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Per quelli che… rimandiamoli in Libia

9 agosto 2017

mcc43

Storie per un’Europa più vecchia e gretta quanto più benestante e indifferente. Storie per noi, popolo di santi, poeti e navigatori secondo Benito Mussolini, mentre aggrediva l’Abissinia, e per i Francesi avvolti nella grandeur della Liberté Egalité Fraternitè del continuato saccheggio dell’Africa…

Gebreel ha 28-anni, è nato sulle Montagne di Nuba in Sudan, dove il padre fu ucciso in un conflitto locale. E’ arrivato in Libia nel 2014 sperando di guadagnare qualcosa da mandare a casa. I primi tre anni sono stati difficili a causa del caos che consuma il paese, poi la vita è diventata un inferno.
E’ stato rapito da una banda che si riprometteva di incassare il riscatto e p
er un anno detenuto in una fredda e insalubre cantina. Poiché non aveva mezzi per pagarsi la libertà, i rapitori lo hanno torturato: gli spegnevano le sigarette sul corpo, lo tenevano ginocchioni fino a che la pelle si squarciava, gli hanno sparato a un piede, con la conseguente perdita di un dito, e obbligato a rivolgersi alla famiglia. Ma essendo Gebreel stesso l’unico sostegno di un nucleo di sei persone, nessuno ha potuto dargli aiuto.
Quando è stato finalmente rilasciato, ha deciso di rischiare la vita cercando di raggiungere l’Europa. Credeva che sarebbe stato al sicuro, che avrebbe trovato un lavoro per mantenere i suoi laggiù. Non è così: Gebreel da un mese dorme sotto un ponte nella parte nord di Ventimiglia, come migliaia di altri di migranti che hanno rischiato la vita in mare e ora sono bloccati in Italia.

migranti-ventimiglia-medici-senza-frontiere

Gebreel

“Ero malato e stanco, ma ce l’ho fatta ad arrivare in Italia, e dopo tutto quello che ho subito in Libia, sono intrappolato qui e sto soffrendo di nuovo. In un mese  ho provato tre volte ad attraversare il confine in treno, ma senza fortuna. Non posso prendere la strada di montagna perché le mie gambe sono troppo deboli. Qualcuno mi può aiutare? Ho bisogno di una sistemazione sicura per poter mantenere la mia famiglia e me stesso. Sto dormendo sotto il ponte come un animale e dovrò rimanere qui per chissà quanto tempo. Sono così triste “.

Ahmad, anche lui sudanese, viene da un campo profughi in Chad dove è sopravvissuto per tredici anni. Arrivato in Libia nel 2016 ha anche lui conosciuto le botte e i pericoli. Si è imbarcato nel 2017, il suo barcone intercettato, i migranti portati in Sicilia, ma la sua destinazione era la Francia. Ci era riuscito, però i Francesi lo hanno rispedito indietro e le nostre autorità lo hanno mandato a Taranto. Nel campo: di giorno niente da fare che sdraiarsi o passeggiare sotto il sole, la notte buio pesto per lo stacco dell’elettricità, uno addosso all’altro 300 persone tormentate dalle zanzare.  E’ riuscito a risalire la penisola, arrivare in Francia, e di nuovo rimandato a Taranto…Più volte lo ha già fatto e ora è anche lui a Ventimiglia. Le parole di Ahmad nel video. 

Queste storie sono tratte dall’articolo The last frontier   di Medici senza Frontiere.

****

 La crisi di/per la città di Ventimiglia non è nuova.

In questo blog ne abbiamo parlato nel 2015: Ventimiglia, Umanità in stazione migranti-ventimiglia

E prima ancora, nel 2011, quando gli Italiani
erano forse più inclini alla solidarietà:

Mondi sovrapposti: odissea di un clandestino

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One Comment leave one →
  1. Roberto permalink
    9 agosto 2017 5:25 pm

    Non ne fa mistero UNHCR della situazione dei migranti in Libia, quella del sequestro è una industria robusta anche sotto Gheddafi, nel carcere, perchè era un carcere, di Garhyan violenze, ricatti, sequestro dei documenti e stupri erano all’ordine del giorno. Berlusconi era orgoglioso di aver stipulato l’accordo con il rais, e nessuno criticava. Oggi il governo vuole la stessa cosa, ma creando campi ancora più a sud, stupidamente dove spadroneggiano AlQaeda e C.

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