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Elementi costitutivi del Populismo

-Il popolo è buono e onesto
-Il popolo è stato tradito
-Il leader carismatico restaurerà la sovranità popolare

Fra gli intellettuali della Russia zarista nacque un  movimento per riscattare il mondo contadino oppresso dalla burocrazia imperiale; da “narod”, popolo, assunse il nome di narodničestvo: populismo. La parola ha percorso una lunga strada, ha cambiato soggetti e ambiti, mantenendo intatto il dislivello gerarchico: di solito chi s’incarica di patrocinare i diritti di una classe o di una categoria sociale non ne fa parte.

Nel mondo contemporaneo raramente è l’intellettuale che si rivolge alle masse; sono, invece, degli intrattenitori “popolari” che si rivolgono a un pubblico culturalmente più basso.  Così si esprimeva Norberto Bobbio nel 1992. L’anno seguente Silvio Berlusconi fondava “Forza Italia! Associazione per il buon governo” insieme a professionisti e manager e utilizzava le sue televisioni per plasmare l’opinione pubblica.
Ancora Bobbio sui destinatari del messaggio: essi sono un insieme indifferenziato di individui, cui si dà il nome generico di “popolo”, di consumatori d’immagine più che di parole, di parole dette più che di parole scritte”. Nel quarto di secolo trascorso, all’invadenza della parola detta si è aggiunta, perfino soverchiandola, l’invadenza dell’immagine che è 
oggi il mezzo ampiamente favorito nei social media per catturare l’attenzione e diffondere un messaggio. (nota*)

slogan-populismo

In realtà quella ed altre forme più recenti di populismo che hanno dato vita a forze politiche di successo sarebbero da definire demagogia. Esse portano avanti una propaganda che lusinga le aspirazioni economiche e sociali degli elettori con la promessa di sanare il malgoverno, riparare torti, proteggere categorie, inaugurare la giustizia in ogni ambito, senza proporre come necessità il ribaltamento traumatico dei fondamenti dello stato. 

Gli studiosi hanno dibattuto se il populismo sia una ideologia oppure una mentalità; si può supporre, tuttavia, che recepire un messaggio populista è certamente più facile a un certo tipo di mentalità. Occorre non aver troppo a cuore il contesto in cui si verificano i fenomeni che si vogliono sanare, considerare come superflui quei dettagli che contrasterebbero con gli slogan emotivi, restare ancorati agli aspetti più evidenti, eventualmente, nel caso delle questioni con agganci internazionali, subodorare l’esistenza di complotti. Oggi quando si vuole squalificare un programma, una proposta, una soluzione da introdurre si usa definirli come populisti. Non necessariamente essi lo sono, potrebbero solamente essere sbagliati, oppure troppo proiettati in avanti rispetto alle elaborazioni collettive del momento.

Ci sono almeno tre caratteristiche che connotano l’autentico populismo che il sociologo e politologo Marco Revelli  individua nel saggio Populismo 2.0, Einaudi 2017.

La centralità del popolo “buono”.
Il popolo inteso come entità pre-politica e pre-civile, come in uno stato di natura roussoviano, che ignora la dialettica orizzontale delle diverse culture politiche, in cui  destra  e sinistra erano il più pregnante esempio, e si concentra sulla  contrapposizione verticale. L’intero popolo nella sua incontaminata bontà verso un’altra entità che si pone indebitamente al di sopra di esso, sia un’élite usurpatrice, una congrega di privilegiati, o, spesso, una componente considerata ostile come gli immigrati e i nomadi, che si insinua e viene rappresentata come un pericolo.

L’idea del tradimento.
Il conflitto è etico: il popolo giusto è stato tradito. Ha subito un abuso, una sottrazione indebita, un complotto è stato ordito a danno dei cittadini, che per principio sono degli onesti, da parte di élite che sono, in toto e per principio, corrotte e disoneste. Si aspira, si reclama l’immediata riparazione del torto.

La caccia all’oligarchia traditrice e la restaurazione della sovranità.
Il populismo appare “rivoluzionario” perché propone un rovesciamento del potere: la cacciata definitiva dell’oligarchia traditrice e il ritorno alla sovranità popolare. Non si realizzerà più attraverso le vecchie e corrotte istituzioni rappresentative, ma attraverso l’azione dei leader carismatici, legati alla propria gente – meccanismo di transfert –  e che faranno il bene del popolo. Quando l’obiettivo è raggiunto, la radicalità del mutamento si rivela spesso solamente nel cambiamento del personale al governo.

E’ indubbio che le spinte populiste si manifestano e si affermano quando la gran massa dei cittadini non si sente più rappresentata e, nel contempo, vive una congiuntura particolare: una crisi profonda dell’assetto consolidato delle Istituzioni e delle componenti politiche. La personalità, o il gruppo, che avverte il formarsi dello stato di disagio diffuso e se ne appropria trasforma l’inquietudine latente in un malessere virulento che identifica la classe dirigente del momento come responsabile del presente stato delle cose.

Se molto contano le personalità, moltissimo conta il linguaggio. Sufficiente ricordare l’immediato e perdurante successo di We are the 99% lanciato da Occupy Wall Street nel 2011, che condensava in un flash la disuguaglianza della distribuzione di ricchezza negli Stati Uniti, tra l’opulenza dell’1% e il resto della popolazione.
In Italia nel 2007 Grillo, per raccogliere le firme di una legge di iniziativa popolare per un parlamento pulito, riempì le piazze con uno slogan per nulla descrittivo: V-Day. Parlava, come si suol dire, direttamente alla pancia del paese.

Talvolta slogan e parole d’ordine non hanno alcun riferimento alla realtà presente o ne tacciono delle parti per riferirsi a fatti del passato. Come si vede con la crisi della Catalogna: una richiesta d’indipendenza statuale, fondata sulla volontà di conservare nella regione le proprie risorse, tace del colossale debito pubblico con cui essa pesa sulle casse della Spagna e chiede “indipendenza dal fascismo” di Madrid. Viene rimossa la consolidata parità in cui si trovano oggi tutte le componenti istituzionali della Spagna per sottolineare la repressione che il dittatore Franco impose alla neo proclamata repubblica catalana nel 1934.

Poco o tanto, il populismo esige e promuove un atteggiamento attivo, sviluppa una energia rivolta contro le élite politiche di professione, il parlamento, i partiti; quando spinte di questo genere si prolungano nel tempo senza produrre cambiamenti percepibili in positivo le masse si stancano, perdono slancio. Lo si vede dalle piazze raramente piene di dimostranti, dall’astensione al voto, dal crescente scadimento dei commenti sugli avvenimenti.  Gustavo Zagrebelsky descrive la presente stagione del nostro paese come quella dell’impolitica: una fase acuta dell’antipolitica, quando il popolo non crede nemmeno più al populismo. 

 

nota*  Si rammenti la foto del piccolo Aylan Kurdi che per qualche settimana suscitò sdegno e cordoglio mondiale; una mobilitazione delle emozioni che si è placata senza aver avviato una gestione  più umana della tragedia dei profughi dalle zone di conflitto. 

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