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Il ritorno di John Cantlie in Dabiq: le ambiguità dell’Occidente

19 novembre 2015

mcc43

John Cantlie, dopo l’assenza nelle due ultime edizioni, torna nel magazine dello Stato islamico, Dabiq12 pubblicato il 18 novembre, con un articolo intitolato  The Paradigm Shift /II. La prima parte era comparsa in Dabiq8, del mese di marzo, alla quale si può risalire da questo link .

 

Scriveva allora Cantlie: “Per quanto scomodo possa essere per molti in Occidente, ci sono poche ragioni per cui lo Stato Islamico non debba essere considerato uno stato. Gli stati possono nascere in giorni, in ore durante un colpo di stato, o nei minuti in cui si appone la firma sotto un documento. Ha funzionato così per secoli. “.
Ora riprende l’argomento dal punto di vista del lungo tempo  che fu necessario ai nuovi stati nati in modo indipendente per essere riconosciuti sul piano internazionale, e cita il politologo americano Stephen M. Walt“L’Europa ha rifiutato di riconoscere formalmente l’Unione Sovietica per anni dopo la rivoluzione del 1917, gli Stati Uniti non l’hanno fatto fino al 1933. Allo stesso modo, l’America non ha stabilito relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese fino al 1979, circa 30 anni dopo la sua fondazione.”

A John Cantlie – ostaggio britannico dimenticato dalla patria e costretto alla sua solitaria lotta per la  sopravvivenza –  lo Stato Islamico delega il compito di esplicitare la propria strategia a lungo termine: il riconoscimento internazionale di uno stato sunnita totalitario su territori tuttora considerati parte di Iraq e Siria.  La redazione di Dabiq si riserva tutto il resto: gli aspetti dottrinali didattici, il trionfalismo per gli attentati riusciti , anche la foto della lattina di Schweppes riempita di TNT che ha fatto esplodere l’aereo russo in Sinai, le minacce di attentati futuri, la celebrazione dei “martiri”, il vanto per il crescente numero di “province” affiliate e, non ultimo, la denuncia dell’organizzazione rivale Al Nusra come servile dell’occidente e ingannatrice della comunità islamica (Oumma)  nella quale vuole introdurre criteri come il relativismo, i diritti umani, il nazionalismo e così via. 

Non credo sia difficile immaginare quanto deve costare psicologicamente a Cantlie restare in equilibrio sul filo: comunicare la realtà dell’esistenza dello Stato Islamico, ormai sempre più constatata da analisti occidentali, esporre gli aspetti crudeli del totalitarismo, senza poter proferire quella condanna che la sua provenienza culturale e l’esistenza vissuta fino alla cattura vorrebbero gridare.
Interpreta questo compito in un modo simile a quello dell’amicus curiae, il conoscitore di una questione che la delucida affinché altri che ne hanno il compito possano emettere un verdetto . Così è quando elenca fra le opzioni dello Stato Islamico, qualora l’Occidente non mutasse atteggiamento, anche un attentato di straordinarie dimensioni in luogo iconico, come Manhattan.

Parti salienti di Paradigm Shift/II
Cantlie Dabiq12

  • Perchè è sorto lo Stato Islamico

L’area del Golfo è in subbuglio. I paesi sono  divisi dalle differenze religiose,  frazionati da antiche faide  tribali. “Il Medio Oriente è a pezzi, arrabbiato e talmente disfunzionale che fa categoria a sé, e dà un signicato nuovo alla locuzione senza speranza” aveva scritto l’esperto di politica estera  Aaron David Miller dopo  l’11 settembre. “E ‘così lacerato e spezzato da odi e scontri settari, politici e religiosi, che sembra essere oltre la capacità di un soggetto esterno porvi rimedio.”
Precisamente per questo motivo lo Stato Islamico è sorto così impetuosamente in tale breve lasso di tempo. C’è solo una setta qui, è sunnita, il Califfo può essere solo da una tribù, Quraysh. Qui nel Califfato, non c’è spazio per il pluralismo.”

Cantlie sa bene quanto la negazione del pluralismo suoni barbaro alle nostre orecchie, ma ci vuole anche ricordare: proprio tutte le orecchie inorridiscono?

  • Iato fra propaganda politica anti-isis  e visioni di analisti e operatori

In un articolo pubblicato su The Telegraph l’8 giugno, Ruth Sherlock  [ndr. vedere why-business-is-booming-under-islamic-state-one-year-on-telegraph.pdf]  scrisse: “I jihadisti sono diventati esigenti burocrati: impongono tasse [si riferisce alla Zakah], pagano stipendi fissi, impongono leggi e prassi commerciali [si riferisce al divieto di transazioni haram] nel tentativo di creare una sana economia,  molti uomini d’affari siriani vedono ISIS come unica opzione se lo confrontano con l’anarchia che regna nelle aree controllate dai ribelli, compresi i gruppi sostenuti dall’occidente”.
Questo è un ben diverso dalla barbarie generalmente chiamata in causa per dipingere Stato Islamico e  perpetuarne quell’immagine di entità malvagia conveniente alle propagande governative.

