Le parole degli ALTRI, MEDIO ORIENTE

Israele e gli altri: prima e dopo il 2014

mcc43

Un articolo di Haaretz che non separa cittadini e governo, bensì li coinvolge nella medesima critica: la rimozione. Rimozione dell’essere dentro il Medio Oriente, del circostante che cambia, della tecnologia che trasforma il modo di combattere. E l’inerzia del non far pace e tuttavia non adeguarsi a inedite forme di guerra. Il senso profondo che pervade l’intero discorso ripropone lo choc di realtà che Benjamin Tammuz descrisse a proposito della guerra del Kippur e che è trascritto nel post: Israele e gli altri: prima e dopo il 1973.
La conclusione dell’articolo di Haaretz è la via da perseguire, è saggia, obiettiva, salvifica.

Rabin inspecting Yom Kippur war

Hamas, you’re bursting Israel’s bubble
Hamas, stai facendo scoppiare la bolla Israele

L’Israele d’inizio giugno era molto diverso da Israele di fine luglio. Non c’erano razzi che cadevano, non offensive di terra, nessun suono di sirene. Non  c’erano stati funerali di ragazzi o il raccapricciante spettacolo di bambini palestinesi morti.

Nella tranquillità della tarda primavera, si poteva credere che Israele fosse sicuro, Hamas era tenuto sotto controllo e il caos arabo era lontano. Si poteva vivere con l’illusione che il mondo israeliano fosse fatto di sushi, di Nasdaq e del “Grande Fratello” in tv. Con le nostre startup, le nostre App e le nostre aziende con il timbro d’approvazione OCSE, abbiamo goduto di quasi un decennio di relativa quiete. Tutto era cool. Una bolla.

Poi tre adolescenti sono stati uccisi . Un quarto adolescente è stato bruciato vivo. Forze oscure sono scoppiate dalle viscere della terra. Nel lento movimento di una tragedia inarrestabile, israeliani e palestinesi sono stati trascinati nel cuore delle tenebre.

Un primo sbarramento, un secondo, un terzo, un’ offensiva aerea, un’ incursione terrestre, i tunnel. Ben addestrati combattenti di Hamas spuntano da pozzi, tirano e scompaiono. Combattenti israeliani a Gaza, in zona Shujaiyeh, distruggono cose e restano uccisi. Il lancio di razzi che viola la sovranità israeliana. La massiccia rete di tunnel sotto Gaza. Più di 1.200 persone uccise nella Striscia.

La società è risoluta, il morale è alto e i nostri soldati sono straordinari, ma la nostra solida roccia – il nome ebraico per l’operazione Protective Edge – è stata improvvisamente esposta alle onde gigantesche di un fanatico Medio Oriente, la cui violenza sta diventando sempre più sofisticata.

L’abbiamo già vissuto – esattamente otto anni fa, nell’estate del 2006, quando le Forze di Difesa Israeliane non sono riuscite a sconfiggere Hezbollah in Libano e fermare il suo lancio di razzi. Avevamo guardato la minaccia negli occhi. Ci eravamo resi conto quanto sia pericolosa la combinazione di missili balistici, guerriglia e nemici nascosti fra i civili. Avevamo imparato che Israele non aveva alcuna risposta convincente per l’inedita sfida di un campo di battaglia asimmetrico.

Ma nei sette anni di vacche grasse dal 2007 ci siamo resi immemori di tutto quello che avevamo imparato durante la seconda guerra del Libano. Ci avevano detto che avevamo vinto. Ci siamo detti che tutto era “cool”, “grande.” Non abbiamo fatto la pace e non abbiamo seriamente preparando la guerra.

Poi è capitata Hamas nel 2014 e la bolla è scoppiata. La forza aerea, Iron Dome e il nostro high-tech ci hanno permesso di vivere. Ma ora abbiamo riscoperto che nonostante tutto stiamo ancora vivendo qui – nel mondo arabo, nella terra di Israele-Palestina. [ndr. 1]

Il significato strategico di questi eventi è che la sovranità israeliana è stata violata. Un paese il cui cielo è bucato, lo spazio aereo è poroso e dove gli abitanti devono correre nei rifugi, ha un problema. Un paese che non sa come fermare i razzi e i colpi sparati in centri abitati per tre settimane di seguito è un paese in difficoltà.

Aggiungete a questo i tunnel che hanno rotto il muro difensivo di Israele, e la nostra incapacità di ottenere una chiara vittoria nello scontro ravvicinato a Gaza. Davanti agli occhi stupiti dei nostri nemici e amici, la potenza regionale Israele non può con decisione sconfiggere una piccola, povera – ma senza paura – entità terrorista.

Tutto questo significa che stiamo tornando alla condizione di Israele. Per quattro decenni non eravamo stati esposti a una minaccia reale. Per tre decenni, non avevamo vissuto uno scenario di guerra terrestre. 

Gli ultimi anni sono stati piacevoli. Non abbiamo avuto bisogno della forza della generazione Yitzhak Rabin, della  generazione Ro’i Rotenberg 1956,  della generazione del generale di brigata Avigdor Kahalani. Non siamo riusciti a conservare l’attenzione e la sobrietà di David Ben-Gurion e dell’era Levi Eshkol. Noi non conserviamo le strutture ideologiche e statali necessarie a vivere in una realtà brutale.

Ora non c’è scelta. Dobbiamo smettere. Non c’è nessuna utilità nel tentativo di entrare a Gaza più profondamente, una mossa che potrebbe rivelarsi disastrosa. Ma quando il fuoco cesserà e ragazzi torneranno a casa, saremo costretti a guardare dritto in faccia  la condizione israeliana. Senza più la bolla tra noi, dovremo trovare una soluzione creativa per Gaza e un accordo di pace per la Cisgiordania. Dovremo rafforzare la capacità di Israele di difendersi contro i suoi nemici.

di   | Jul. 31, 2014 | 4:19 PM

 

nota – Il rendersi conto di vivere in M.O. invece di illudersi d’essere in qualche parte del mondo occidentale può diventare una fase molto critica per l’esistenza stessa dello stato – attuale –  d’Israele. Rimando all’articolo  Quanto è solido lo stato d’Israele?  “Per esistere, come stato, Israele deve essere una democrazia fiorente e prospera, nella quale i cittadini, pur vivendo in Medio Oriente, possano avere l’impressione di vivere in modo simile a quello di una qualsiasi grande città europea o americana.  Un’ impressione che persiste solo se c’è pace.

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