passato nelle terre europee di provenienza. Sommando, in epoca successiva alla guerra, la tendenza a gerarchizzare le differenze culturali, questi “europei-ebrei/askenaziti” imposero ai sefarditi, gli ebrei dei paesi arabi, una vigorosa opera di de-arabizzazione.
In definitiva, il mondo ebraico ha perso il suo carattere cosmopolita e dalla diaspora americana sono emersi autentici pilastri dell’imperialismo Usa, mentre nel Medio Oriente gli ebrei israeliani lo mettono  concretamente in pratica. 

Potrà mai adottare Israele una visione diversa da quella in atto se l’intero occidente non si apre al riconoscimento e superamento del proprio carattere colonialista e delle proprie tendenze discriminatorie?

Ancora una volta nel corso della storia, nonostante la potenza evidente di uno stato militarizzato, dotato di armi nucleari e di vasto sostegno internazionale, gli ebrei – proprio per effetto dell’esistenza dello stato d’Israele – si trovano prossimi, ma non pienamente addentro, alla libera autodeterminazione. 

Il documento in pdf scorrevole che segue  è la ricostruzione dei punti salienti della modernità ebraica, la critica, fino al potere, lo stato d’Israele, sottesa a quanto esposto finora. 

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Per agevolare lettura e download  anche Lo stato di Israele e la fine della modernità ebraica

 

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