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Quale futuro in arrivo per la Tunisia?

4 marzo 2016
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mcc43

Tra bradisismi politici, minacce jihadiste e la vicinanza della Libia devastata sulla quale calerà l’intervento militare straniero, la Tunisia affronta un anno cruciale.

L’umore della società tunisina non somiglia a quello delle fasi celebrative dell’unica primavera araba non sfociata in un bagno di sangue. La Tunisia ha saputo creare istituzioni democratiche che hanno superato attentati a personalità politiche, una persistente diffidenza tra componente filo-religiosa e filo-laica e una grave crisi politica nel 2013

Il governo guidato dagli islamisiti di Ennahda e presieduto da Hamadi Jebali rassegna le dimissioni nel 2013; si forma un governo di tecnocrati; si vara la nuova costituzione e si torna a votare alla fine del 2014.
Guadagna il maggior numero di seggi “Appello alla Tunisia”, partito laico Nidāʾ Tūnus  di Beji C. Essesbi che assume la presidenza.
I voti non sono sufficienti per un monocolore, si forma un governo di coalizione con Ennahda e gruppi minori, presieduto da Habib Essid, al momento ancora in carica.

Le novità di queste ultime settimane, però, sono molte e pongono seri interrogativi.
L’ex presidente Moncef Marzouk, da vari mesi inquieto, si sfila in marzo insieme a un gruppo di parlamentari di Nida Tunus per creare il partito  Mouvement Projet Tunisie, che promette ai tunisini “una miglior qualità di vita”, ma fino al giorno 20 non sarà ufficializzata l’agenda politica.
Se i voti di Ennhada restano compatti non è certa un’immediata crisi di governo, però la defezione di Marzouk fa scendere i seggi di Nida Tunus da 86 a 58 e Ennahda, presieduto da Rachid Gannouchi, torna a essere il primo partito in parlamento  (69 seggi).

In politica internazionale si sta evidenziando qualche divergenza all’interno del governo: mentre il Ministro degli Interni Hedi Majdoub firma la risoluzione del GCC, Coordinamento dei Paesi del Golfo, che degrada gli Hezbollah libanesi a organizzazione terroristica, il ministro degli Esteri Khemaies Jhinaoui in una intervista televisiva afferma la sua contrarietà. Identica posizione viene assunta dalla storica UGTT, Unione generale tunisina del lavoro, una delle quattro componenti che hanno ricevuto il Nobel per la Pace conferito al paese nel 2015. Il Sindacato, sottolinea che Hezbollah rappresenta “il simbolo della lotta libanese contro Israele“.
Non è cosa da poco.  Significa una dicotomia nei confronti dell’Arabia Saudita, la quale influisce sfrontatamente sul Libano a sostegno del partito filo-occidentale di Saad Hariri per contrastare la convergenza di vari partiti su un candidato presidenziale che  è  gradito all’Iran e a Hezbollah, ma non ai Sauditi. 

Sono state chiuse le sedi diplomatiche in Libia, ambasciata a Tripoli e Consolato di Bengasi e già da febbraio il presidente Essesbi aveva sottolineato che l’intervento internazionale in Libia deve tener conto anche degli interessi dei paesi vicini. Successivamente, per bocca del ministro dei rapporti con il parlamento, Khalid Shaukat, è stato detto chiaramente che la Tunisia resterà fuori dalla missione militare, disponibile solamente ad attivarsi per gli aiuti umanitari. I cittadini già vedono allestire campi profughi con materiali inviati dall’Onu e centinaia di migliaia di libici rifugiati.

La vita politica e sociale della Tunisia post rivoluzionaria presenta due specifici handicap  in vista del normale funzionamento democratico. 
– All’Occidente sono invisi gli islamisti e il loro governo fu molto osteggiato anche dal FMI; una pressione illecita in quanto sono entrati in parlamento grazie ai voti degli elettori e non hanno mostrato tendenze a conservare il potere contro la volontà popolare.
Si descrive abitualmente la Tunisia come un paese laico anziché tener conto che l’influenza francese ha sì creato una componente tra gli intellettuali e la gente comune con questa impostazione ideologica, ma ciò non ha impoverito l’importanza della religione, anzi: l’atteggiamento internazionale ha avuto l’effetto di rinvigorire le frange radicali islamiste.

– Precisamente a questo si collega l’altro pesante handicap: nelle file dell’Isis i combattenti tunisini sono la presenza più numerosa fra gli stranieri; col turn-over dei combattenti essi tornano in patria, in dicembre ben 500, dalle zone di combattimento dell’Isis in Libia, Siria e Iraq. Esistono altresì frange jihadiste dell’interno, forti soprattutto nella zona montuosa di Djebel Chambi dove i miliziani si nascondono, ma nemmeno troppo.

chambi-boulaaba-tunisiaEssi sono fra quei monti, come in altre zone povere, dove lo stato è poco presente: scarsa la polizia, inefficiente la burocrazia. A Bolaaba, un centro poco distante da Kasserine, l’acqua è salina, solo ogni due settimane le autobotti portano quella potabile. L’illuminazione stradale è assente, le donne non si fidano ad uscire dopo il tramonto del sole, ma indossare il velo non è una regola, e la moschea non è nota come centro di radicalismo.
L’età media è bassissima, l’80% dei maschi giovani è senza alcuna entrata e al matrimonio accedono, sì e no, verso i 35 anni.

Dei 1800 abitanti solo 20 hanno un impiego stabile nella sanità e nell’amministrazione, gli altri se la cavano con la pastorizia e gli oliveti, ma anche si traffica con la droga e si fa il contrabbando dall’Algeria; qualcuno ammette di approvvigionare i miliziani delle montagne.  E’, in tutta evidenza, una zona d’incubazione del terrorismo ed è, quello, territorio di Ansar Al Sharia alleata di AlQaeda.

