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Il pensiero è progressivo, segue gli eventi e ciò che essi provocano interiormente, l’opinione invece è statica, il suo fine è l’oblio dell’insieme. Questa considerazione era all’incipt dell’articolo di novembre 2011 intitolato Fare della Siria un’altra Libia:  non tanto facile, come mai?.  L’opinione a sostegno del regime degli Assad, lo si vede nei social, è rimasta tal quale. L’esercizio del pensiero, invece, porta a interrogarsi sulle omissioni che accompagnano la narrazione dei fatti bellici. Su un aspetto in particolare: con quale etica militare il governo ha combattuto i ribelli siriani?

Negli anni gli scontri fra ribelli e esercito andarono avanti, il regime resistette, gli aiuti stranieri alla rivolta aumentarono, iniziarono gli interventi militari della coalizione occidentale, arrivò l’Isis e infine la Russia venne allo scoperto sostenendo Bashar Assad nel momento in cui la partita sembrava persa. Furono presto  note le atrocità contro i manifestanti anti-governativi nel 2011: l’uso della tortura, l’esecuzione di soldati siriani che si rifiutarono di sparare sui manifestanti, il massacro di Dara’a, nell’aprile, che lasciò quasi 100 morti. Quel che stava accadendo in quei mesi in Libia poteva essere all’origine di tale abnorme reazione? Un grave errore, non una scelta operativa da applicare nel futuro? Non fu così.

Lo stato maggiore e Bashar Assad hanno affrontato il dilagare delle proteste come se queste nascessero esclusivamente da forze nemiche sostenute dall’estero, quasi fosse inconcepibile che dopo decenni del regime Assad una parte della popolazione esigesse riforme: libertà civili, diritti umani, certezza dei diritti politici.
Via via che cadevano sulle persone i barili bomba, si poteva ancora nutrire l’opinione che il regime avesse diritto di difendersi con tanta indifferenza per le vite siriane? I barili bomba – che hanno fatto la fortuna di Suheil al-Hassan, un signore della guerra che troveremo più avanti – sono un mix di esplosivi, carburante e scarti di metallo imballati in un grande contenitore metallico, come un barile di petrolio vuoto, lanciati dagli elicotteri, ufficialmente sopra il territorio dei “ribelli” comunque abitato da popolazione siriana.
I crimini di guerra commessi dal governo siriano sono stati sottostimati, sia per la censura interna sui social media, sia per l’odiosità del nemico Isis,  ma quale pacificazione potrà esserci in futuro dove hanno agito le Tiger Forces?

Dall’autunno del 2013, le Tiger Forces, affiliate e dipendenti dalla Air Intelligence siriana, sono state una delle principali unità offensive del governo nella guerra civile. Promosso al comando, grazie al “successo” dei barili bomba,  Suheil al Hassan [ bio ], detto Tigre. Le sue Tigri non operano come un’unità centralizzata simile a un normale reparto militare, ma come una raccolta di milizie locali, soprattutto originarie di Hama, Homs e della costa, spesso fondate e comandate da eminenti famiglie alawite. Nel 2015 si sparse la voce che  Al Hassan fosse morto in battaglia, ma riemerse trasformato in eroe del regime con una crescente base di fan e legioni di ammiratori sui social. Alcuni ipotizzarono che a tornare in pubblico fosse un figurante del regime: era un periodo di sconfitte, occorreva tener su il morale in attesa che i Russi arrivassero apertamente in soccorso. Nel 2016, alla caduta di Aleppo, l’avanguardia era costituita dalle Tigri e dai contractor russi.

Come l’Isis mostrava al mondo i video di sgozzamenti e decapitazioni che tanto hanno scioccato l’Occidente, così il reggimento di Hadi, milizia delle Tiger Forces,  mostrava ai seguaci in Facebook le sue gesta per suscitare ammirazione. Il 9 settembre 2015, una fan page ha pubblicato una testa decapitata con la didascalia ‘un regalo mattutino degli eroi del reggimento di Hadi: la testa di un appartenente all’Isis per le madri dei martiri.’ Era davvero un combattente Isis? Comunque si trattava di un prigioniero con dei diritti che l’esercito doveva rispettare. La decapitazione era avvenuta post-mortem? Anche in questo caso, la mutilazione è un crimine di guerra, ai sensi dell’articolo 8. b.x  dello Statuto di Roma, della Corte Penale Internazionale, di cui la Siria è firmataria.

Ci sono prove, almeno dal 2016,  dell’arruolamento di bambini soldato. Immagini e riprese  video mostrano 30 combattenti della Tiger Forces con meno di 18 anni; 19 ragazzini furono fotografati nel 2018 mentre combattevano nel Ghouta orientale, Damasco e Dara’a.
L’uso di bambini al di sotto dei 15 anni di età nei conflitti è, ricordiamolo, un crimine di guerra, come da Statuto di Roma art.8.b.xxvi. Inoltre nel 2003, la Siria  aveva anche ratificato l’OPAC: Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia (ONU, 25 maggio 2000). Nella dichiarazione di ratifica, il governo siriano scriveva: “gli statuti in vigore e la legislazione applicabile al Ministero della Difesa della Repubblica araba siriana non consentono a nessuna persona di età inferiore ai 18 anni di unirsi alle forze armate attive o agli organismi di riserva o alle formazioni e non consentono l’arruolamento di alcuna persona minore di tale età.”

Una serie di immagini di minorenni arruolati si può vedere nell’articolo di Gregory Watson (*1) Tiger Forces, part 2, the recrutement o child soldiers qui mostriamo solamente la mascotte:

bambini-soldato-siria
La Siria non si è disintegrata come la Libia, non c’è il caos, c’è un leader ostaggio degli aiuti ricevuti da Iran, Russia, perfino dalla nemica Turchia. Per volontà o per impotenza, oggi risulta che nella guerra civile ha disatteso il rispetto dei principi che la Siria aveva sottoscritto, perpetrando crimini di guerra per anni. Potrà venire una vera pacificazione fra i siriani?

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(*1) Parte di quanto scritto in questo articolo è tratto dagli articoli di Gregory Waters,  laureato all’Università della California, Berkeley. Ricercatore sui conflitti e le transizioni politiche nella regione MENA, principalmente utilizzando le informazioni open source. La sua attuale ricerca si concentra sul monitoraggio delle perdite del governo riferite dal lealismo nella guerra civile siriana. Pubblica le sue ricerche in International-review.
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