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La Corte Penale Internazionale, l’impunità d’Israele e la sete di Giustizia dei Palestinesi

11 agosto 2014

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Tra i sostenitori della causa Palestinese è generale una richiesta: denunciare Israele alla Corte Penale Internazionale. Si spera dalla Corte, ICC-CPI, un verdetto penale sull’illegalità dell’Occupazione dei Territori Palestinesi già riconosciuta con la Risoluzione 242  del Consiglio di Sicurezza nel 1967. Una richiesta che si fa pressante quando Gaza, la Striscia di terra sottoposta al blocco israeliano, diventa anche obiettivo dei bombardamenti dell’esercito d’Israele. #ICC4Israel è l’hashtag che corre in Twitter e Facebook.

Inoltre, Israele è già stata riconosciuta colpevole di genocidio dal tribunale morale della Malesia, KLWCT; una sentenza sulla quale i media hanno steso il consueto velo, ingiustificabile nelle democrazie della UE e negli Stati Uniti. Se finora il procedimento contro Israele alla Corte dell’Aja non ha avuto inizio, non si può imputarlo all’inerzia dei rappresentanti politici palestinesi. La questione è complessa a un tal grado da potersi definire, manzonianamente, una vicenda  da azzeccagarbugli. Cercheremo di schematizzare per fissare i punti principali dell’annosa questione legale.

Lo Statuto di Roma. Il documento, con testo definitivo del 1 luglio 2002, istituisce la Corte Penale Internazionale attribuendole la competenza per intervenire quando uno stato non abbia le capacità o la volontà di processare i presunti responsabili dei crimini che ricadonoMappa paesi che riconoscono Statuto di Roma sotto la sua giurisdizione sovranazionale. Si tratta di quelli correntemente definiti “crimini contro l’umanità” e nel testo  sono espressamente specificati il genocidio, l’aggressione e i crimini di guerra (ved. art.5 dello Statuto).

Gli Stati membri dell’ONU sono tenuti a riconoscerne la giurisdizione con la firma e la ratifica in Parlamento del trattato. Non  esiste sanzione per chi non aderisce, infatti non tutti i paesi lo hanno fatto, fra questi India, Cina, Israele., Russia, Usa. Assente anche la Palestina per l’ovvia ragione che nel 2002 non era uno stato; tuttavia, da art.12 dello Statuto medesimo, emerge uno spiraglio. Pur non essendo firmatario dello Statuto di Roma, il Governo di una nazione può riconoscere e accettare la giurisdizione della Corte relativamente a uno specifico reato.

Azioni intraprese dai Palestinesi

Dell’articolo 12 si è avvalsa Ramallah a gennaio 2009. Il Ministro della Giustizia, dopo i terribili 22 giorni dell’Operazione Piombo Fuso, ha presentato la dichiarazione di riconoscimento della giurisdizione della CPI in merito a crimini ricadenti sotto la sua giurisdizione, di cui, si legge nel testo (immagine in fondo al post), si riservava di fornire separatamente la documentazione. Crimini contro l’umanità commessi da Israele sul territorio palestinese dal 2002, data di istituzione della Corte. Quando le parti non sono firmatarie dello Statuto,  la Corte può procedere solamente se il caso le viene sottoposto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite  (cap. VII della Carta dell’ONU). L’Onu, di conseguenza, dispose sull’Operazione Piombo Fuso un’inchiesta tramite Amnesty International. Il documento finale, denominato Rapporto Goldstone, accertò pesanti responsabilità di Israele, ma a novembre 2009 l’Assemblea,  si può dire, se ne lavò le mani.

