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Israele: checkpoint 1967

29 giugno 2017

mcc43

La Guerra dei Sei Giorni del 1967 determinò uno stacco nella percezione che gli Israeliani avevano di sé, dello stato, della tradizione religiosa. L’argomento era stato affrontato qui attraverso le parole dello scrittore Benjamin Tammuz. Ora aggiungiamo un estratto dall’articolo Una strada senza uscita sulle “conseguenze che ancora oggi influenzano in maniera determinante tutta la società israeliana, rendendola prigioniera di una vittoria che si è dimostrata nel tempo un peso indigesto impossibile da digerire e metabolizzare.”

L’articolo è pubblicato nel Blog L’Altra Israele la voce di un cittadino israeliano cui possiamo accedere in lingua italiana. I media internazionali riportano diligentemente le notizie dell’attività di governo, a volte stralci del dibattito politico, ma lasciano in ombra l’umore del cittadino comune. Soprattutto per quanto riguarda il complicato e doloroso tema del rapporto con i Palestinesi, le notizie riportate sono esclusivamente a livello del governo di Tel Aviv [ved. precisazione nel commento], dell’Autorità di Ramallah e di Hamas di Gaza. Per intravedere – in modo non propagandistico – le dinamiche relazionali fra i due popoli si deve ricorrere alla letteratura, ai molto noti scrittori ebrei e ai meno tradotti, pertanto meno famosi, scrittori palestinesi. In questo blog si è cercato di aprire delle finestre su situazioni sociali israeliane, come le leggi per la famiglia, e si è dato risalto quando possibile a esempi di interazioni positive fra le due componenti che tormentosamente convivono in Palestina.

L’estratto dell’articolo che pubblichiamo – invitando a una lettura integrale – delinea il blocco, così si può dire, risalente alla vittoria del 1967, il cui ricordo frena la politica d’Israele ostacolando passi concreti verso una soluzione indispensabile ad entrambi i popoli; giusta e promettente per entrambi, poiché – è palese – dove si costruisce un muro da nessun versante si gode della Libertà.

da: Una strada senza uscita 

“Un interessante contributo al riguardo viene dal dott. Micha Goodman, storico e filosofo che ha pubblicato da poco un libro molto interessante dal nome “Comma 67”. Il concetto di Goodman è semplice, elementare direbbe Sherlok Holmes: chi è a favore di un ritorno alle frontiere anteriori la guerra dei sei giorni trasforma il paese in uno stato indifendibile, chi continua a propendere per l’occupazione della Cisgiordania non fa che disgregare dall’interno le basi democratiche della società israeliana col risultato di trasformare lo stato ebraico  in un paese a maggioranza araba dove l’unico modo per governare rimarrebbe un regime di apartheid. Esiste quindi una simmetria speculare fra la destra e la sinistra israeliana, ogni parte si è trincerata sulle sue posizioni e non è in grado di vedere l’altro lato della medaglia. 
La tesi che sviluppa Goodman è affascinante e seducente, anche se in definitiva non propone alcuna soluzione pratica, ma aiuta senz’altro a comprendere meglio le diverse sfumature delle parti in campo, sei giorni sono bastati a triplicare la superficie geografica di Israele, ma 50 anni non son ancora bastati  a risolvere i problemi creati dal conflitto. In un lungo e interessante articolo pubblicato poco tempo fa sul quotidiano Haaretz in data 12/5/2017 l’ex primo ministro Ehud Barak ha risposto punto per punto agli argomenti salienti del libro di Goodman.
Ma prima di entrare nel merito dell’articolo cercherò di esporre più approfonditamente le motivazioni di questo giovane ma molto interessante personaggio. Goodman sostiene che sia la destra “romantica” come la definisce, sia la sinistra hanno subito due grossi traumi in questi ultimi decenni che hanno portato entrambe le parti a ridefinire la propria ideologia. Durante la prima intifada la popolazione israeliana che si schierava su posizioni di destra si è accorta dell’impossibilità di continuare l’occupazione che fino ad allora era vista come qualcosa di estraneo alla realtà quotidiana. La seconda intifada ha invece aperto gli occhi alla sinistra che il processo di pace non è andato avanti nonostante le aperture politiche rivolte verso i palestinesi.

Per dirla con le sue parole: “la sinistra capisce che il ritiro non porterà alla pace, ma continuare l’occupazione ci porterà alla catastrofe” dalla parte opposta la destra sostiene che “la colonizzazione non ci porterà alla redenzione, ma il ritiro ci porterà alla catastrofe”.

Da qui il paradosso del “comma 67”, tutti hanno ragione e non esiste un’apparente via d’uscita. Il primo passo da fare per trasformare una situazione così critica da esistenziale a cronica per moderare i perenni attriti fra le parti consiste in un dialogo aperto scevro di quanti meno pregiudizi possibili. Per Goodman è un errore pensare che solo i religiosi abbiano il monopolio dell’ebraismo così come è sbagliato definire la sinistra l’unica detentrice del pensiero umanistico.

 

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4 commenti leave one →
  1. Marc permalink
    29 giugno 2017 3:28 pm

    Interessante, anche il blog che parla dei kibbutz, nessuno più lo fa..
    L’articolo mi ha ricordato OZ in un articolo di qualche settimana fa : ” L’occupazione corrompe. Corrompe sia l’occupante che l’occupato. Prendi un bravo ragazzo, con un’educazione liberale e socialdemocratica e mettilo a fare il re di un villaggio arabo. Affidagli il compito di decidere a chi dare o negare il permesso di andare in un ospedale; aprire una drogheria; poter trovare un lavoro. Un ragazzo che si trova in una situazione simile, rimane corrotto per il resto della sua vita. Credo di essere stato il primo ad averlo detto, poche settimane dopo la guerra. Poi mi citò Yeshayahu Leibovitz (un grande filosofo, ebreo ortodosso, contrario all’occupazione e alla venerazione dei luoghi sacri; Ndr). Ma forse non importa chi fu il primo».
    http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/05/17/news/amoz-oz-la-guerra-dei-sei-giorni-non-e-ancora-finita-1.302059

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    • 29 giugno 2017 3:30 pm

      grazie, sempre generoso di contributi 🙂

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  2. 29 giugno 2017 5:33 pm

    ciao mcc43, grazie per aver riportato il mio post. Una piccola ma importante precisazione: la capitale israeliana è Gerusalemme, una definizione quale “il governo di Tel Aviv” oltre a essere sbagliata è per molti versi sfuorviante

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    • 29 giugno 2017 5:42 pm

      Ho aggiunto una nota per richiamare i lettori alla tua precisazione.
      Seguo il tuo blog con molto interesse, e auspico lo facciano in molti.

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