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In Italia la dimensione verticale tipica del populismo sta virando in orizzontale; il cattivo, il nemico, il guastatore non è più in alto, ma di fianco, è un “cittadino quanto me, ma non come me”

Sembra che nel nostro paese l’atteggiamento manicheo che divide in due categorie nette i “buoni” e i “cattivi” abbia solida presa. Se il manicheismo religioso ha prodotto nel mondo grandi tragedie in passato, quello in versione politica che è divampato in Italia negli anni di “Mani pulite” sta continuando a generare difficoltà senza aver risolto le preesistenti. Tale dualismo, che permette a ognuno di porre se stesso dalla parte del bene, si regge sull’individuazione del capro espiatorio. Gli anni ’90 si sono via via concentrati sulla corruzione politica, Roma ladrona, il Sud assistenzialista, l’intreccio tra mafia e politica, procedendo poi con l’individuazione di personaggi simbolo di quel “male” lamentato dalla collettività rappresentata in toto come il “bene”; Bettino Craxi finì stritolato da questo meccanismo.

Il populismo ha perfetti connotati manichei, poiché afferma che il popolo è buono e onesto, che Il popolo è stato tradito, che occorre un leader carismatico che restauri la “sovranità popolare”. Un’ideologia di questa natura ha permesso l’insediamento al potere di numerosi dittatori, anche quando passati formalmente attraverso il rito delle elezioni.
Al nostro paese è accaduto che con le elezioni dello scorso marzo due forze populiste sono arrivate al governo grazie ad un compromesso, definito “contratto”. Proprio la necessità del compromesso ha impedito, finora, a un leader di assumere valenza carismatica e, pertanto, un potere esorbitante rispetto alle forme esteriori della democrazia. Tuttavia stiamo assistendo a una involuzione del populismo stesso.

Giunto al potere, diventato élite di comando, impossibilitato a indicare nel governo un traditore del popolo, il populismo accompagna i cittadini nella ricerca del capro espiatorio in altri ambiti. Quello internazionale, alzando il livello di accuse e di scontro con l’Europa, le agenzie di rating, i mercati. Quello interno drammaticamente sezionando il popolo che, da buono nella sua interezza, diventa tale solo a determinate condizioni.
Sebbene gran parte della propaganda elettorale vertesse sul creare lavoro per risolvere una disoccupazione dai  numeri allarmanti, giunto a legiferare sul reddito di cittadinanza, voce del programma politico del M5S, si è scatenata nei media e tra le forze politiche una narrazione che tralascia la carenza di posti di lavoro e si colloca su tutt’altro scenario: chi non lavora è perché non ne ha voglia. E’ così che si può dipingere il reddito di cittadinanza come “stipendio per i fannulloni”, per quelli che se ne “stanno sul sofà “.

Rivangando banalità nazionali, trascurando l’evidenza che al sud c’è scarsa offerta di lavoro perché  meno si investe, i fannulloni sono da taluni individuati apertamente nei meridionali, mentre sulle spalle degli industriosi lavoratori del nord ricadrà, sempre secondo tale narrazione, il peso del loro stipendio.

In Italia la dimensione verticale tipica del populismo sta virando in orizzontale; il cattivo, il nemico, il guastatore non è più in alto, nel Palazzo, ma di fianco: è un cittadino quanto me, ma non come me, perché lui “mi” danneggia. Si ricordi la campagna dell’obbligo vaccinale che induce a esecrare genitori che obiettano all’obbligo e a emarginare i loro figli.

Fino a dove si spingerà questo sezionamento del popolo, non più totalmente buono, in porzioni sempre più delineate non è dato immaginare, ma crea una certa preoccupazione. Quali fratture nel corpo della nazione si vanno aprendo coprendo di lusinghe l’egoismo individuale, indicando su quale categoria dei propri pari sfogare paure e frustrazioni, dopo aver accompagnato “il popolo” a sfogare le invidie sociali sui governi precedenti?

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