mcc43

La volontà di autodeterminazione del popolo Saharawi si esprime con continuità sia attraverso iniziative di coordinamento, come quella dei giovani disoccupati, sia con manifestazioni pubbliche che il governo violentemente reprime. Di Mohamed Dihani questo blog si è estesamente occupato in precedenza; un nuovo capitolo si aggiunge alla sua storia  ora che la repressione del governo marocchino si fa più pressante e minacciosa su di lui e sulla famiglia, ponendo in grande pericolo il fratello maggiore.

Brahim Dihani

saharawi-brahim-dihaniIl 27 ottobre è in corso una delle numerose manifestazioni di protesta a El Aayun, capitale del Sahara Occidentale occupato dal Marocco. Partecipano membri della famiglia Dihani. La polizia spintona, picchia, infine arresta Brahim, fratello maggiore di Mohamed,  attivista di spicco per i diritti umani. Il pretesto è avere ripreso l’evento filmando e fotografando anche membri delle forze dell’ordine, in contrasto con il divieto imposto da una recente legge del Marocco.
Particolarità dei Saharawi sono la scarsa inclinazione al tragico e una spiccata tendenza all’ironia. “Mi appello al mio diritto di restare in silenzio” dichiara sbrigativamente Brahim allo stupefatto inquisitore e, dopo 3 ore di interrogatorio, sul punto di essere rilasciato: “ Fatemi dormire qui, così supero le 9 ore di Hasan!” .

La battuta si spiega con una sorta di gara famigliare delle detenzioni arbitrarie:  Mohamed detenuto 5 anni di carcere, dopo i 6 mesi di sparizione, Abdallah 6 mesi, Boujemaa 1 mese, il padre 3 giorni e Hasan 9 ore.

Rilasciato su cauzione, Brahim è comparso dinanzi al Procuratore Generale del re presso il Tribunale di primo grado nel Sahara occidentale il 18 dicembre; seguirà il processo previsto per il 16 gennaio 2019; llegge in forza della quale sarà perseguito prevede pene di reclusione da uno a tre anni e una multa fino a 20.000 dirham (2000 €). Ultimamente, le sentenze contro i Saharawi sono pesanti, dai sei ai  dodici anni; impossibile prevedere se la Corte vorrà emettere una sentenza “esemplare” contro un attivista dei diritti umani oppure una sentenza moderata, per non attirare ulteriormente l’attenzione di Amnesty. Una petizione contro l’accanimento giudiziario è stata lanciata in favore di Brahim dall’organizzazione FrontLine Defenders.

Mohamed Dihani

saharawi-mohameddihani/

Mohamed ha fondato l’associazione dei giovani disoccupati, Regolamento6 e dirige il sito di notizie Wesatimes in italiano, per queste attività è sotto osservazione costante dei servizi segreti e oggetto di palesi persecuzioni.
Ecco il suo racconto dei fatti drammatici di cui è stato vittima il 13 dicembre:

“Dopo aver lasciato la mia casa ed essere  arrivato nel luogo in cui sono stato aggredito,  due persone in abiti civili hanno cercato di fermarmi, quando ho iniziato a protestare e gridare, uno di loro mi ha colpito con un coltello. Ben tre volte in diverse parti del corpo. Una delle ferite è stata all’altezza del cuore. Conosco uno di questi aggressori: lo vedo spesso insieme ai poliziotti marocchini. Un amico mi ha portato all’ospedale Ben Lmahdi di  El Aaiún, ma medici e infermieri non volevano prestarmi le cure di pronto soccorso. Ho insistito e protestato due volte alla reception, ma invece delle cure sono arrivati due poliziotti per intimarmi di andarmene. Non mi sono mosso, ho continuato a chiedere il soccorso di cui avevo necessità e anche un certificato medico attestante l’entità delle lesioni subite che mi serviva presentare con la denuncia. E’ arrivato un altro, in abiti civili ma ritengo fosse della polizia, e ha ordinato ai medici di curarmi, ma di non darmi il referto medico.” .
Video della protesta di Mohamed in Ospedale

Denunciare l’aggressione è stato un obiettivo difficile e coraggioso da perseguire, poiché Mohamed ha denunciato, non l’aggressore la cui identità è ignota, ma direttamente  il DST, Dipartimento Sorveglianza Territoriale, braccio dell’Intelligence marocchina nel Sahara Occidentale.

“Denunciare l’Intelligence vuol dire che stai buttando via la tua vita, però io la vedo diversamente perché, fino a che la gente ha paura, questi non si fermeranno. Lo faccio per tutti, anche per gli oppositori marocchini, non ho paura di morire, le denunce restano a disposizione delle ONG che si occupano dei diritti umani ed espongono la crudeltà di questo governo” dice Mohamed con semplicità, nonostante ancora fisicamente provato dalle torture subite negli anni di detenzione.
E’ prevedibile che:
gli inquirenti non rintracceranno l’aggressore,
la denuncia scivolerà nel dossier del “sorvegliato speciale M. Dihani”,
un’altra aggressione a un giornalista resterà impunita nel Marocco,
paese con cui la UE stringe accordi di partenariato.

Google+