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Come l’Occidente ha inventato l’Islam nemico

2 gennaio 2017

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di Raniero La Valle

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L’editore Bordeaux pubblica “ Cronache Ottomane “ di Raniero La Valle: reportage del padre Renato La Valle che nel 1908 racconta da Costantinopoli la rivoluzione dei giovani turchi e la strage degli armeni.

Cominciò a Costantinopoli. La guerra alla Libia, o in Libia, o per la Libia, sembra che stia nel destino dell’Italia. Forse quando nella Costituzione all’art. 11 l’Italia ripudiò la guerra, si dimenticò di ripudiare anche quella con la Libia. Fatto sta che l’Italia nel 2011 ha partecipato alla guerra messa su dalla Francia per uccidere Gheddafi e tuttora dalla base di Sigonella fa da sponda per la guerra al Califfato islamico in Libia, la bombarda all’occorrenza con i droni, su ordine, beninteso del presidente del Consiglio, si è offerta alla Difesa americana per le operazioni militari sul terreno e manda le sue truppe accompagnate dai medici ovvero i medici accompagnati dalle truppe.

Ma anche dello scontro con l’Islam sembra che l’Italia non possa fare a meno. Nel 1991, quando da poco era stato buttato giù il muro di Berlino, e l’Occidente era rimasto senza nemico, nel nuovo Modello di Difesa allestito dal governo Andreotti e presentato al Parlamento in ottobre dal ministro Rognoni, veniva annunciata la scelta del nuovo nemico, che era appunto l’Islam. Nella visione di quei governanti non si trattava più di usare lo strumento militare per adempiere al “sacro dovere” della difesa della Patria, previsto dall’art. 52 della Costituzione, impedendo ai cosacchi di abbeverare i loro cavalli nelle fontane di piazza san Pietro, come motteggiava il luogo comune della vecchia propaganda anticomunista, ma si trattava di “proiettarlo” a difendere gli “interessi esterni” dell’Italia, anche quelli “economici” e “produttivi”, dovunque fossero minacciati.

E perché le cose fossero chiare, e si intendesse quali sarebbero state le zone di presumibile intervento e quale il nemico, il Modello di Difesa assumeva come paradigma il conflitto arabo-israeliano, in corso da oltre quarant’anni. Esso era interpretato come una “contrapposizione tra tutto il mondo arabo da un lato, sia pure con formule e sfumature diverse, ed il nucleo etnico ebraico dall’altro”, e proprio quel conflitto era assunto come modello nel Modello di Difesa, in quanto poteva essere considerato, secondo quei pianificatori militari, “un’emblematica chiave interpretativa del rapporto Islam-Occidente”. Dopo l’antitesi Est-Ovest il nuovo confronto, come si leggeva alle pagine 15 e 16 di quel progetto “di difesa”, era nell’area mediterranea “tra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica ed i modelli di sviluppo del mondo occidentale”. La svolta era così rude che ci fu in Parlamento, quel 26 novembre del ’91, chi disse che quello non era un nuovo modello di difesa ma un nuovo modello di Stato, di relazioni internazionali, di alleanze militari e di soluzione delle controversie; né si poteva intendere che nel “sacro dovere di difesa della Patria” fossero compresi gli interessi esterni dell’Italia, quali che essi fossero e in qualsiasi luogo fossero minacciati. Ma nessuno se ne curò, e il nuovo modello di difesa fu messo in pratica, ed è operante anche oggi, perfino senza che il Parlamento lo discutesse in aula e l’approvasse con un voto. 

Pertanto le cose furono scritte già allora, chi preannunciava quel conflitto riconosceva già allora (come dirà poi papa Francesco) che non era una “guerra di religione” ma per i soldi e per gli interessi, ed è proprio quel bellicoso “rapporto tra Islam e Occidente” che si è poi instaurato, con conseguenze devastanti, dalle guerre del Golfo alle Torri Gemelle, all’Afghanistan, alla guerra perpetua di Bush; e quando nell’agone sono scesi, prima al-Qaeda e poi l’Isis o Daesh, lo hanno fatto sì con le motivazioni loro, ma sono venuti a recitare una parte che era stata loro assegnata dall’Occidente.

