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Giornalismo investigativo e difesa dei diritti umani sono  l’attività e la vocazione di Marianne Azizi. Le ho chiesto, nel corso della sua recente visita in Italia, di raccontarci come è diventata la voce degli Israeliani cui è impedito di far conoscere le violazioni dei diritti umani subite a causa delle leggi e prassi del loro paese.

Come presentare Marianne Azizi ai lettori italiani?
Posso dire … sono un’ accidental activist! E’ stato il caso, o il destino, a indurmi a questo impegno per i diritti umani e a concentrarmi soprattutto su un paese. Come sai avendo pubblicato nel tuo blog un mio articolo, ero sposata con un cittadino israeliano divorziato, che aveva dei figli; tutto normale fino a quando mi sono scontrata con un volto d’Israele di cui non sospettavo l’esistenza. Per aver dato pubblicità alla storia di mio marito è accaduto che molte persone mi hanno cercato in rete, mi hanno esposto i loro casi, hanno chiesto aiuto per le complessità che riserva il rapporto con i tribunali. Nessuno può immaginare la realtà: le leggi non sono pubbliche, non puoi consultarle tu, devi passare attraverso un avvocato,  il che costa tempo e soldi, e lo stesso succede per il materiale dei capi d’accusa a proprio carico. Poi c’è la corruzione che pervade il sistema giudiziario, se un giudice è corrotto, cioè se non puoi più contare sul sistema giudiziario, è come non avere uno stato alle spalle.
Io mi sono trovata a combattere per salvare, è giusto dire così, mio marito a seguito del divorzio dalla prima moglie. Ero una donna d’affari e una persona combattiva, una cittadina britannica  che credeva nella Giustizia, convinta che, facendo i passi giusti, si ottengono sentenze corrette, ma ho dovuto ricredermi.

Stai parlando di un sistema corrotto che solo le persone abbienti possono affrontare sperando di vincere ?
Non è solo una questione di bustarelle, il denaro non basta a ottenere giustizia perché i giudici si comportano arbitrariamente semplicemente perché … possono farlo. Possono, è così, per quanto all’inizio appaia incredibile alle persone che si rivolgono a me disperate, cercando la ragione di certi provvedimenti o sentenze. Se cerchi un motivo razionale diventi pazzo. Catturano il tuo corpo, con i no exit order o la detenzione, e così prendono in ostaggio anche la tua anima. Ci si sente soffocare… in Israele comunemente si parla del sentirsi soffocare e di aver bisogno di respirare… 

Quando ti sei arresa?
Io non mi sono mai arresa! A un certo punto credevo perfino di avercela quasi fatta perché avevamo vinto in 85 procedimenti, però concluso uno ne aprivano un altro… Mi sono rovinata finanziariamente, ho speso quello che avevo, venduto la mia bella casa inglese, ma nel frattempo mio marito, costretto a restare là, si era “spezzato”. E’ lui che si è arreso.
Israele… la Terra del latte e del miele, ma per me è stato latte inacidito e miele rubato. Così ho intitolato il mio libro, che è stato un successo in Amazon e ha  dimostrato che il mio non era un caso singolo, bensì il segno di una  situazione generale israeliana. 
Il mondo guarda al controllo che Israele esercita sui Palestinesi, ma ci sono migliaia e migliaia di israeliani che non possono lasciare il paese. Provarci ed essere arrestati alla frontiera significa una condanna, anche a due anni di prigione. Quando parli di libertà in Israele parli della condizione di una élite!

Certamente è stato il libro Sour milk and stolen honey a dare notorietà al tuo nome, ma vorrei comprendere: la tua opera di attivista  specificatamente a chi si rivolge?
Soprattutto agli stranieri intrappolati – o che hanno laggiù qualcuno intrappolato – dalle leggi israeliane sulla famiglia, per quanto riguarda i divorzi e la questione dei figli. Per essere d’aiuto a coloro che mi cercano ho dovuto allargare l’osservazione al sistema israeliano nel complesso, scoprendo l’ampiezza del business che c’è intorno all’istituzionalizzazione dei bambini, la solitudine dei disabili, la spaventosa corruzione del sistema bancario e tanto altro.

