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Soldati del 1943: guerra, campo di concentramento e dopo 70 anni una medaglia

25 febbraio 2015

mcc43

internati militari germaniaLa Germania li chiamò “Internati Militari”.
Erano i soldati italiani che dopo l’8 settembre ebbero improvvisamente come nemico l’alleato del giorno prima. Presi prigionieri vennero avviati ai campi di concentramento del Reich.

Riconoscere lo status di prigionieri avrebbe significato applicare le norme previste dalla Convenzione di Ginevra e questo la Germania non volle farlo. Li trattò come macchine da lavoro, li sfruttò come schiavi senza diritti. Non si sa quanti soldati internati perirono di stenti, forse 50.000. Alcuni morirono durante il trasporto dal fronte della cattura al campo di concentramento. Altri tornarono e ricordano…

Settanta anni dopo:convivo con il ricordo
di chi non ce l’ha fatta

di Francesca Paciulli

La scrittura ordinata ed elegante è scolorita dal tempo. E’ solo una fotocopia, l’originale è custodito tra gli oggetti più cari, ma gli occhi lucidi di Luigi Tribolo sembrano non volersi staccare da quelle parole minuscole che, a distanza di settanta anni, conservano intatto il calore di un abbraccio. «E’ l’unica cartolina di mia madre che ricevetti durante i due anni di prigionia in Germania: i francesi potevano ricevere posta e persino pacchi, noi invece eravamo considerati al pari di nessuno».

Quel “noi” si riferisce agli italiani, agli uomini della Guardia di Finanza, con cui l’allora ventenne Luigi Tribolo, piemontese, classe 1923, fu deportato.

Luigi Tribolo reduce campo concentramento

Luigi Tribolo

C’era anche lui, Luigi, il 27 gennaio a Palazzo Diotti a ritirare la Medaglia d’Onore concessa con decreto del Presidente della Repubblica ai cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti. «Meglio tardi che mai – commenta con una punta di ironia -. Era davvero necessario che passassero settanta anni per riconoscere quel che ci è successo? E, difatti, dei quindici insigniti della Medaglia sono stato l’unico a poterla ritirare sulle mie gambe». E a poter ripercorrere un calvario iniziato il 16 agosto 1943 in Albania dove Tribolo era appena arrivato dall’Italia con un battaglione mobilitato.

«Arrivavamo dall’Italia dove si soffriva la fame – racconta – e quei primi giorni in Albania sembravano quasi un sogno con quel delizioso pane bianco. Una sosta pacifica di breve durata: pochi giorni dopo arrivarono i tedeschi e ci deportarono in Germania, a Treviri, in un campo di smistamento con altre migliaia di prigionieri che quotidianamente venivano sottoposti a estenuanti interrogatori».

Una settimana dopo, Tribolo conosce la sua destinazione: diviso dai compagni, viene trasferito a Remscheid in internati militari italiani germaniaWestfalia, dove ogni mattina, dopo chilometri di cammino, si reca a lavorare allo stabilimento metallurgico della Segenfabrik Ohler. «Di sera rientravano esausti alle baracche in condizioni agghiaccianti – ricorda –. Cinque piani di cuccette di legno grezzo con pagliericci per materassi e due bidoni per i bisogni corporali: questo era l’arredo del nostro campo che, ad una certa ora, veniva chiuso dall’esterno con i lucchetti». Era una lotta quotidiana con il freddo. «Ci vestivamo con dei sacchi in cui facevamo buchi per la testa e le braccia» e con i morsi della fame «Il cibo veniva distribuito la sera: una fettina di pane duro e nero, e pochi grammi di margarina. Di giorno in fabbrica, durante l’intervallo, frugavamo nella spazzatura alla ricerca di qualche buccia di patata».

Giorni durissimi e per molti dei suoi compagni letali. «Ricordo tre cari amici: Davoli, Nardò e Marsilio. Avevano fisici impotenti e gli stenti gli furono fatali». Lo sguardo di Luigi si rasserena solo quando rievoca il giorno della Liberazione, il 15 aprile 1945. «Non credevo ai miei occhi quando uscendo sulla piazza del campo, vidi un’autoblinda americana. Il giorno dopo arrivarono anche le truppe appiedate, sequestrarono gli automezzi tedeschi e facendoci da scorta ci portarono nelle campagne a prelevare quel che ci occorreva per il primo sostentamento. Andammo avanti con queste razzie fino ad agosto inoltrato quando passando per il Brennero, rientrai finalmente in Italia: pesavo 37 chili e ricordo come fosse oggi l’incontro a Saluzzo con mia madre, l’incredulità mista a gioia nel suo sguardo».

Ed è a questo punto che la storia di Tribolo, si lega a Sesto San Giovanni. «Dalla legione del Piemonte dove ero di stanza mi assegnarono come nuova destinazione la città di Milano. E nel ’45 arrivai a Sesto San Giovanni». In quel periodo Tribolo decide di tentare l’esame alla scuola di Roma per fare carriera ma qualcosa lo fa desistere. «Una scelta di cui ancora oggi mi pento – sospira –. Scaduta la ferma, mi congedai e trovai lavoro alla Falck (dove rimarrà per 38 anni, ndr), come assistente al caporeparto. Un buon posto, per carità, ma il mio destino, oggi lo so, era la carriera in Finanza».

Nel frattempo Luigi sposa la sua Adriana,  diventa papà di Daniela e trova in Sesto San Giovanni una accogliente città di adozione. «Ho sempre vissuto in questa zona della città – mi spiega sfidando il rigore dell’inverno senza cappotto sul balcone che dà sulla caserma dei vigili del fuoco –. Questo è un po’ il mio nido. Mio e di mia moglie che purtroppo da qualche tempo è malata».

Un nido nel quale di notte, di tanto in tanto, ancora sfilano i volti di chi non c’è più. «Si chiamava Trivelli, era abruzzese. Dall’Albania, abbiamo fatto il viaggio sui carri piombati come due fratelli, sempre pronti a sostenerci. Io Tribolo, lui Trivelli, nei sorteggi al campo eravamo sempre insieme. Poi ad un  certo momento, a Remscheid, l’ho perso di vista e di lui non ho più saputo niente. Per anni mi sono chiesto: sarà vivo?».  Una domanda che non ha mai ricevuto risposta. E che ancora oggi di tanto in tanto gli tiene compagnia. 

 

 

Articolo tratto dallo Specchio di Sesto n. 2 del 21 febbraio 2015
(www.specchiosesto.it)

 

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