“ L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite oggi, con il voto registrato di 114 a favore, 18 contrari e 44 astensioni, ha approvato una risoluzione che dà a Israele e ai Palestinesi tre mesi per intraprendere “indipendenti, indagini credibili” sulle gravi violazioni dei diritti umani e umanitari internazionali commessi durante il conflitto a Gaza scoppiato a fine dicembre 2008 “

Il Rapporto prendeva il nome dal responsabile dell’inchiesta, Richard Goldstone, un giurista del Sud Africa di religione ebraica che venne fatto oggetto di accuse e minacce; alla fine la credibilità dell’accertamento dei fatti venne minata con la motivazione che non erano state sentite entrambe le parti in conflitto, essendosi rifiutata Israele di collaborare alle indagini. Nondimeno, la deludente risoluzione dell’Assemblea costituiva un indiretto riconoscimento al Governo Palestinese, cui si imponeva l’obbligo dell’indagine, del diritto di ricorrere alla Corte Penale; pertanto l’iniziativa intrapresa presso la Corte a gennaio 2009 non poteva essere qualificata come una semplice iniziativa personale dei ricorrenti. I riconoscimenti indiretti, tuttavia, non hanno efficacia pratica e l’ottenimento della giustizia per i Palestinesi è in fase di stallo.

 “Cos’è la Palestina?” chiede la Corte

Da gennaio 2009, data della lettera in cui la Palestina cercava di avvalersi dell’art.12 dello Statuto, la risposta della Corte si è fatta attendere fino al 2013. Dal documento riassuntivo delle attività dell’Ufficio del Procuratore Capo (prima  il molto discusso Luis Moreno Ocampo e dal 2012 Fatou Bensouda), leggibile in versione integrale dai pdf in francese  / inglese, si evince in estrema sintesi:

Nell’ aprile 2012  La Corte interpella l’Onu per sapere se la Palestina debba considerarsi o meno uno stato, onde definire se la lettera con cui veniva accettata nel 2009 la giurisdizione della Corte avesse il requisito per essere ritenuta valida,  dichiarandosi,  in tal caso,  disponibile a istruire il processo.

Dall’ Onu non risultano – a quanto mi è stato possibile comprendere – chiarimenti redatti in forma ufficiale.

Poi, a novembre 2012  l’Assemblea generale vota sulla domanda della Palestina di far parte delle Nazioni Unite, e le viene attribuita, con arzigogolata definizione , la condizione di “stato non membro osservatore”; la richiesta di essere riconosciuta membro a pieno titolo era stata respinta l’anno precedente in Consiglio di Sicurezza, con voto contrario degli Stati Uniti. Opinioni di giuristi davano per accertata la possibilità, con il passaggio da entità osservatrice a stato osservatore, di aderire ai vari organi internazionali, compresa la Corte Penale. La Corte è soddisfatta? No. Nel sopraccitato documento riassuntivo delle attività della Procura è scritto che, a seguito di questo nuovo status conferito,  la Procura ha riesaminato la richiesta palestinese del 2009 e concluso che esso “non invalida  il carattere non valido”  di quella richiesta.

Il ricorso per Gaza e l’Operazione Protective Edge

Durante i giorni terribili di questo nuovo conflitto il Ministro della Giustizia del Governo di unità nazionale,  Salim Al-Saqqa,   smentisce notizie di organi di stampa che riferivano dell’intenzione  del presidente Mahmoud Abbas di fare un passo indietro, e ribadisce che – nonostante le molte pressioni regionali e internazionali –  la denuncia per crimini contro l’umanità presentata contro Israele non verrà ritirata.  

Fatou Bensouda e Riad al-Malki

Fatou Bensouda, Procuratore CPI, e Riad Al-Malki, Ministro degli esteri della Palestina

Il 25 luglio, l’avvocato Gilles Devers sottopone alla Procura Generale una nuova denuncia motivata dall’operazione in corso su Gaza; corredata da una seconda dichiarazione di riconoscimento della giurisdizione della Corte. Denuncia rigettata. Il 5 agosto il Ministro degli Esteri, Riad al-Malki, è ricevuto dal Procuratore Fatou Bensouda, la quale rilascia un comunicato ufficiale 

“La Palestina non è uno Stato parte dello Statuto di Roma; né la Corte ha ricevuto alcun documento ufficiale dalla Palestina indicante l’accettazione della giurisdizione ICC o richiedente al Procuratore di aprire un’indagine sui presunti crimini, in seguito all’adozione della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (67/19) il 29 novembre 2012, che accorda Non -Member status di osservatore alla Palestina. Pertanto, la CPI non ha alcuna giurisdizione sui presunti crimini commessi sul territorio della Palestina.”

