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Paese che vai, accuse di brogli che trovi: ora tocca alla Turchia

27 aprile 2017

mcc43

Prima della consultazione è un brontolio, a urne chiuse un tuono che sale dalle file dei perdenti negli articoli dei giornali e nei post dei social media con accuse di irregolarità, frodi, brogli.

Il caso più eclatante fu il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Austria.   In  maggio 2016 vince Alexander Van Der Bellen; il perdente Norber Hofer protesta, presenta il ricorso, l’autorità preposta esamina accoglie. Si ripete il ballottaggio e di nuovo vince Van Der Bellen.

Negli Stati Uniti è stato il vincente stesso a contestare la regolarità dell’elezione: Donald Trump, piccato perché solamente secondo nel voto popolare, avanza accuse “Oltre ad aver conquistato a valanga il collegio elettorale, ho vinto il voto popolare se si deducono milioni di persone che hanno votato illegalmente”. E ancora “Gravi brogli in Virginia, New Hampshire e California – Perchè i media non ne scrivono?”  Accuse finite nel calderone dei presunti maneggi della Russia, una storia che durerà a lungo. 

Medesima prassi dubitativa colpisce, prima e dopo, anche i referendum. Vigilia del voto Brexit:  un sondaggio di YouGov dà il 28% dei votanti sospettosi di un voto  ”truccato” e un terzo dei sostenitori del  Leave ritiene che il servizio segreto interno MI5 stia operando con Cameron per far prevalere il Remain; all’indomani del voto viene lanciata una petizione per ripetere  la consultazione. Ottiene quasi 4 milioni di firme, si accerta che quasi un milione sono false; l’autorità competente la respinge perché lo svolgimento del referendum aveva ottemperato a quanto prescritto dalla legge. 

Il caso ora scottante è il referendum costituzionale in Turchia [della materia in votazione questo blog si occuperà in altro articolo allorchè ufficialmente annunciati i risultati] che appassiona i media e social media italiani. Ma prima di passare ad Ankara, ripensiamo a Roma. 

Si sorvoli pure sullo referendum per l’Unità d’Italia, indetto alla veloce senza liste elettorali e portando alle urne milioni di cittadini meridionali, a volte a suon di bastonate, per ottenere un risultato plebiscitario.
Sorvolare anche sul referendum del 1946 per la forma istituzionale: Monarchia o Repubblica è un po’ più sgradevole.
Nella ricostruzione storica  I brogli della Repubblica, pubblicata l’anno scorso da Panorama , si legge:

scheda-referendum-monarchia-repubblica-1946

Vuoi votare Monarchia? Fai la croce sulla “testa della Regina” !

La sera del 10 giugno si svolse un drammatico Consiglio dei ministri. Cattani disse che bisognava verificare bene i risultati. Togliatti replicò a muso duro che «forse» le schede erano già state distrutte. Così chiuse ogni discussione. In effetti sin dal 4 giugno decine di migliaia di cittadini denunciarono di non aver potuto votare. Molti non avevano ricevuto i certificati, altri scoprirono che qualcuno aveva già votato a nome loro e furono allontanati dai seggi. A migliaia gli analfabeti dichiararono di essere stati ingannati: avevano domandato come si votasse per la monarchia e i presidenti di seggio avevano detto che dovevano fare una croce sulla «regina», che in realtà era il simbolo della repubblica. Un numero incalcolabile di cittadini protestò con il comandante alleato in Italia, ammiraglio Ellery Stone, dichiarando che volevano votare monarchia e Democrazia cristiana o una lista monarchica.
La repubblica non andò in vantaggio con una grande frode ma anche grazie a una miriade di piccoli brogli.

