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Egitto: uccidere per Giulio Regeni

21 aprile 2016

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Accade che dei cittadini italiani vengano uccisi da governi stranieri, ma la reazione dell’Italia non è sempre la stessa. Giovanni Lo Porto cadde vittima di un drone americano. “Accidentalmente” è l’avverbio che copre la mancata liberazione, la mancata informazione dell’attacco ai jihadisti che lo detenevano, la mancata precauzione di appurare che nel sito attaccato non vi fossero innocenti. Bastarono le scuse di Obama.  Silvano Trevisan è stato ucciso in Nigeria nel 2013, non si è mai potuto sapere se dai terroristi [a detta di Site, il sito di Rita Katz che ha il monopolio delle informazioni sulle attività Jihadiste, se ne assunsero la responsabilità] in risposta a un blitz inglese e nigeriano per la liberazione degli ostaggi. Oppure se ucciso dagli stessi  SAS inglesi in un fallito tentativo, di cui non avevano avvisato l’Italia. Italia che subito ha adottato come versione ufficiale: il blitz non è mai avvenuto. 

Giulio è stato trovato cadavere in Egitto dopo una scomparsa di alcuni giorni. Da quel momento è iniziata una virale campagna “Verità per Regeni” nella quale i media si sono distinti fin dal primo momento nella raccolta di  dichiarazioni da chiunque volesse farne alimentando l’idea che, viste le contraddizioni, fossero le autorità egiziane ad aver motivo di nascondere la verità perchè colpevoli. Il  governo italiano esercita pressioni e avanza richieste contrarie alla costituzione egiziana, ma anche al più banale concetto di privacy, ritira l’ambasciatore, promette misteriose risposte proporzionali.
Che esistano degli aventi profitto a rovinare i rapporti  fra i due paesi vien detto sottovoce, perchè si punta all’emozione e Giulio è immortalato come un giovanotto sorridente e spettinato che abbraccia teneramente un gattino.

Che cosa provoca questa pressione emotiva in un paese dove dell’ordine pubblico si occupa una polizia senza controllo assistita da teppisti? Un paese dove ormai chi ha funzioni pubbliche, o semplicemente gode di uno status di borghese, preferisce girare armato. Dove un poliziotto spara a un barista perché il tè è troppo caro, dove un funzionario di polizia incendia l’auto di un giudice e la cosa finisce in uno scontro a fuoco con due feriti.... 


A un paese così, se si vuole arrivare a trovare la verità, occorre dare aiuto investigativo e tempo, affinché nell’ansia di tacitare l’Italia, l’Italia stessa non diventi inconsapevole complice di altri omicidi.

La storia di Rasha Tareq
e di una famiglia sterminata 

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Rasha Tarek, con il padre e il marito uccisi dalla polizia egiziana per offrire all’Italia dei colpevoli dell’assassinio di Giulio Regeni

rif. articolo CNN

Era ancora buio quando Rasha Tarek ha visto suo marito Salah per l’ultima volta. Lui si era alzato all’alba del 24 marzo per andare in un quartiere bene del Cairo a fare l’imbianchino; dopo avrebbe dovuto recarsi ad altri appuntamenti. Rasha sospettava che il marito avesse una relazione con un’altra donna, così chiese a suo fratello, al padre e a un amico di famiglia di accompagnarlo.

Ebbe una conversazione con lui al telefono, ma già dalle 8 Salah aveva smesso di rispondere alle chiamate; Rasha tentò senza successo con i telefoni degli altri tre, ma passò quasi un’ora prima che qualcuno le rispondesse dal cellulare del marito.
Rasha racconta “Ho sentito un rumore che non riuscivo a capire.  Ho pensato a un problema di rete, ho aspettato e ho sentito mio fratello Saad dire: ‘Sì, Basha. Perché sei arrabbiato, Basha? Dimmi solo quello che vuoi. Ti giuro su Dio, farò quello che vuoi, Basha.”.
Basha è un termine abitualmente utilizzato per gente di condizione sociale o posizione più elevata e in particolare con i poliziotti. Fu l’ultimo contatto con il gruppo dei suoi parenti.

Rasha non ha più visto vivo nè suo marito, nè il padre e il fratello. Pensa che il fratello Saad sia riuscito di nascosto a rispondere alla telefonata proprio mentre tutti loro venivano uccisi dalle forze di sicurezza egiziane. “Quello di cui non mi rendevo conto allora era che il rumore che sentivo poteva essere la voce di mio marito che stava morendo”.

Salah Ali il marito, Saad Tarek il fratello, Tarek Abdel Fattah il padre e Mostafa Bakr amico di famiglia sono stati uccisi quella mattina  —  insieme ad un altro uomo che la polizia non ha  immediatamente identificato. E’ emerso in seguito trattarsi del conducente del loro veicolo, Ibrahim Farouk, grazie all’identificazione da parte della famiglia.

Il Ministero dell’Interno egiziano aveva rilasciato una dichiarazione che bollava tutti loro come dei fuorilegge rimasti uccisi durante uno scontro a fuoco con la polizia.
Rasha Tarek ammette che il marito, il padre e la famiglia dell’amico avevano precedenti penali
che li hanno ha resi facili bersagli per la polizia.

 

Migliaia di egiziani uccisi a piazza Rabaa sotto gli occhi delle telecamere regalarono a Sisi il ruolo di leader, e non hanno avuto giustizia. I governi erano rimasti silenziosi.  Pietà, Giustizia, Verità sono concetti elastici e non si sa chi è che li tira e li allenta, di volta in volta suscitando o deviando lo sdegno collettivo.

°°°

Su Giulio Regeni e i media vedere Amedeo Ricucci 

Sull’ EGITTO  in questo blog :
colpo di stato, corruzione dei vertici militari, condizioni di vita della popolazione, cessione delle Isole del golfo di Aqaba, Sinai ecc ecc 

 

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