Che altro, Ruth? “I medici e gli ingegneri, in particolare quelle che gestiscono i giacimenti sotto controllo ISIS,  sono pagati profumatamente – almeno il doppio, e spesso diverse volte gli stipendi offerti in altre parti del Paese”. E continua “Le aziende stanno scegliendo di spostare la loro industria in aree ISIS”.
Non sono io a dire queste cose: le scrive uno dei “migliori” giornali nel Regno Unito.

[..] Nel New York Times del 21 luglio, Tim Arango [ndr. vedere ISIS Transforming Into Functioning State That Uses Terror as Tool  ] ha scritto: “Lo Stato islamico ha superato i corrotti governi siriano e iracheno ed è instradato, lo dicono  residenti e esperti. Si può viaggiare da Raqqa a Mosul, e nessuno oserà fermarti, anche se hai con te un milione di di dollari ” dice Bilal, che vive a Raqqa, capitale de facto dello Stato islamico in Siria. ‘Nessuno avrebbe il coraggio di prenderti neanche  un dollaro.”
Arango continua dicendo che lo Stato islamico sta mettendo in atto misure che disciplinano, tra cui carte d’identità per i residenti, promulga linee guida dell’attività di pesca per preservarne la continuità, impone alle auto kit di strumenti per le emergenze e, naturalmente, impone di seguire la Shari’ah alla lettera. “Il proprietario di un negozio a Raqqa dice ‘Qui c’è l’attuazione delle regole di Dio. L’assassino viene ucciso. L’adultero è lapidato. Il ladro ha la mano tagliata”.

Stephen M. Walt, docente di affari internazionali ad Harvard, citato nello stesso articolo, ha dichiarato ” Penso che non ci sia alcun altro modo di  guardarlo che come un rivoluzionario state-building”. Rivoluzionaria costruzione di uno stato? Non suona proprio per niente come “gruppo” terrorista.

I vocaboli più usati per descrivere l’ISIS sono funzionali a far approvare alle cittadinanze le politiche aggressive verso i “terroristi”, meno facile sarebbe verso uno stato, sia pure terrorista. Si usa, allo scopo, insistere su una nebulosa suggestione: la compattezza, focalizzando l’attenzione su Siria e Iraq, dimenticando le “province” in altre zone e con questo i governi occidentali si precludono quelle prassi destabilizzanti dall’interno che abitualmente sono messe in atto per abbattere regimi sgraditi. Si persegue unicamente la via militare che finora non ha indebolito l’Isis, e l’ha indotta a un’ampliamento della tattica del terrore al di fuori dei suoi confini. In due settimane: Beirut, l’aereo russo in Sinai, Parigi. Centinaia di morti, di feriti e un’Europa tormentata dall’ansia.
Cantlie  cita opinioni secondo le quali lo Stato Islamico soddisfa i requisiti per essere considerato uno stato [
ndr. sull’argomento vedere l’articolo Convenzione di Montevideo: l’Isis è uno stato?] torna a introdurre la parola “tregua”.

  • Le varie e non coordinate voci sul passaggio alla diplomazia 

L’Occidente dovrà continuare ostinatamente a lanciare bombe e blandire diversi gruppi sciiti nella zona uccidendo ancora per almeno un altro anno o due prima di una vera considerazione per il raggiungimento di una tregua. Ma è una prospettiva interessante che l’Occidente negozi con lo Stato islamico. E ‘davvero mai probabile che accada? Jonathan Powell era il capo negoziatore per l’Irlanda del Nord nel governo di Tony Blair e, il 12 agosto, ha parlato alla BBC su questo tema. “Se si vuole distruggere lo Stato islamico, non si è in grado di farlo dal cielo e nessuno in Occidente sembra pronto a mettere sul terreno le truppe.  Quindi non vi è alcuna strategia militare per distruggere ISIS. C’è bisogno di una strategia politica. A mio avviso, ciò comporterebbe parlare con loro. [… ] Abbiamo parlato con l’IRA, non perché avevano le armi, ma perché avevano un terzo del voto cattolico. Nei confronti di un gruppo senza alcun sostegno politico, come ad esempio Baad- er-Meinhof, non hai bisogno di negoziare perché non c’è al centro una questione politica. A me sembra probabile che vi sia una questione politica al centro qui in Siria e in Iraq. Secondo i conflitti che ho visto negli ultimi 30 anni , e se ISIS ha sostegno politico, allora si finirà per parlare con loro.” 

 

Tutti gli articoli su John Cantlie in questo blog. 

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