Sorvolare anche sul presente? Sul voto degli Italiani all’estero? Ecco cosa dichiarava il presidente  dell’Unione Sudamericana Emigrati Italiani (USEI), Eugenio Sangregorio,  in occasione del Referendum Costituzionale del 4 dicembre 2016

I brogli all’estero ci sono stati sempre. Tutte le volte in cui si è votato. Ci sono state delle denunce, io stesso ne ho presentate. Ricordo le denunce di Mirko Tremaglia. Se non viene cambiato il meccanismo con cui si vota all’estero, brogli e irregolarità ce ne saranno sempre.”

Turchia:  si contende sulle schede “non timbrate” e tuttavia conteggiate valide. Partendo dall’esauriente articolo di Bloomberg si comprende che al centro della questione è una nota manoscritta di Recep Ozel, rappresentante del partito maggiore, AKP,referendum-turchia-schede-non-timbrate nell’organismo competente per le consultazioni.
In questa nota è chiesta un’eccezione all’obbligo di legge che solo le schede stampate siano da conteggiare. Deroghe alla regola in ambito locale non erano una novità, a far scalpore è che tale deroga sia stata estesa all’intero territorio nazionale.
Per un errore burocratico, afferma lo stesso Ozel in una intervista, erano arrivate ai seggi schede non timbrate ed erano state consegnate agli elettori, rifiutare di conteggiarle sarebbe stato non democratico, ha aggiunto.

La Delegazione OSCE , “invitata” dalla Turchia per il monitoraggio internazionale, ha rivolto molte e gravi accuse circa la prassi con cui vengono indette le consultazioni e, senza nominare espressamente la questione delle schede, dichiara che sono state rilasciate a fine consultazione delle istruzioni che hanno cambiato significativamente i criteri di validità della votazione, minando un’importante tutela e contraddicendo la legge.

C’è chi diffonde i video in cui vengono timbrate le schede – tutte: indipendentemente dal voto, sì o no, espresso. D’altra parte c’è chi fa osservare che nei seggi erano presenti i rappresentanti dei partiti di opposizione e che hanno firmato i verbali conclusivi con il conteggio delle schede senza avanzare alcuna protesta. C’è chi accusa che erano stati esclusi dall’impegno ai seggi 140 rappresentanti dell’opposizione, senza però esplicitare se anche rappresentanti AKP erano stati esclusi, quale il motivo addotto, e quanto questo numero di esclusi pesi sul totale dei seggi 
Dal fronte dei partiti del No, il CHP Partito Popolare Repubblicano (Kemalisti) e HDP, Partito Democratico dei Popoli (abitualmente definito pro-Curdi, sebbene sia molto altro) e il Partito Patriottico hanno immediatamente presentato ricorso alla Suprema Commissione Elettorale (YSK), che lo ha respinto.
Il CHP ha rilanciato  annunciando di voler ricorrere al Consiglio di Stato per far annullare il responso del YSK, chiedendo altresì di non pubblicare i risultati definitivi della consultazione fino al termine dell’esame di tutti i ricorsi presentati.
Anche il Turchia la politica ora si annuncia in Twitter, così  il Ministro della Giustizia il 22 aprile ha twittato che non esiste per legge la possibilità di accogliere il ricorso. In seguito esplicitando “Il compito di esaminare tutte le obiezioni e le denunce relative alle questioni elettorali e prendere una decisione definitiva su di esse compete al Consiglio Supremo delle elezione (YSK). Nessun appello può essere fatto contro la decisione del’ YSK a qualsiasi tribunale o autorità, tra queste il Consiglio di Stato e la Corte Costituzionale “.

Così è avvenuto, il Consiglio di Stato ha respinto la petizione (tale il termine esatto) e il Chp ha promesso di continuare la sua battaglia legale fino ad arrivare alla Corte Costituzionale.

La Riforma Costituzionale approvata entrerà in vigore nel 2019. Fino ad allora le polemiche, le accuse e contro accuse, prevedibilmente continueranno all’interno, fornendo ai media internazionali materiale per oscurare altre questioni di più urgente interesse.  

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One Comment leave one →
  1. Marc permalink
    27 aprile 2017 8:29 pm

    La testa della regina… ahha …
    Complimenti

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