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Nel quinto venerdì della Marcia del Ritorno altre vittime sono cadute sotto i proiettili dei soldati israeliani, portando il totale a 46; centinaia sono stati ogni settimana i feriti.
“Gaza è teatro di una resistenza culturale” scrive Fadi O. Al-Naji, autore nativo della Striscia, ribadendo, così, le parole di Mahmoud Darwish, nativo di un villaggio ora all’interno dello stato di Israele, scritte più di quarant’anni fa: “Gaza sarà il tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi”.

«Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché  potremmo odiarla scoprendo che non è niente di più di una piccola e povera città che resiste. Quando ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi.
 Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco, noi natali d’attesa e di pianti per le case perdute.
Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari. (Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene).
Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello dell’insegnante con gli allievi.

La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione. La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione.
Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla firma né al marchio di nessuno.
Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza. Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un sorriso stampato.
Lei non vuole questo, noi nemmeno.

La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo  i suoi sogni con la fragranza femminile delle nostre canzoni.
Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori.
Per questo sarà il tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi.
La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Nè il modo di spartire le poltrone nel Consiglio nazionale, né la forma di governo palestinese che fonderemo nella parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando sarà completamente esplorato. Niente la distoglie.

E’ dedita al dissenso: fame e dissenso, sete e dissenso, morte e dissenso. 
I nemici possono avere la meglio su Gaza (il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola).
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa. 
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini.
Possono gettarla nel mare nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non  dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.»

Mahmoud Darwish, Una trilogia palestinese, ed. Feltrinelli p.117-120

 

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