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Khalifa Haftar è, si dice, l’uomo forte della Libia. La sua “Marcia vittoriosa” lanciata verso Tripoli a una settimana dalla conferenza di Ghadames è, al contrario, segno di debole posizione da consolidare. La conferenza, integralmente libica,  mira a un percorso politico aperto da nuove elezioni, il che mette ai margini il generale in capo di un esercito che attacca la capitale.  E’ la seconda volta che Haftar tenta l’impresa: con un bluff, a febbraio del 2014 aveva annunciato dagli schermi della televisione di aver sospeso il Congresso, il Governo e la Costituzione, perfino che le sue forze militari erano in Tripoli per imprimere una correzione al percorso della rivoluzione.

Il significato di quanto sta accadendo in Libia sfugge se ci si limita a osservare i combattimenti, con l’occhio alle zone petrolifere. In corso è un braccio di ferro fra due concezioni dello stato: da un lato un sistema plurale, democraticamente basato sul confronto dei partiti, dall’altro la volontà di imporre un regime militare.

La gran parte della comunità internazionale sostiene il primo obiettivo, come già sosteneva, con dichiarazioni più che con i rapporti diplomatici ed economici, il Governo di unità nazionale inventato, così si può dire, dall’Onu Il 17 dicembre 2015 a Skhirat, Marocco,  affidato a Fayez Al Serraj
Il Segretario Antonio Guterres intima l’alt a Haftar, lui lo ignora e dichiara una no fly zone sull’ovest del paese. Decisione  che di solito prendono i governi in carica o l’Onu e che in questo caso appare soprattutto un colpo di teatro.

A sostenere in modo concreto Haftar per creare uno stato militare sono i paesi che, violando l’embargo, gli forniscono armi: Egitto, Russia, Francia, UAE. La Libia diverrebbe grosso modo e in scala minore la riproposizione dello schema egiziano con cui è stato insediato Abd al-Fattāḥ A-Sisi.

 Quanto solide sono le basi del
programma di Haftar?

Le sue forze portano l’etichetta di “esercito nazionale libico” ( LNA) ma lo sono davvero? Lo scorso ottobre Al-Sisi aveva convocato  al Cairo una conferenza  per l’unificazione delle forze armate libiche le cui trionfali conclusioni erano state smentite sia da Misurata sia dal governo Serraj.
Roberto Aliboni, consigliere dell’Istituto Affari Internazionali, IAI, aveva scritto che i colloqui erano preordinati a costituire una rete che, al momento opportuno, potesse essere usata per contribuire alla consacrazione di Haftar come capo militare e, per questa via, come capo politico. Aggiungeva che l’iniziativa egiziana era fondata su una narrativa, tuttora ripetuta, che in Libia ci siano da una parte elementi regolari delle forze armate e dall’altro milizie o gruppi armati. “In effetti, quelle che Haftar controlla sono una confederazione di forze di diversa natura e obbedienza.”

Spesso anche fra loro acerrime nemiche possiamo aggiungere, cooptate con denaro e armamenti; soprattutto con la prospettiva che, conquistata la capitale e insediato un altro governo, entrerebbero a far parte dell’esercito nazionale. Ciò permetterebbe a ognuno di questi gruppi ben armati di liberarsi degli oppositori locali. Haftar dichiara  di voler “liberare Tripoli dai terroristi” ma in realtà il sistema di aggregazione seguito crea futuri terroristi zonali e varie incognite.

I gruppi mercenari del Darfur che combattono  per lui potranno essere disarmati? Della Brigata salafista cosa farà Haftar che di “liberare la Libia dai Fratelli Musulmani” aveva da tempo fatto un suo declamato obiettivo? La rivoluzione, poi, aveva  dimostrato che non si controlla la Libia quando Misurata si oppone; nonostante la violenza dei combattimenti del 2011, la brigata di Misurata ora è arrivata a rafforzare la resistenza della capitale.
Per Haftar combattono miliziani che furono su fronti avversi nel 2011 e che contano vittime fra i loro famigliari, come potranno dimenticare la sete di vendetta una volta spento l’acme della comune “marcia” contro il governo di Serraj?

Da tenere presente che due terzi della popolazione libica vivono nella Tripolitania e che fra questa e la Cirenaica, con Bengasi sede del generale, è sempre esistita un’acredine che il regime di Gheddafi aveva mantenuto sottotono. Oggi solamente un serio processo politico potrà impedire che gli scontri armati si trasformino in guerra civile.

Tutto questo certamente Khalifa Haftar lo sa, e forse gli causa notti insonni, ma l’avvicinarsi della conferenza di Ghadames, la necessità di contrastare la legittimità internazionale di cui gode Serraj gli hanno imposto di coprire la debolezza reale della sua posizione con un decisionismo aggressivo e gli annunci in anticipo sulla realtà.