Avevo tradotto e pubblicato anche un tuo articolo sui bambini sottratti alle famiglie  e mi chiedo: come è possibile una simile illegalità …legale praticata nelle Istituzioni? C’è qualche potere nascosto nell’ombra?
Non è per niente nascosto, agisce alla luce del sole e muove la polizia e i giudici come pedine.  Le operatrici sociali mettono nero su bianco le loro “impressioni”,  e con questo possono portarti  via il figlio o far cacciare un marito in carcere. Un giudice non osa andare, per esempio, contro la loro “impressione” che un marito abbia problemi di controllo emotivo, e dal quel momento lui potrebbe non rivedere più i suoi figli. Le donne vincono nella stragrande maggioranza dei casi perché le  operatrici sociali mettono in pratica la “filosofia” della Women’s International Zionist Organization. Il risultato è che una dichiarazione della donna al giudice è assunta come verità, senza che le sia chiesto di darne la prova.

Questo non somiglia per niente all’immagine di quella che in Occidente è definita  “l’unica democrazia del Medio Oriente”…
Certamente! Voglio ribadire un punto fondamentale: a Israele non importa niente se c’è condanna mondiale per l’oppressione praticata sui Palestinesi, quello che le autorità non permettono di far conoscere è il volto dello stato verso i suoi cittadini.
Ciò che si arriva a sapere lo si deve  ai whistleblower, informatori che a loro rischio fanno filtrare lo stato reale delle cose. Se volete avere un’idea dovete guardare il video Top 5 Whistleblower in WORLD Spills Truth About World Leaders’ Cooperation With MafiaUno di questi, Rafi Rotem, ha fatto luce sulla corruzione dell’Autorità Fiscale,  il più gigantesco caso di mafia mai esistito in Israele.

A questo punto chiedo: come è vista Marianne Azizi da Israele?
Io non volevo questo, ti ho detto che sono diventata per caso un’attivista, perché so che corro dei rischi. I più grandi vengono dalla comunità ebraica internazionale e mi attaccano soprattutto dall’America. Scrivo per un sito che è considerato antisemita anche se la maggior parte di quelli che forniscono contributi sono Ebrei, ma quando critichi Israele scatta la vecchia idea  dei self-hating jews. Io avevo contattato le testate del mainstream ma alla fine giornalisti importanti mi hanno detto chiaro: c’è un accordo, non si può parlare delle questioni interne di Israele, si può, sì, parlare dei Palestinesi ma, attenzione, solo dei  problemi che Israele ha con i Palestinesi.

Ricordo lo stupore dell’attivista israeliano Eran Efrati che, dopo aver inviato al quotidiano  Haaretz un report sul comportamento dei soldati IDF nei Territori Occupati, aveva scoperto gli interventi della censura.
Per questa ragione, per la censura interna, io scrivo, nel mio sito e in altri, in lingua inglese. Per dare una voce agli israeliani che non trovano canali internazionali per far conoscere la loro situazione. Ma non mi stancherò di dirlo: gli Israeliani non sono il loro Governo! Nessun popolo in realtà lo è, ma in Israele è peggio: non puoi criticare altrimenti vieni messo all’angolo, definito un ebreo che odia se stesso, uno di estrema sinistra… 
Il controllo è anche sulla lingua… nota quanto è assurdo: si deve dire “Palestinesi” e “Israele”… cioè i Palestinesi come massa di individui mentre Israele come una grande entità al di sopra del popolo stesso, o addirittura come non vi fossero le persone al suo interno. La gente che si oppone alle politiche sociali non ha voce, né dentro né fuori i confini dello stato, il quale, incredibilmente, non fornisce dati ufficiali. Sei tu che li devi cercare, ed è sommando casi e casi che arrivi a comprendere la dimensione del disagio sociale.

Spesso partecipi alle riunioni di Onu a Ginevra…
Sì da molti anni, la mia prima volta era anche la prima in cui all’Onu si parlava di questioni sociali interne di Israele. Fece notevole scalpore fra delegati e pubblico, un delegato li coprì di improperi: come potete trattare così i vostri cittadini…. Furono costretti ad ammettere che “c’è qualcosa che non va”! Ma comprenderai che da quel momento sono stata etichettata come un “nemico” dello stato. Sono tornata a Ginevra nel 2015 e mi è parso esatto dire che in Israele c’è diritto di esistere, ma non di avere una vita… 

Chiudiamo proprio con il video, dal quale ho preso lo screen-shot per la copertina dell’articolo, di quel tuo intervento all’UNHCR dove ti sei concentrata sulla sottrazione, improvvisa e traumatica come un rapimento, dei bambini ai genitori e sulla loro istituzionalizzazione.

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