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Tre ragazze palestinesi di Tel Aviv: In between

18 aprile 2017

mcc43

Capita di fidarsi della critica positiva e del titolo di un film. Leggendo che l’opera prima “Libere disobbedienti innamorate”della regista palestinese Maysaloun Hamoudi narra di tre ragazze arabo-israeliane di Tel Aviv le mie aspettative sono schizzate in alto. I Palestinesi cittadini dello stato di Israele sono un argomento negletto. Come vivono l’estraneità che loro attribuisce lo “stato ebraico” di cui hanno la cittadinanza? Quali sentimenti intercorrono con i connazionali ebrei?

La loro esistenza nella letteratura è affidata a scrittori ebrei, come Yehoshua e Grossman, agli assai meno tradotti e conosciuti palestinesi Emil Habibi e Sayed Kashua. L’impressione che se ne ricava è quella di uno stare accanto ignorandosi. Il titolo inglese “In between”, nel mezzo, mi ha fatto sperare nel racconto di un tentativo di avvicinamento, in realtà le tre ragazze del film vivono in una Tel Aviv che non si vede (le riprese sono quasi interamente in interni) e gli israeliani ebrei compaiono fuggevolmente in due o tre occasioni: una cameriera scostante e un collega seduttivo.
Del tutto insensato il titolo italiano, che solo nel “disobbedienti” coglie almeno il disagio di essere, come tutte le ragazze al mondo, diverse dalla generazione precedente. Di disobbedienza alla separazione fra la maggioranza ebrea e il 20 per cento dei Palestinesi israeliani non c’è neppure l’ombra; anche gli innamoramenti sono tiepidi, incerti, e la libertà è, al più, una convulsa trasgressione privata. Non un bel ritratto. Un ritratto vero? Impossibile a dirsi perchè la regista espone il fare delle protagoniste e dei comprimari palestinesi, ma ben poco del loro intimo sentire.

libere-disobbedienti-innamorate

Salma nasconde la sua omosessualità lasciando che i genitori avviino le trattative per un fidanzamento che lei non ha intenzione di tradurre in matrimonio. Quando la famiglia, di religione cristiana, la scopre in effusioni lesbiche, non combatte la sua battaglia personale, non ha sete di libertà e intensità di amore per la compagna, semplicemente decide di abbandonare tutto ed emigrare. Così come aveva abbandonato il posto di lavoro quando le era stato chiesto di non parlare in arabo.

Layla, l’agnostica, vive di femminismo, di arroganza e di spinelli. Di tutto ciò che serve a reprimere i sentimenti. Allorché inizia una relazione che l’assorbe emotivamente – cui spera di dare un seguito ed entrare a far parte della famiglia musulmana di lui – oscilla fra il fingere di possedere qualità tradizionali di casalinga e il rivendicare “non lascerò mai il mio stile di vita“.  Sebbene al suo uomo abbia offerto di sé un’immagine non del tutto sincera, vorrebbe che fosse lui a combattere e a imporla alla famiglia.

Nour non è per nulla una ribelle, ma una dolce, tranquilla musulmana con l’hijab. Da studentessa fuori sede convive con le altre, il che non piace al suo fidanzato, per il quale prova un sentimento di amicizia più che di passione.
Proprio nel proseguimento della storia di Nour emergono le due figure meglio caratterizzate, due personaggi che provocano nello spettatore un po’ di sorpresa.
Il fidanzato Wisam, sotto l’apparenza di buon musulmano tradizionalista, sollecito del benessere della futura sposa, si rivela un bigotto stupratore.
Il padre di Nour, musulmano osservante, sa schierarsi con la figlia violata: “Lui non vale una sola delle tue lacrime”.

Si dice che la regista Maysaloun Hamoudi, pluripremiata forse perché donna e palestinese – e perché la sua opera nulla denuncia della politica di Iraele contro i cittadini palestinesi – sia stata colpita da una fatwa di fondamentalisti inferociti. Se ciò è vero, si tratta di fondamentalisti che non si intendono di cinema.
Il film non arreca alcun danno alla morale, provoca solamente allo spettatore  la delusione di una mancata occasione di indagare la composita società israeliana, o, perlomeno, renderla presente sullo sfondo.

 

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