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Libia: tre Governi, l’Isis e altro

9 aprile 2016

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Dopo la creazione a tavolino del GNA, Governo di Accordo Nazionale, da parte dell’Onu nel mese di dicembre, mai votato dalle due assemblee in carica – il GNC di Tripoli e l’Hor di Tobruk –  e dopo che Ban ki Moon ha incontrato il premier designato  Fayez al-Serraj in Tunisia per indurlo a trasferire il governo fantasma in Libia – passo ostacolato dal Governo di salvezza nazionale di Tripoli che il giorno designato chiude l’aeroporto costringendo Serraj e alcuni ministri ad arrivare via mare su una fregata italiana e con scorta internazionale –  il nuovo governo di unità dal 30 marzo  è finalmente in Libia.

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Fayez al-Serraj e alcuni membri del GNA

Da quella data il crogiolo di forze rivali o temporaneamente alleate ribolle. In data 9 aprile a livello delle Istituzioni esistono 3 governi, 1 Consiglio di Stato formato a Tripoli da membri del GNA e 1 altro Consiglio di Stato in formazione da parte di 94 deputati dell’Hor di Tobruk che, a questo scopo, si riuniranno a Bengasi. Presenze armate sul terreno: il generale Khalifa Haftar, che ufficialmente combatte l’Isis e in pratica distrugge Bengasi, e l’Isis stessa che, secondo gli Stati Uniti, nell’ultimo anno ha raddoppiato i suoi effettivi.
Gli eventi che nelle ultime due settimane hanno condotto a questa situazione sono esposti, con ordine e senza inutile enfasi, da Theodore Karasik nell’articolo di  Al-Arabiya (06/04/2016) che riporto integralmente, come verificata e credibile base per comprendere gli eventi a venire.

Testo in italiano pubblicato da Arabpress, traduzione e sintesi di Irene Capiferri

Mentre il governo di accordo nazionale libico tenta di stabilirsi a Tripoli, la Libia continua a vacillare tra una crisi e l’altra. Dopo il fallimentare duplice governo costituito dal Consiglio generale nazionale (GNC) a Tripoli (Tripolitania) e dalla Casa dei rappresentanti a Tobruk (Cirenaica), si tenta la transizione ad un unico governo, ma nel frattempo Daesh in Libia si rafforza, e nel Paese manca sufficiente unanimità riguardo l’unità. Il GNA sta collaborando con una parte del GNC, il quale si è distaccato dal GNA nonostante l’accordo politico del dicembre 2015. Si noti però che i 73 membri del GNC che supportano Serraj, primo ministro del GNA, sono in realtà sostenitori dell’ex brigataLybia Dawn, composta da Fratelli Musulmani ed ex combattenti di gruppi islamici o di Al-Qaeda! Come Serraj, essi vogliono solo una cosa: il congelamento dei beni libici all’estero. A Tripoli e a Misurata graffiti e striscioni anti-GNC stanno iniziando a comparire, eppure Serraj ha bisogno del supporto delle milizie in Tripolitania, soprattutto quelle di Misurata e di Zintan. Misurata sembra sostenerlo; potrebbe poi essere una buona notizia per il GNA lo scambio di prigionieri che la milizia ha compiuto con Zintan. Fuori da Tripoli, l’Unione dei comuni del sud, con sede a Jufrah, sta sostenendo Serraj per ora.

Tuttavia, l’ingresso del GNA, spinto dalle Nazioni Unite, sta aizzando varie tribù, fazioni e gruppi di interesse contro Serraj. La fazione cirenaica ha tre opzioni: continuare la campagna contro Daesh, optare per un confronto che molti temono violento a Tripoli, o attendere che il GNA cominci a spaccarsi a causa delle forze centrifughe, e approfittare del caos. Il tempo ci darà la risposta, ma intanto in Libia Daesh è sempre più forte. Ha raggiunto quasi 10 000 combattenti e occupando parte della costa può importare più combattenti dal Levante e arricchirsi con il contrabbando. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche, alle piste di atterraggio, alla sicurezza e alla polizia, aiutano a costruire il potere di Daesh.

Sebbene l’occidente ritenga che il GNA possa affrontare Daesh, le faglie a livello politico sono dannose; Daesh ne è consapevole e cerca di approfittare del vuoto. Qui sta il dilemma: mentre l’Occidente cerca l’approvazione del GNA per un intervento aperto dopo che Serraj e le Nazioni Unite avranno terminato il loro esperimento di stabilire un governo unico, i libici anti-GNA sono contrari ad un intervento internazionale palese, preferiscono che proseguano il supporto “segreto” del Regno Unito e delle forze speciali statunitensi e l’arrivo delle armi egiziane. Per il dispiacere di alcuni libici, i droni e gli aerei europei e statunitensi stanno prendendo di mira Daesh nel nord del Paese, dove si trova la storia culturale libica. Dal punto di vista degli estremisti, più si distrugge meglio è. Molti libici non ritengono che il GNA possa costituire una risposta per fermare Daesh, ma non ritengono un’idea migliore nemmeno un conclamato intervento internazionale. Dal punto di vista della Libia, l’Europa meridionale si concentra solo sui migranti, l’energia, e il terrorismo, e non guarda alla situazione dei libici che potrebbero finire per soffrire proprio come le altre vittime della guerra nel Levante, mentre la spaccatura del paese si allarga.

