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La vera Libia di oggi la raccontano i medici di Emergency

24 aprile 2016

mcc43

Il compito imposto al mainstream oggi è raccontare ciò che noti e ignoti burattinai vogliono sia raccontato. Da ogni luogo di conflitto frammenti di verità emergono solo da chi è la con la popolazione e per la popolazione, come i medici di Emergency.

 

emergency-italia-libiaQuesta organizzazione umanitaria fondata da Gino Strada nel 1994 ha creato un nuovo ospedale in Libia, dopo quello già funzionante a Misurata nel 2011: il Gernada Trauma Center in Cirenaica.
Viaggio nella Libia del generale Haftar tra i feriti dell’ospedale italiano  è il titolo di un report del Corriere della Sera che dà parola a questi medici. Ogni  frase è uno scatto fotografico su una ferita libica. Rimandando all’intero articolo con video, estraggo la parte che riporto qui sotto perché illustra dal campo quanto sono illusori gli entusiasmi ufficiali per il governo  di “accordo nazionale” voluto dall’Onu e presieduto da Fayez Al- Serraj ( ved. articoli in questo blog. )

Caos e anarchia

Al Gernada Trauma Center hanno capito che, più che lavorare per i libici, il problema è lavorarci insieme. Emergency-ospedale-LibiaE che la fatica di gestire un Paese nel caos è quotidiana: “La situazione è un po’ diversa rispetto a quella di altri posti i cui operiamo – spiega Nannini -. Di solito, siamo noi a portare e a pagare tutto. Qui c’è un sistema totalmente collassato e da far ripartire, ma i soldi, i medici e le strutture ci sono. L’Onu ha calcolato che per la sanità servirebbero 160 milioni di dollari: in fondo, sono solo tre giorni di produzione del petrolio… E’ un’altra cosa rispetto all’Afghanistan, non credo che qui dovremo starci 17 anni”. Finita l’emergenza, quest’ospedale sarà di chi governa: l’esercito di Haftar o il premier dell’unità nazionale Serraj, al momento non si sa. L’incertezza è totale, i tempi sono biblici e libici. Nel mentre, i mille burocrati e i due parlamenti della Tripolitania e della Cirenaica, chiamati dalla comunità internazionale a trasferire i loro poteri, sembrano i vietnamiti agli ultimi giorni di Saigon. Non gira un’auto con la targa, l’unica autorità riconosciuta è il generale Haftar che decide perfino sui visti ai giornalisti (e chi non ha i timbri giusti, com’è accaduto a noi, finisce dentro). Tutti fan di tutto, pur di non mollare un centimetro: il ministero dell’Interno del governo di Tobruk, che dovrebbe trasferire i poteri a Tripoli, è in realtà un cantiere coi muratori che ritinteggiano i corridoi e preparano una nuova era. “Nessuno sa bene come deve avvenire questa transizione – ironizza il ministro della Sanità di Tobruk, Reida Al Oakley -. Ho telefonato l’altro giorno al mio collega nominato da Serraj, un dentista del Sud che sta a Tripoli, per spiegargli un problema. Mi ha detto di non avere ancora alcun potere e m’ha consigliato di parlare con Martin Kobler, l’inviato dell’Onu per la Libia. Allora ho chiamato Kobler, ma lui mi ha mandato da Serraj. Alla fine ho parlato con Serraj, e lui che cosa m’ha risposto? Di parlare di nuovo col suo ministro della Sanità! Ce cosa devo fare? La Banca centrale di Tripoli ci ha fermato tutti i soldi. E io come li pago, gli ospedali?”.

 

 

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