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Il sogno d’Israele: fare del Sinai un ghetto per i Palestinesi

23 maggio 2016

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L’intento persecutorio è come quei semi che non seccano mai e aspettano le condizioni per germogliare come malapianta. I Palestinesi vogliono uno stato? Si lascino espellere dalla Palestina!
Questo il seme malefico che Israele interra nella comunità internazionale nel 2009 con un dettagliato piano per annettersi la Cisgiordania e spostare i Palestinesi nel Sinai, cui dovrebbe, almeno in parte, rinunciare l’Egitto.  Il vecchio sogno sionista di una Grande Israele vuole imporsi con il miraggio di far nascere una “grande Gaza” .

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1948, e poi ancora .. e ancora. Fino a quando?

Sbarazzarsi della popolazione palestinese e spedirli in Giordania era il proposito del giovane Ben Nitay che, diventato Benjamin Netanyahu, vorrebbe nella penisola nel Sinai uno stato palestinese smilitarizzato e rinunciatario ai confini del 1967. Non sono proposte che si possano gettare sul tavolo in meeting ufficiali, sono esche lanciate attraverso i media, i think tank, gli esperti della politica mediorientale.

Le tappe di un progetto infame

2009, 17 febbraio:  Il Jerusalem Center for Public Affair rilascia un esteso studio del generale Giora Eiland dal titolo Il futuro della soluzione dei due stati, nel quale affiora l’intento di eliminare la presenza dei Palestinesi nella Palestina storica. 

Se portiamo Gaza al doppio o al triplo delle sue dimensioni attuali aggiungendo  ulteriori 600. Km2. del Sinai egiziano, Gaza avrebbe lo spazio di cui ha bisogno.
Di colpo avrebbe l’estensione per costruire una nuova città di un milione di persone, insieme a un vero e proprio porto ed aeroporto e creare le condizioni che renderebbero possibile l’espansione economica.
Allo stesso tempo, Israele ha bisogno 600 Km2. in Cisgiordania – perché la linea 1967 è inaccettabile da un punto di vista della sicurezza. In cambio, Israele potrebbe dare all’Egitto 600 km2 nel Negev , a sud di Israele.
Alla fin della fiera, nessuno ci rimette del territorio,  mentre gli scambi multilaterali ci permettono di risolvere il problema attualmente insolubile di Gaza e soddisfare le esigenze israeliane in Cisgiordania.
L’Egitto può ottenere significativi benefici da questo accordo. Il nuovo porto ed aeroporto vicini all’Egitto possono diventare importanti legami economici tra il Golfo e l’Europa. Inoltre, l’Egitto potrebbe ottenere un corridoio di terra che gli consenta i collegamenti col resto del Medio Oriente senza necessità di passare per Israele.

2010-2012 Dall’articolo (dell’agosto 2014di Asharq al-Awsat (ndr.pubblicazione inglese di proprietà saudita) dal titolo Mubarak ha resistito alle pressioni USA di rinunciare al Sinai: file segreti emerge un atteggiamento connivente degli Stati Uniti.

Verso la fine del suo mandato, il deposto presidente egiziano Hosni Mubarak ha resistito alle pressioni da Washington di cedere territorio egiziano nella penisola del Sinai per contribuire a creare uno stato palestinese, dichiarano ex membri di alto livello del partito di governo di Mubarak. Un ex funzionario del Partito Nazionale Democratico, parlando in condizione di anonimato, ha detto ad Asharq Al-Awsat che nel decennio precedente Washington spingeva perchè il Cairo  consentisse a un più consistente numero di Palestinesi di stabilirsi nel Sinai. Il funzionario ha riferito anche che Mubarak riteneva questa mossa il primo passo di un processo volto a indurre l’Egitto a cedere territorio proprio per creare uno stato palestinese.  L’ex presidente egiziano ha resistito a queste pressioni descrivendole come “le migliori nell’interesse di Israele”.

Lo stesso articolo di Asharq Al-Awsat  rivela che la proposta era stata reiterata dopo l’elezione di  Mohammed Morsi, attraverso una delegazione di Fratelli Musulmani invitati a Washington per discutere un piano che ricalcava fedelmente il progetto israeliano del 2009.