La Tunisia è diventata un target dell’Isis, basti ricordare l’attentato di novembre 2015 alle guardie presidenziali che ha ucciso 13 persone. Non sfugga la concomitanza con la preparazione della coalizione araba anti-Isis in cui stava entrando la Tunisia e che è stata annunciata pubblicamente da Ryad tre settimane dopo.

Perché la Tunisia è un target? Non avendo petrolio o risorse minerarie per finanziare lo Stato Islamico, resta l’ipotesi della tattica di allargamento dell’influenza territoriale. Mentre l’attenzione si concentra, e la deterrenza viene portata avanti, sulla Siria e l’Iraq, quanto più terreno viene perso in quelle zone, tanto più alto il numero di combattenti da inviare altrove.
L’attacco del 2 marzo a Ben Gardane ha visto i soldati tunisini combattere i miliziani Isis. E’ un esempio dell’infiltrazione, sebbene questo le autorità abbiano voluto negarlo; ma non si può dimenticare che il giorno precedente l’Isis aveva dovuto, almeno in parte, sgomberare dalla vicina Sabrata.

Che cosa fa la Tunisia per proteggere il paese?
brigade-antiterroriste-tunisie Accetta aiuti dalla Gran Bretagna : 20 unità militari per assistere nella lotta contro gli attraversamenti clandestini al confine con la Libia, dichiara il Ministro degli Esteri britannico Fallon.
Costruisce un “muro”: una barriera di sabbia lunga 250 km verso la Libia e riconferma lo stato d’emergenza per un altro mese.
Ha elaborato una strategia quadriennale relativa a immigrazione, integrazione sociale e lotta al terrorismo di cui non sono noti i dettagli, ma il governo conta soprattutto sulle informazioni della popolazione, tenendo conto che anche fra le forze di polizia e i militari è stata accertata la presenza di elementi in contatto con i terroristi.
E arruola, il governo arruola freneticamente i giovani, amplia le Brigate Antiterrorismo, il BAT, che sulla divisa inalberano la scritta “Police”… 

Tunisia la Dolce vive un periodo amaro e non sembra che i governi d’Occidente, dopo aver creato il disastro libico, abbiano fatto proprio il principio di precauzione. Perché il popolo tunisino continui ad amare la democrazia all’occidentale occorre dargli ciò che ha chiesto nel 2011, la richiesta basilare e rivoluzionaria di tutti i popoli: pane e lavoro. Altrimenti, libertà è solo flatus vocis. 

AGGIORNAMENTO 7 Marzo

Tunisia, brutto segnale. Terroristi attaccano caserma nella zona di Ben Guardane, 45 le vittime, compresi jihadisti. Non che sia una sorpresa ma azione avviene nonostante massiccia mobilitazione delle forze di sicurezza. Anche se è presto per dare giudizi, azzardo un paio di cose:
1) Jihadisti confermano grande dinamismo, sotto pressione in Libia, reagiscono su altro fronte. Cosa già vista in Siria-Iraq.
2) Tunisia deve stare molta attenta, le contromisure evidentemente non bastano.
3) Non sarei sorpreso se Isis tentasse di alzare il tiro in Tunisia

Revocati tutti i congedi dei militari e imposto turni di 12 ore.

***

articoli  di questo blog sulla Tunisia : https://mcc43.wordpress.com/tag/tunisia/

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5 commenti leave one →
  1. 4 marzo 2016 7:35 pm

    Che futuro…mah…io lo vedo abbastanza nero e non solo per la Tunisia. Libia, Siria…Egitto…Yemen tutti stati con situazioni problematiche.
    É chiaro che è facile così trovare persone disposte a far di tutto pur di mangiare…
    Ma poi gli aiuti alimentari o altro…arrivano dove devono? Per quanto tempo lì si può aiutare?

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    • 4 marzo 2016 7:55 pm

      già…. e va anche detto che molti che potrebbero aiutare il loro paese se ne vanno con i capitali. Le banche libiche sono senza liquidi (e consentono il ritiro di soli 70 euro secondo una certa cadenza..) perchè i fondi dei privati sono stati trasferiti..

      Liked by 1 persona

      • 4 marzo 2016 8:30 pm

        E certo mica i ricchi pensano di investire nel proprio paese….sono tutti uguali eh….

        Mi piace

  2. 5 marzo 2016 5:38 pm

    Non ti sembra strano che gli USA e l’Europa in generale parlino di Libia ed intervento in Libia come se i paesi circostanti no esistessero? A parte l’Egitto, la Tunisia e l’Algeria fanno sempre la figura delle comparse agli occhi dei “nostri” paesi occidentali, mentre non sono cosi’ irrilevanti…C’è da cambiare la mentalità, sempre un pò limitata a noi stessi. No?

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    • 5 marzo 2016 6:06 pm

      Il pubblico facilmente di concentra su quel che gli vien offerto, e dimentica tutto il resto. Eppure la parola globalizzazione si usa a ogni piè sospinto.
      Ma Usa e UE non dimenticano, intenzionalmente tacciono ai media, non ai governi. Ecco perchè la Tunisia dice chiaro che non vuole intervenire, e oggi gli fa ampiamente eco l’Algeria. Traduco alla veloce il ministro degli Esteri “Qualsiasi intervento militare in Libia crea ancora più distruzione e perdite di vite umane L’avventurismo non ha alcuna possibilità di successo per la risoluzione di questo problema, sia subito che a lungo termine. ”
      http://adiac-congo.com/content/libye-lalgerie-opposee-toute-intervention-militaire-internationale-46984

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