Per sommi capi:

fino alle sue dichiarazioni del 2013, la CPI non era in grado di comprendere se la Palestina fosse o meno uno stato. Durante questo nuovo attacco a Gaza, la Corte definisce la Palestina uno “stato” ma le imputa di non aver sottoscritto e ratificato lo Statuto di Roma.

L’occhio burocratico non vede. Non vede che nei due anni trascorsi da quella storica seduta dell’Assemblea Onu i Palestinesi hanno dovuto riallacciare rapporti di collaborazione fra le due entità – spaziali e politiche – di Cisgiordania e Gaza,  una spaccatura, questa, determinata più da eventi e contingenze esterni che dalla volontà popolare. L’orecchio burocratico non ode che il nuovo governo di unità nazionale da poco costituito ha il compito di portare a elezioni generali comuni fra le due realtà; e che solo da “quel” Parlamento che rappresenterà tutti i Palestinesi si potrà esigere la ratifica dello Statuto. Il “cuore” burocratico della Giustizia pratica  l’ingiustizia di non tener conto della realtà.

Vi sono, nell’area degli avversari dello stato palestinese, o in quella dei settari sostenitori stranieri, insinuazioni secondo le quali Abu Mazen non ha voluto la ratifica dello Statuto nel timore che Hamas stessa potesse essere accusata di crimini contro l’umanità, trascinando con sè le sorti dell’intera Palestina. In realtà reiterare come “terrorismo” l’azione difensiva che è portata avanti  dal braccio armato di Hamas, le brigate Ezzedine al Qassam, ma anche da altre formazioni quali il PIJ, jihad palestinese, delle Al-Quds Brigades, è un argomento di copertura. E’ il tentativo di delegittimare precisamente Abu Mazen  e tutti i suoi incessanti sforzi per stipulare trattati in luogo d’intraprendere resistenze armate, che non possono essere eterne e che entusiasmano soltanto quelli che combattono seduti in salotto. Mille miglia lontano da Gaza.

Il giorno 23 luglio scorso il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu ha disposto una nuova commissione d’inchiesta 

per indagare su tutte le violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, in particolare nella Striscia di Gaza occupata, nel contesto delle operazioni militari condotte dal 13 giugno 2014 sia prima, durante o dopo, per stabilire i fatti e le circostanze di tali violazioni e dei crimini perpetrati e di individuare i responsabili, di formulare raccomandazioni, in particolare sulle misure di responsabilità, tutto al fine di evitare e porre fine all’impunità e assicurare che i responsabili siano chiamati a risponderne, e sui modi e mezzi per proteggere i civili contro ulteriori attacchi.

Nell’attesa della prevedibilmente ostacolata inchiesta, non si può non notare che la Questione Palestinese viene incessantemente fatta ruotare su se stessa e ciò è tanto più disarmante del senso comune se si pensa che lo Stato di Israele ha rifiutato finora di rispettare 70 , settanta, Risoluzioni di Condanna dell’ ONU. 

Ed è lancinante comprendere che ciò a cui sono sottoposti i Palestinesi non è solo un ripetuto attacco bellico, ma una violenza strutturale connaturata alle istituzioni israeliane e portata avanti secondo decenni di precisa volontà politica, i cui effetti verranno pagati, oltre che nel presente, dalle prossime generazioni adulte.

aggiornamento: in attesa dell’esito dell’esame preliminare della Corte che dovrebbe ammettere definitivamente la Palestina alla Vorte Penale dall’1 aprile 2015 – vedere l’articolo della complicata questione

The ICC and Palestinian Consent

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La lettera di adesione del’Autorita’ Palestinese alla CPI-ICC  nel 2009 

Lettera Palestina a Corte Penale Internazionale 2009

  articoli Tag Palestina e Israele Live Operation Protective Edge     Google+

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