La delegazione, che consisteva di circa 50 membri della Fratellanza, fu invitata negli Stati Uniti dalla CIA. Secondo la fonte, Washington ha suggerito che l’Egitto ceda un terzo del Sinai a Gaza in un processo  scandito in due fasi da completare entro quattro o cinque anni. Washington ha promesso di “istituire e completamente sostenere uno stato palestinese” che copra una superficie di un terzo della penisola, con la creazione di porti marittimi e di un aeroporto. In base ai termini dell’accordo, Washington ha anche chiesto che lo stato palestinese sia smilitarizzato, dotato solamente di armi di piccolo calibro a fini di sicurezza interna. La fonte sostiene che sotto i termini della transazione, i rapporti tra Israele e l’Egitto sarebbero stati completamente normalizzati, e che agli israeliani sarebbe stato permesso di avere delle proprietà in Egitto. Gli americani hanno sollecitato la delegazione della Fratellanza a preparare l’opinione pubblica egiziana per l’esecuzione del piano.
In risposta, la fonte sostiene che ai predicatori della Fratellanza era stato detto in via ufficiosa di sostenere che gli ebrei egiziani emigrati in Israele avrebbero dovuto essere liberi di tornare.

Morsi, ovviamente,  non aveva alcuna ragione di acconsentire all’abbandono di gran parte del Sinai e dare agli avversari politici un’arma contro la sua già difficile presidenza.

2014 – L’articolo di Asharq al-Awsat, del 24 agosto, fa da prefazione al colpo di scena: l’8 settembre Al-Sisi offre il Sinai ai Palestinesi!  Un annuncio che già si accompagna a: Abbas rifiuta, ma anche  Abbas nega di aver ricevuto l’offerta. Un polverone sollevato  dai media israeliani imbeccati da  Aarutz Sheva, pubblicazione del sionismo religioso che cita come fonte la radio dell’esercito  israeliano, ripubblica i dettagli del piano Eiland e conclude:

Il primo ministro Benjamin Netanyahu era a conoscenza dell’offerta e gli Stati Uniti hanno dato il via libera, secondo le fonti della stazione radio militare. Un’idea simile era stata lanciata anni fa da accademici israeliani e dal maggiore generale (in pensione) Giora Eiland, ma al tempo respinta dall’Egitto.

Rincara e amplia, nello stesso giorno, United with Israel 

Secondo IDF Radio, al-Sisi ha detto ad Abbas che se non accetta questa offerta lo farà chi verrà dopo di lui, ma Abbas ha egualmente respinto la proposta. IDF Radio riporta inoltre che gli americani sono della partita e hanno dato luce verde. Il ministro dei Trasporti Yisrael Katz ha commentato la proposta di Al-Sisi elogiando la “straordinaria offerta del presidente egiziano”.  “E’ la fine del mondo: gli americani sono a  favore e tutto quello che rimane da fare è convincere Abu Mazen, che è alla ricerca del Diritto al ritorno dei Palestinesi, e la sinistra israeliana che, invece, ha voglia di cedere terreno.

Più astutamente il Jerusalem Post dà la notizia lo stesso giorno, ma già nel titolo la smentisce Egypt, PA deny report that Sisi offered Abbas land in Sinai for Palestinian state 

Allora non si comprende perchè una settimana dopo Al Monitor si preoccupi di salvare l’immagine del presidente egiziano.

L’Egitto non si è precipitato a negare per evitare di dare l’impressione di frettolosi sensi di colpa. Sisi  ha poi smentito la notizia, ma lo ha fatto in modo misurato e calmo. Questo è stato chiaramente intenzionale per mantenere il delicato equilibrio nel rapporto sia con Netanyahu che con Abbas, ed è stato fatto nella consapevolezza che il pubblico egiziano vede già la questione come una semplice diceria.

