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Prigione Al Jalame (Kishon), Israele: minorenni palestinesi in isolamento

9 maggio 2017

mcc43

“Ci costringi ad arrestare tuo padre e tua madre; cerca di capire che io ho lo Stato d’Israele dietro di me, mentre dietro di te non c’è niente”

Secondo l’ultima comunicazione ufficiale, agosto 2016, del Servizio Carcerario Israeliano (IPS), Israele ha in detenzione 350 minori Palestinesi; i dati per anno sono visibili nell’articolo dell’organizzazione umanitaria B’Tselem.
Dei 350 minori, solo un ristretto numero è stato processato; la deputata inglese Sarah Champion ha documentato come vengono condotti questi processi, in ebraico e non sempre con traduzione: Bambini di Palestina processati dal tribunale militare di Israele.

La legge permette il regime d’isolamento sia per gli adulti che per i minori, a semplice giudizio di un funzionario IPS. Per l’isolamento a scopo punitivo è previsto un massimo di 14 giorni; per l’isolamento a scopo preventivo non c’è limite di tempo; sufficiente che, superando i sei mesi, sia ottenuta l’autorizzazione di un Tribunale.

Dal 2008, la Defense for Children International (DCI) ha raccolto testimonianze giurate provenienti da 426 minori detenuti nel sistema giudiziario militare israeliano.

Nel 2012 Il Guardian ha pubblicato un video-reportage sulle condizioni e il trattamento dei minori detenuti:  The Palestinian children – alone and bewildered – in Israel’s Al Jalame jail . (nota*).

aljalame-prison-israel-children-palestinians

Nei sotterranei di Al Jalame, ora detta Kishon, locata vicino ad Haifa e che la multinazionale danese-britannica G4S ha attrezzato con dispositivi di massima sicurezza, tre piani sotto il livello zero sono state ricavate piccole celle dove ragazzi, e anche bambini di soli 12 anni, vengono ingabbiati in condizioni d’isolamento.

L’interrogatorio:
L’unico contatto avviene quando sono portati alla stanza degli interrogatori, con manette alle mani e ai piedi, dove la polizia segreta d’Israele li sottopone a interrogatori, prolungati anche fino a sei ore, al termine dei quali i ragazzi finiscono per confessare di aver tirato pietre. Un “crimine” che comporta una condanna a 20 anni di carcere. 
Sul pavimento c’è un anello di ferro a cui vengono assicurate con catene le manette; gli arti del ragazzo restano completamente bloccati. 

L’interrogante minaccia: “Ci costringi ad arrestare tuo padre e tua madre; cerca di capire che io ho lo Stato di Israele dietro di me, mentre dietro di te non c’è niente”.
In alcuni casi, e/o in altre prigioni, i ragazzi sono stati sessualmente torturati, sodomizzandoli con un oggetto.

Dopo un periodo di isolamento e di interrogatori, al minore si comunica che l’indagine è terminata; viene tolto dall’isolamento e trasferito in una cella dove un informatore della polizia, in veste di “detenuto” amichevole, lo conforta e lo induce a confidarsi. In seguito il ragazzo viene nuovamente portato in isolamento e durante i nuovi interrogatori gli viene fatta ascoltare la registrazione delle sue confidenze sulla famiglia, sulla detenzione, sui suoi pensieri.

La cella 36
La cella in cui trascorrono il tempo in isolamento è lunga 2 mt., quanto un materasso. Uno sporco materasso che copre il pavimento e lascia libero uno spazio di 50 cm.
Dietro un muretto un buco nel pavimento che funge da gabinetto.
La cella non ha finestre e non c’è scampo dall’odore.
Nei muri ci sono delle sporgenze allo scopo di impedire al ragazzo di appoggiarvisi per cambiare posizione.

I pasti
I pasti vengono consegnati attraverso uno spioncino: è l’unico modo per il prigioniero di comprendere se è notte o giorno perché la luce resta accesa 24 ore, impedendogli di dormire.
La colazione viene distribuita alle 4 del mattino; se il vassoio, introdotto attraverso lo spioncino che è a 30 cm dal pavimento, non viene subito preso il cibo si sparge sul pavimento e il ragazzo sarà punito come se si fosse rifiutato di mangiare il pasto.  

http://www.inminds.com/caged

 

Nota * Nella prigione di Al Jalame sono rinchiusi e sottoposti al regime di isolamento adulti e bambini.   Mohammed Al-Qeeq, 35 anni, è in sciopero della fame in segno di protesta contro la propria “Detenzione Amministrativa”, ossia detenzione senza comunicazione di accuse e presentazione di prove a carico. Il suo sciopero della fame di 94 giorni all’inizio del 2016 aveva ottenuto notorietà e supporto internazionale, che gli valsero la liberazione nel maggio 2016. Nuovamente arrestato  il 15 gennaio scorso al checkpoint di Beit El Ramallah, mentre rientrava da una manifestazione a Betlemme per la restituzione delle salme dei Palestinesi uccisi dall’esercito IDF, è stato condotto ad Al Jalama e la famiglia non ha notizie circa la sua condizione fisica.

 

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3 commenti leave one →
  1. 9 maggio 2017 10:30 pm

    Ma che schifo è questo?!?!

    Mi piace

    • 9 maggio 2017 11:08 pm

      Ciao Marta, sono contenta del tuo ritorno, già visto l’ultimo tuo bel post.
      Questo invece è un trionfo dell’infamia… Nel video dentro l’articolo del Guardian, un ragazzino piange perché …. perderà giorni di scuola e non lo accetteranno più. Davvero un agnello in mezzo ai lupi.
      Non ci sono parole.

      Mi piace

  2. 9 maggio 2017 10:31 pm

    Scusa, non ti ho salutato…ben ritrovata 🌸

    Mi piace

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