L’Italia è stata parte in causa in tutte le fasi della tragedia, o come miliziana dell’Occidente e alleata degli invasori, o come soccorritrice di profughi e mano amica alternativa rispetto a un’Europa spietata e chiusa nei suoi egoismi, nei suoi fili spinati e nei suoi muri. Per l’Italia non era una novità questo incrociarsi del suo destino con quello dell’Islam e della Libia. È con loro che l’Italia ha fatto le sue prime prove di potenza europea, solo pochi anni dopo essere giunta all’unità ed essersi affacciata sul Mediterraneo come Regno d’Italia. È stato allora che l’Italia, tornando sulle rotte delle sue antiche Repubbliche, si è imbattuta nell’Oriente e ha scoperto un Islam al potere che dominava su terre di tre continenti, Asia, Africa ed Europa. Fu nel 1908, quando in Turchia la rivoluzione dei Giovani Turchi accese in Europa un improvviso interesse per l’Impero ottomano, che l’Italia si trovò a confrontarsi con la Sublime Porta di Costantinopoli, da cui un Sultano e Califfo musulmano dominava i Balcani e governava un Impero ormai prossimo alla fine. E fu nel 1911 che l’Italia cominciò a invadere e a straziare la Libia quando Giolitti, volendo fare una guerra per dimostrare che ormai c’era anche l’Italia, ultima arrivata tra le grandi Potenze, non potendo farla in Europa pensò bene di puntare sull’anello più debole e portò via la Tripolitania agli Ottomani. Di quei lontani eventi si è perduta, o forse licenziata, la memoria, che invece sarebbe assai utile per capire meglio i fatti di oggi e raccoglierne il monito sugli errori che non si dovrebbero ripetere.

Ed ecco che dagli scaffali di una casa romana affiorano ora da vecchi faldoni e album ingialliti (e non solo per modo di dire), i manoscritti e gli articoli di chi quella storia l’ha vissuta e l’ha raccontata giorno per giorno ai lettori italiani. Era infatti un giornalista, Renato La Valle, era mio padre (quando però io ero ancora di là da venire), e scriveva da Costantinopoli, che si chiamava ancora così e non Istanbul, non avendo osato gli Ottomani, come farà poi invece Ataturk, sottrarle l’antico nome con cui l’avevano conquistata mettendosi al posto dell’Impero cristiano. Quella che è venuta fuori da quegli archivi e dai libroni dove sono incollati i ritagli dei giornali di allora, è la storia di come sia caduto l’ultimo vero Califfo, che mandava a morte familiari e sudditi, il sultano Abdul Hamid, di come egli fosse stato sfidato dalle idee liberali europee, di come sia stato travolto dalla prima rivoluzione costituzionale del Novecento, quella dei Giovani Turchi, e di come poi il regime da quelli instaurato sia finito nel genocidio degli Armeni, nella disfatta della Prima guerra mondiale e nel sopravvento della Turchia laica di Ataturk.

Renato La Valle sbarcò a Costantinopoli la prima volta nell’agosto del 1908, inviato speciale del Giornale d’Italia, un glorioso giornale liberale che era stato fondato, da poco fatta l’Italia, da Sidney Sonnino, ed era diretto da Alberto Bergamini. Aveva 22 anni, e a Roma c’era arrivato da poco, per fare il giornalista, venendo dall’Abruzzo, dove era nato, e dove già aveva cominciato la professione in un quotidiano che si chiamava Giornale di Abruzzo e Molise. Aveva, evidentemente, talento, e Alberto Bergamini che doveva fare la concorrenza al Corriere della Sera, non sapendo chi mandare a Costantinopoli dove era scoppiata la rivoluzione dei Giovani Turchi, mandò lui. Oh gran temerarietà dei direttori antichi! Succede la cosa più incredibile e imprevista di quell’inizio secolo, una rivoluzione costituzionale, nel cuore di un vetusto Impero islamico, governato da un Califfo e retto dalla shari’a, e un autorevole giornale romano prende un cronista alle prime armi e lo manda allo sbaraglio per fargli raccontare quella bella novità. Una novità tanto più misteriosa e intrigante per i sudditi di Vittorio Emanuele III, perché a fare quella rivoluzione (che in realtà si rivelò poi un colpo di Stato) erano degli ufficiali di Salonicco che si facevano chiamare Giovani Turchi, perché volevano fare una Giovine Turchia, prendendo l’ispirazione e il nome dalla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. In realtà la scelta di Bergamini non era tanto temeraria perché è vero che quel Cronista, a 22 anni, sapeva ben poco della Turchia, dell’Islam, dell’Oriente, e degli intrighi e dei crimini che si consumavano alla Sublime Porta, la mitica sede del Califfo o Sultano di Costantinopoli, ma il fatto è che nessuno in Europa ne sapeva niente. L’Europa orgogliosa e chiusa nella sua cultura si credeva il centro civilizzato del mondo, e non si curava delle culture altre, dei popoli altri, delle religioni altre, di cui si interessavano i politici e le industrie nascenti solo come terre di conquista, di colonia, di prelievo e di mercati. Sicché nessuno nel giornalismo era preparato a raccontare all’Europa quel nuovo che avanzava in Oriente, c’era tutto da scoprire; e allora se si trattava di andare alla scoperta, tanto valeva che ci andasse un giovane inesperto, appena entrato in carriera, che almeno aveva passione, curiosità e coraggio, anche perché forse era un po’ pericoloso. Sicché il Cronista arrivò a Costantinopoli nell’agosto del 1908 quando la rivoluzione c’era stata da un mese. Ci rimase fino al 1911, quando l’Italia, che era in cerca di una sua guerra, la fece alla Turchia proponendosi come Stato coloniale e andando alla conquista di Tripoli; la crisi italoturca provocò naturalmente la ritorsione contro i giornalisti italiani, che furono espulsi da Costantinopoli, sicché anche lui se ne dovette andare. Come tutti gli italiani era diventato infatti non gradito, espressione di un Paese aggressore e nemico. D’altronde il passaggio dalla condizione di osservatore spassionato e imparziale, a quella di protagonista del conflitto in quanto cittadino di un Paese in guerra con la Turchia ottomana (che lo porterà fino a sfidare a duello un generale turco che aveva offeso l’esercito italiano) rischiava di togliere lucidità alle sue analisi, pur sempre tributarie di quella cultura europea che a quel tempo andava alla scoperta dell’Oriente con l’atteggiamento di una civiltà che si ritiene superiore e guarda con degnazione gli sforzi altrui per eguagliarla. Dopo l’espulsione scrisse ancora da Roma articoli su “La guerra vista da Bisanzio”, firmandosi come “Il Turco della redazione”, poi di nuovo più volte tornò sul Bosforo per vedere come andavano le cose. Ma ormai quella Turchia che egli aveva scoperto all’alba della rivoluzione era giunta alla fine. Guerre balcaniche, genocidio degli Armeni, guerra mondiale, sconfitta dei Giovani Turchi segnano gli ultimi anni dell’Impero ottomano. Poi arriverà Ataturk, che nel marzo del 1924 farà sancire dall’Assemblea nazionale turca ad Angora (Ankara) la soppressione del Califfato, e la storia prenderà un’altra strada.