Ancor meno comprensibile, se si è trattato di una notizia infondata, che il 30 settembre un pluripremiato giornalista britannico, con base a Nazareth, abbia voluto dedicargli un fluviale articolo che ripercorre la questione dei Palestinesi in Sinai a partire dal piano del 2009, sotto il titolo Is there a plan to force Palestinians into Sinai?

sinai-gaza-egypt

Fanta_stato palestinese

Il rumore di sottofondo continua. A febbraio 2015 Stephen Gabriel Rosenberg, Senior Fellow del W.F. Albright Institute of Archaeological Research, si adopera per magnificare il progetto presentandolo come la soluzione dei guai di Al-Sisi. Lo fa con agghiacciante mancanza di umanità sia verso i Palestinesi, sia verso le popolazioni beduine sinaitiche descritte come ingombranti pedine. Il titolo: Let West Gaza be Palestine:

Si sa che gli egiziani erano in imbarazzo e hanno negato di aver fatto la proposta. D’altra parte l’Egitto è, al solito, in difficoltà economica con disperato bisogno di  fondi per raddoppiare la sua una vera miniera d’oro, il Canale di Suez, finora non ci sono finanziatori, quindi non può contare sulla sua ancora di salvezza finanziaria.
Perché non dovrebbe vendere una parte del Sinai a Gaza che è a corto di spazio? Il Sinai è l’ultima risorsa inutilizzata e potrebbe essere la risposta alla soluzione dei due Stati. Al presente è vuota tranne che per le tribù di predatori beduini che creano solo problemi e con i quali l’Egitto non sa come trattare.
Invece, se la striscia settentrionale del Sinai, lungo la costa, venisse sviluppata potrebbe accogliere da Gaza mentre la città è in fase di ricostruzione, l’Egitto potrebbe essere retribuito per la cessione e usare i fondi per sviluppare e duplicare il suo canale. Dopo la ricostruzione a Gaza dovrebbe essere consentito di ampliarsi in modo permanente nel Sinai e prendere in consegna la maggior parte della sua lunghezza, da Rafah via El Arish la maggior parte della via per Ismailia, e quindi formare una nuova corniche, chiamarla  Corniche Sinai, Riviera di Levante se si vuole, o meglio e più accuratamente, West Gaza.
[…] I soldi ci sono, lo spazio c’è, tutto ciò che serve ora è la diplomazia itinerante dell’infaticabile John Kerry, di un ben intenzionato e esperto Tony Blair, la buona volontà degli egiziani, degli arabi e degli israeliani, di tutti quelli che alla fine ne avranno vantaggio.

Una terra, quella del Sinai, che non è come Rosenberg  vuol raccontare, selvaggia e incolta (ved.  Sinai: una penisola di punti interrogativi )

2016- Il presidente Al-Sisi, l’uomo che allaga i tunnel che permettono a Gaza di aggirare l’embargo delle merci e che tiene sigillato il valico di Rafah chiudendo la gente della Striscia in una prigione, si è offerto, il 17 maggio, come un pacificatore a tutto tondo: fra le fazioni politiche palestinesi, fra Palestinesi e Israeliani per la ripresa dei colloqui di pace.
Questa volta c’è un salto di qualità nella propaganda perché la notizia esce su Reuters

In un discorso improvvisato a una conferenza sulle infrastrutture nella città di Assiut, Sisi ha detto che il suo paese è disposto a mediare una riconciliazione tra le fazioni palestinesi rivali per aprire la strada verso un accordo di pace duratura con gli israeliani. 
“Io dico che raggiungeremo una pace migliore se risolviamo il problema dei nostri fratelli palestinesi  e per dare speranza ai Palestinesi sulla creazione di uno Stato”..  Chiedo alla leadership israeliana  di permettere che questo discorso vada in onda due o tre volte in Israele perché è una vera opportunità … Siamo disposti a compiere tutti gli sforzi per aiutare a trovare una soluzione a questo problema.”

Questo avviene lo stesso giorno in cui François Hollande “pospone” la sua iniziativa per una ripresa dei colloqui a livello internazionale sulla soluzione dei due stati . Iniziativa sgradita a Netanyahu, per il timore delle condizioni  che sarebbero imposte dalla comunità internazionale. Al contrario, il coniglio che Al-Sisi ha estratto dal cappello gli appare incoraggiante e dichiara che “Israele è disposta a partecipare al fianco dell’Egitto e di altri stati arabi nel portare avanti il processo diplomatico per la stabilità nella regione”.
Il portavoce di PLO, si legge nell’articolo, ha accolto con favore le parole di Sisi ma questi sono i termini: “per porre fine all’occupazione israeliana“. Anche Kerry, in visita al Cairo, ha detto di voler approfondire i dettagli. 