Testo originale: The endless cycle that is Libya in Al-Arabya

Theodore-Karasik-al-arabiya

Theodore Karasik

As the Government of National Accord (GNA) tries to set up its government in Tripoli, Libya continues to lurch from crisis to crisis. We are observing the uneven, hypothetical transition from a two government debacle- represented by the General National Council (GNC) in Tripoli (Tripolitania) and the House of Representatives in Tobruk (Cyrenaica) – to one government.

This endless cycle is benefiting the Islamic State of Iraq and Syria (ISIS) in Libya. The country continues to fracture because there is no lasting unanimity on the ground regarding a unified Libya. GNA Prime Minister Fayyez Serraj and his colleagues face a mixed environment even in their slated capital Tripoli.

The GNA is emerging from the Abu Seta naval base to now collude with a bloc of the GNC who literally split itself from the GNA without following the process set forth by the December 2015 Libyan Political Agreement.

It should be noted that the 73 GNC members – out of 200 – who threw their support to Serraj are known as the Wefaq Bloc and are, in reality, supporters of the former Libya Dawn brigade, which consists of Muslim Brotherhood and former Libyan Islamic Fighters Group, or Al-Qaeda. Back to square one!

Serraj and his 73 former GNC cronies want one thing, and one thing only – frozen Libyan assets abroad. But all is not normal: Throughout Tripoli and Misrata anti GNA graffiti and banners are beginning to appear.

Yet Serraj needs support from the militias in Tripolitania, especially the Misratans and Zintanians, if he is to get a grip on the situation. The Misratans, whose business acumen is legendary, seem to be supporting him.

Potential good news for the GNA is that a prisoner swap occurred with Misrata, exchanging 16 members of the Magarha tribe – including Commander Mohamed bin Nael – for six of its own held in Zintan. Outside Tripoli, the Union of Southern Municipalities, centered in Jufrah, is supporting the GNA for now.

However, the GNA’s entry – pushed with U.N. support – is galvanizing various tribes, factions and interest groups against Serraj. In Cyrenaica, General Khalifa Haftar is being deluged by political and military supporters, including a faction from the Petroleum Facilities Guard, to rally around the East in a show of regionalist fervor against the Serraj government.

The Cyrenaica faction has three options: Continue the campaign against ISIS, as demonstrated in Benghazi; go for a confrontation that many observers have been fearing with a clash in Tripoli; or wait until the GNA begins to split from centrifugal forces over money and power, and take advantage of the chaos. Time will tell.

ISIS in Libya is growing stronger – close to 10,000 fighters – and occupies prime coastal real estate that helps it import more fighters from the Levant, and aids its illicit economy via smuggling and crime. Attacks on energy infrastructure, airstrips, security and police, and other acts such as implementing their warped version of sharia law, help build ISIS’s momentum and prowess.

Consequently, last month it assaulted several Tunisian border cities and towns. These probes are a hallmark of ISIS’s strategy, learned from the battlefields of the Levant, where the extremists thrive on local grievances and tribal networks and their discontent.

Although the West sees the GNA as the gateway government to deal with ISIS in Libya, political fault lines are detrimental to that plan. ISIS knows this, and seeks to take advantage of the vacuum. It also knows, from Palymra in Syria, that attacking UNESCO world-heritage sites can earn the ire of the international community.

Libya has five such sites, including Cyrene, a Greek colony founded in 631 BC; Leptis Magna, the Roman seat of power in North Africa; Tadrart Acacus, with prehistoric rock art dating from 12,000 BC to 100 AD; and Ghadames, one of the oldest pre-Saharan cities still in existence. These sites are all on the chopping block, from ISIS’s point of view.

Here lies the conundrum: While the West seeks GNA approval for open intervention after Serraj and the United Nations finish their experiment in establishing full governance over Libya, anti-GNA Libyans do not want overt international intervention. They want the not-so-covert support of UK and US Special Forces, and Egyptian weapons, to continue.

To the chagrin of some Libyans, U.S. and European drones and fighter jets are targeting ISIS in the north of the country, where Libya’s cultural history lies. This coastline is probably the richest resource of undiscovered archaeology in the Mediterranean. From the extremists’ point of view, the more destruction the better since it fits their narrative of erasing history.

For many Libyans, the Serraj government is not the final answer; the GNA is at best a band aid on a political problem, where instead a tourniquet is required from within to stem ISIS. The GNA may simply not be up to the task, but neither is full-blown international invention the best idea either.

From the Libyan perspective, Southern Europe is only focusing on migrants, energy, and terrorism, and not the bigger picture of the plight of Libyans themselves who may very well end up suffering just as other victims of warfare in the Levant as Libya’s cleavage widens.

Theodore Karasik scrive per Al-Arabiya ed è analista di geopolitica, esperto in Medio Oriente, Russia, Caucaso.

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