Anche la storia personale di Renato La Valle prenderà un’altra strada. Dopo un periodo di grande fulgore della sua professione giornalistica, fu messo a tacere dal fascismo; era il notista politico e cronista parlamentare da Roma quando, nel 1925, fu licenziato dal Giorno di Napoli diretto dalla famosa Matilde Serao, perché il prefetto ogni mattina faceva sequestrare il giornale a causa delle sue corrispondenze in cui attaccava Mussolini (di cui diceva che alla Camera “usava le parole come proiettili”) e Federzoni che era il segretario del partito. Gli ultimi anni della sua vita furono perciò difficili; stroncata la professione in Italia, la continuò prendendo la corrispondenza da Roma di giornali brasiliani; e quando nacquero i suoi figli la prima scuola che diede loro fu quella che insegna quanto sia alto il costo e quale il valore della libertà.

Raniero La Valle è presidente del comitato Dossetti per la difesa della Costituzione. Direttore de Il Popolo (quotidiano DC) durante il governo Moro, nel 1961 dirige L’Avvenire d’Italia. I suoi documentari Tv Rai raccontano l’altra realtà di Stati Uniti, America Latina, Europa, Medio Oriente. Parlamentare della Sinistra Indipendente e promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana, rilancia i valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria. Fra i suoi Libri “Dopo Caino”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”, “Quel nostro Novecento”. 

da PER FORTUNA SONO BIANCO·VENERDÌ 23 DICEMBRE 2016

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6 commenti leave one →
  1. 2 gennaio 2017 1:50 pm

    Gran bella storia; interessante conoscere altro e meglio al di fuori dei libri di scuola. Certo comprenderlo ad un’età adulta è diverso ma sempre importante.

    Ogni riga che ho letto non ha suscitato in me sorpresa in termini di modalità, le cose si sa ormai come vanno e chi è capace e vero è messo da parte.
    La storia continua, purtroppo e praticamente… 😦
    Il fatto sta che manca da sempre il rispetto per l’altro, sia come singoli individui che come stati.

    grazie
    e ancora auguri
    .marta

    Liked by 1 persona

    • 2 gennaio 2017 3:08 pm

      Sono contenta di aver fatto cosa buona scovando questo scritto…
      Un magnifico anno, è l’augurio per te e per quello scrigno di tesori che è il tuo blog. 🙂

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      • 2 gennaio 2017 8:42 pm

        Il tuo é un Blog!
        Grazie 😊

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  2. 2 gennaio 2017 2:24 pm

    La storia si ripete, non venendo studiata…

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  3. 2 gennaio 2017 2:25 pm

    Grazie dei tuoi contributi, sempre ricchi e stimolanti. Cercherò il libro!
    Buon anno!

    Liked by 1 persona

    • 2 gennaio 2017 3:09 pm

      Buon anno a te, William, e grazie dell’apprezzamento 🙂

      Mi piace

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