E’ ben possibile che la proposta di Al-Sisi avesse solamente la funzione di distrarre dal fallimento dell’iniziativa Hollande, ma se realmente i colloqui dovessero avvenire avrebbero come interlocutore il nuovo ministro della difesa di Israele, Avigdor Lieberman, il falco  di Israel Beitenu – Focolare Ebraico – che da sempre vuole espellere i Palestinesi, a partire da quelli con nazionalità israeliana. Il suo discorso all’Onu del 2010, tratto da un articolo de Il Manifesto

“Alle Nazioni Unite, Lieberman ha chiesto “un accordo intermedio a lungo termine” invece di una soluzione che affronti lo status finale di tutte le questioni, ha respinto l’idea che l’occupazione e la colonizzazione della Palestina sia il nucleo del conflitto e ha proposto un accordo con i palestinesi che consisterebbe nello “spostare i confini per meglio riflettere le realtà demografiche.” Sebbene Lieberman abbia sostenuto di non stare parlando di “spostamento di popolazioni” è evidente che il piano di Lieberman avrebbe comportato l’espulsione dei cittadini palestinesi da Israele entro uno stato palestinese, tutto al fine di rendere Israele uno stato ebraico “etnicamente puro”.

*** 

da Stato d’Assedio
 di Mahmoud Darwish 
I miti bussano alla nostra porta, se vogliono.
Nulla riecheggia Omero. Qui, un generale
Scava alla ricerca di uno stato addormentato
Sotto le rovine di una Troia che verrà.
Voi, ritti in piedi sulla soglia, entrate,
Bevete con noi il caffè arabo.
Sentirete che siete uomini come noi.
Voi, ritti in piedi sulla soglia delle case,
Uscite dalla nostra alba.

articoli Tag Palestina 

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7 commenti leave one →
  1. 23 maggio 2016 12:33 pm

    “….tutto al fine di rendere Israele uno stato ebraico “etnicamente puro.”
    Questa frase alla fine…mi sconvolge
    Proprio vero che chi viene maltrattato reagisce il più delle volte comportandosi come gli aguzzini che ha avuto…
    e la storia, non insegna (o meglio insegna bene, ma al contrario…)

    Mi mancavano i tuo post
    Ben ritrovata
    🙂

    Liked by 1 persona

    • 23 maggio 2016 12:37 pm

      Grazie Marta, e anche lascia di sasso quella espressione: i soldi ci sono…. Insomma, quando c’è il denaro si può prendere la vita delle persone e farla pezzetti per ricostruirla altrove.
      ps. ci sono stati ritardi nel salvataggio del post e quindi dei pasticci nei link della prima parte. Sistemati.

      Mi piace

  2. 23 maggio 2016 1:29 pm

    I soldi, gli oggetti distraggono dalla persona…proprio vero 😦

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  3. gino permalink
    23 maggio 2016 5:43 pm

    non ho colto il parere di Abu Mazen sull’argomento…………. Bentornata, tutto bene? un abbraccio

    Mi piace

    • 23 maggio 2016 6:15 pm

      sì grazie 🙂 Purtroppo le opinioni dei Palestinesi le si devono sempre trovare nei media di Israele, così non si sa se sono verità o propaganda.
      Nè da Ramallah nè da Gaza erano usciti , che io sappia, comunicati sulla fantomatica proposta di Sisi nel 2014- ma se davvero c’è stata, nessun palestinese con un minimo di cervello prenderebbe in considerazione di spostarsi, loro autoctoni, dalla Palestina!
      Approvata invece – sembra – la proposta di dialoghi di pace, e chi mai oserebbe dire no, non vogliamo discutere? ..Al massimo si va al Cairo a perdere un pò di tempo.

      Mi piace

  4. Damainnero permalink
    24 maggio 2016 12:56 pm

    Perché no? In fondo, la penisola di Sinai è più grande di Israele, starebbero più comodi. Come alternativa diamo loro il Lazio e dividiamo Roma per dare loro la capitale storica. O no?

    Mi piace

    • 24 maggio 2016 5:39 pm

      Proviamo a chiederglielo… Ma sì un po’ d’ironia 🙂

      Mi piace

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